
Alberto Giordano, Liberalismo Plurale
La sostanziale contraddizione fra la presunzione delle società liberali di essere compiutamente liberali e un’esperibile mancanza di liberalismo al loro interno sembra il dato che prepotentemente s’impone all’attenzione dell’ “individuo che pensa contro la società che dorme”. Questo è il problema sollevato dal libro di Alberto Giordano, Liberalismo Plurale. Dal Settecento al ventesimo secolo (Città del Silenzio, 2010). Alla ricerca delle ragioni e nell’auspicio di trovare una strada che sia in grado di condurre ad una presa di coscienza sempre più consapevole di tale contraddizione, Giordano pone una domanda, forse scomoda, ma di certo fondamentale: che cos’è il liberalismo?
Senza la pretesa di esaustività, l’autore si interroga sul significato del liberalismo, su come possa essere diversamente declinato a seconda delle molteplici interpretazioni che le teorie, tutte legittimamente liberali, offrono dei suoi stessi postulati, indagando i rapporti fra etica, mercato e istituti liberali.
Per assolvere a questo compito, Giordano ha intrapreso un viaggio fra alcune delle teorie più rappresentative del liberalismo, alla ricerca della lezione dei suoi grandi maestri; il viaggio si snoda attraverso 4 brevi saggi, frutto di lavori precedenti e di interventi a conferenze (1. Etica, democrazia e mercato; 2. Edmund Burke e il pensiero politico inglese del Settecento; 3. Liberalismo e questione istituzionale: Luigi Einaudi alla presidenza della Repubblica; 4. L’umanesimo liberale di Panfilo
Gentile).
Il rigore posto dall’autore nell’argomentazione, la lucida trattazione dei concetti chiave insieme alla chiarezza della narrazione rendono la lettura piacevole e restituiscono quella ordinata complessità che credo sia fra le cifre del liberalismo. L’ambito di ricerca è quello proprio della storia del pensiero politico, che l’accuratezza e la ricchezza dell’apparato scientifico contribuiscono a restituire con precisione; tuttavia le suggestioni create dalla ricostruzione storica fanno soltanto da cornice ad una riflessione di carattere teorico sul nucleo normativo e sui fondamenti stessi del liberalismo, suscitando nel lettore non soltanto riflessioni sulla teoria politica, ma spesso, e molto più proficuamente, suggerendo domande di straordinaria attualità circa problemi quotidiani concreti.
Il liberalismo dei contropoteri è il filo conduttore di tutto il libro. Giordano utilizza i termini della storiografia sul liberalismo per definire questa categoria concettuale, ridefinendone però i confini al fine di meglio sottolineare l’elemento plurale dei liberalismi che in essa possono essere compresi. Il liberalismo dei contropoteri, come sostiene l’autore, non soltanto è “capace di facilitare la comprensione di alcuni momenti della storia del pensiero liberale”, ma potrebbe introdurre nel dibattito contemporaneo sui temi della filosofia politica un approccio capace di superare la contrapposizione, forse sterile, fra rawlsiani e anti-rawlsiani. L’idea di Giordano ha indiscutibilmente fascino. Vorrei però proporre una riflessione, forse ingenua, con l’intento di includere Rawls nella categoria del liberalismo plurale, lasciando rawlsiani e anti-rawlsiani a dibattere nel loro circolo esclusivo.
Nella ridefinizione dei confini del paradigma del liberalismo dei contropoteri, Giordano individua un filone che da Locke, passa per Shaftesbury, Hume, Franklin, Smith, coinvolgendo Montesquieu, Madison, arrivando fino a Tocqueville, Constant e che si ritrova nelle idee di Röpke, Einaudi e Gentile. Questo filone parte da lontano, dalla riflessione settecentesca che interseca antropologia, politica ed economia, comprendendo il dibattito sulle virtù da un lato e i vizi dall’altro (immancabile co-protagonista è Mandeville), sulla definizione di “lusso” e sull’ “etica del risparmio”. In Rawls sostengo vi siano caratteristiche “humeane” consistenti, le quali potrebbero rappresentare una lettera di referenze perchè il Nostro sia incluso nella corrente del liberalismo dei contropoteri, o almeno per prendere in esame la sua candidatura. Mi riferisco ad una rivalutazione delle passioni come razionali e intrinsecamente sociali, quindi non soltanto egoistiche e promotrici del “vizio”. Rawls immagina che le passioni non siano soltanto dirette alla soddisfazione del piacere sensibile; egli immagina che a fondamento delle ragioni (politiche e morali) giustificate vi sia il desiderio di realizzare se stessi secondo una concezione di sè, il quale rappresenta il contributo fondamentale al rispetto che un individuo può provare per se stesso (magari in quanto cittadino di una società bene ordinata). Mi chiedo, così, se non possa essere questo sentimento molto simile al desiderio humeano di possedere un carattere, o a quello, citato da Giordano, di “renderci oggetti appropriati di onore e stima, diventando onorevoli e stimabili” e meritandolo realmente. Entrambi i desideri sono passioni positive che non si pongono in contraddizione con la costruzione di una società, le quali sono in grado, dice Rawls, di reggere saldamente il nostro senso di giustizia. Rimando queste idee, forse un po’ azzardate, a un possibile dibattito.
A conclusione, una nota particolare merita il saggio dedicato a E. Burke. Una sensazione, più che un’idea, riscontrabile in tutto il libro, riluce particolarmente splendente in questo saggio. Giordano recupera, e bene mostra, la necessità della pacatezza nel dibattito pubblico, senza sbiadire le ragioni personali e le passioni che lo alimentano, restituendo l’eleganza tipicamente liberale che a queste nostre società, tanto dichiaratamente liberali, forse, è venuta a mancare.
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