Il libro. Colui che, pur di non mentire, rivela al ladro dove è nascosto il proprio denaro è uno sciocco, non un commovente esempio di virtù. Il prigioniero di guerra che comunica la posizione del proprio esercito è un traditore, ma se con un’abile bugia inganna i nemici è un eroe. Il libro di Simone Dietz, L’arte di mentire, naturalmente, non istiga alla menzogna indiscriminata. Fornisce piuttosto una teoria tra etica, filosofia del linguaggio e filosofia sociale convincente nel mostrare l’accettabilità, in circostanze particolari, del dire il falso. La finzione, la recita, l’ironia, la bugia pietosa non avrebbero cittadinanza in un mondo in cui la comunicazione fosse sempre e solo veridica.
Il paradosso di Moore, “Piove e io non ci credo”, mostra che ogni asserzione si pone implicitamente come veridica. Perciò il fatto di piovere e il fatto di non crederci non possano essere espressi congiuntamente in una proposizione assertiva. Il punto è che un’asserzione non fallisce per il fatto di essere una menzogna, ma anzi proprio perché la menzogna sia credibile, l’asserzione deve riuscire. La menzogna insomma non è un abuso nei confronti del linguaggio: le regole del linguaggio non sono obblighi morali, ma regole della consuetudine. Il carattere parassitario della menzogna dunque è una proprietà logica, non morale.
La tesi. La società non si regge sull’immancabile veridicità di chi parla, accompagnata da una fiducia incondizionata in chi ascolta. O meglio, un mondo del genere non è quello in cui viviamo. Naturalmente, se nessuno dicesse mai la verità, non si potrebbe cooperare. Non ci sarebbe società. Anzi probabilmente questa sarebbe la via maestra per il bellum omnium contra omnes. Ciò che assicura la socialità non è tanto un certo valore percentuale di veridicità. Come se questo fosse capace di costituire il punto di coagulazione che addensa i rapporti nella trama del tessuto sociale. Per spiegare la società, bisogna piuttosto individuare strutture di affidabilità che mettano in grado di prevedere il comportamento altrui.
Il problema. A chi non è capitato di rispondere “Ah, niente di particolare” alla persona che chiedeva “A cosa pensi?”, pur di non dare una risposta troppo intima, o tale da ferire? Chi può condannare moralmente il bambino che, sapendo che altrimenti verrebbe picchiato a sangue, dice una bugia al genitore violento? Le menzogne della politica sono accettabili? E soprattutto: quanto detto riguarda cose che “si fanno ma non si dicono”, che si circondano di pudore e non si rivelano? È lecito sdoganarle, o sarebbe meglio evitare di teorizzarne l’acettabilità?
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[...] è vero che la società non si regge sull’immancabile veridicità di chi parla; tuttavia qua il diritto di mentire pare essere appannaggio (dei custodi) dello stato. Dopo averci [...]