Cos’è il Male?

Si guarda il TG: un uomo stupra una ragazza. Non si può fare niente seduti sul divano di casa propria, si è consapevoli della propria impotenza eppure si avverte un senso di brivido, di vergogna, nel peggiore dei casi si avrà una reazione anomala. Ma si avrà pur sempre una reazione perchè è riprovevole, vergognoso, ingiusto, in una parola: è Male. Ma che cos’è il Male? Perchè giudichiamo uno stupro un male?

In fondo lo stupro è un istinto umano, l’istinto sessuale che appartiene all’uomo in quanto tale e non soddisfare il bisogno fisico di un impulso sessuale significa contraddire la propria natura, ossia andare contro la propria volontà, comportamento tanto più grave quanto più la volontà è sostenuta da una richiesta di natura. Ciò implica che se lo stesso uomo non stuprasse la ragazza, a rigor di logica, venendo meno la coerenza con tutto il processo intenzionale che precede un’azione, sarebbe anche questo sbagliato. Sbagliato. Sbagliato non significa male eppure percepiamo come qualcosa di sbagliato il male. Perchè?

Si può tentare una duplice strada:

  1. siamo stati educati a non compiere azioni che di conseguenza definiamo male;
  2. l’uomo è responsabile ed è tale stato di responsabilità, che poi diviene colpa, a rendere il male tale.

La prima strada non può essere adottata:

se l’abitudine derivante dall’educazione al “no” (non uccidere, non stuprare, non mentire) porta ad etichettare quelle azioni come un male, ciò determina una petizione di principio, in quanto si dà il caso che manchi il motivo che giustifichi il no per tali azioni.

Concepire la nostra comprensione del male come derivante da un sistema educativo giustifica il relativismo. Ciò implica una incongruenza tra la contingenza del relativismo che seguirebbe da un argomentazione simile e l’universalità dell’entità del male. A titolo di esempio, accadeva che gli Ebrei ritenessero un male azioni che i Greci al contrario approvavano (es. sport) e viceversa, tuttavia in nessuna delle due culture mancava il problema del Male. La questione non è quindi capire cosa rientri nella definizione di Male, ma quale sia in sé tale definizione.

La seconda strada, pur essendo indagabile, conduce parimenti a dei punti critici:

si pone assodata la responsabilità, sorvolando sull’urgenza di dimostrare che l’uomo è responsabile.

Se si tenta di giustificare la responsabilità dell’uomo sulla base del fatto che l’uomo è un agente e si giustifica l’azione di quest’ultimo ricorrendo al processo deliberativo che chiama in causa la responsabilità per distinguerlo alla Davidson dall’evento, si incorre in una petizione di principio. In altri termini, ciò richiederebbe un trasferimento di proprietà non giustificato dall’agente all’azione al fine di qualificare quest’ultima come male, vincolando questa neanche più all’agente ma all’uomo, in quanto, in questo caso, responsabile è l’uomo non l’agente, il che è controintuitivo.

Poniamo infatti che si riesca a dimostrare che l’uomo non è responsabile: o si ammette il male compiuto dall’uomo come epifenomeno di un processo umano a questo punto vuoto ed è un controsenso oppure si ammette che responsabile non è l’uomo ma qualcun’altro, uno a caso Dio. Ma siamo pronti ad accettare l’idea che Dio compia il Male?

Chi è Evelina Marchetta

Evelina Marchetta ha scritto 1 post in questo blog.

Studentessa, primo anno, "Filosofia", "Università Vita-Salute San Raffaele", Milano evelina.marchetta@yahoo.it

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16 comments until now

  1. Non si può semplicemente assumere che nell’uomo esistano dei meccanismi psichici primordiali innati che gli permettono di dare etichette di “giusto” e “ingiusto” in modo che a queste etichette sia associato un insieme di reazioni emotive e comportamentali tipiche?

  2. Pier Marrone @ 2010-08-23 18:34

    Ciao Evelina. Alcuni diranno che il tuo esempio è estremo, ma questo, ovviamente, non rileva, poiché la riflessione spesso si esercita proprio su questi casi. Il loro utilizzo, infatti, può mettere in luce i limiti di teorie e opinioni accettate.Detto questo, fatico davvero a capire quali siano le petizioni di principio che tu evochi.  Per me è male andare a casa di qualcuno non invitato, perché non si tratta di una proprietà che mi appartiene, e puoi utilizzare una proprietà che non ti appartiene solo se ne sei autorizzato da chi usufruisce di quel bene a titolo legittimo. Ora, poiché il corpo è di chi lo abita, lo stupro è ingiustificato. Il discorso mi pare davvero molto semplice. La reazione di ribrezzo che io ho davanti allo stupro e alla sua rappresentazione non potrebbe, perciò, per nulla essere anomala. Ovvero, sarebbe anomala solo per chi contestasse quel titolo di proprietà che fa di Evelina, di Marco, di Pier  i proprietari legittimi del proprio corpo. Quindi, probabilmente, suggerendo che la reazione possa essere anomala, sei tu ad incappare in una petizione di principio. Ma non sono sicuro di averti interpretato bene.

  3. Evelina Marchetta @ 2010-08-23 22:08

    Uno: In merito ai meccanismi psichici. Interessanti le espressioni “gli permettono” e “in modo che”: è un caso che manchi la componente coercitiva o, per essere neutri, deterministica? “Gli permettono” e non “causano” etc. fa pensare che “grazie” a questi meccanismi io sia poi in grado di associare un comportamento ad un giudizio di valore o meglio, nel caso del Male, al Male. “In modo che” induce a credere che esista un finalismo alla base di questo processo psichico: unendo i due elementi, se alla base di ciò che reputo Male vi è un processo psichico che “permette” non che “causa, etc.”, significa che, in quanto permette, consente e in quanto consente io essere umano (ammesso che io non sia il mio processo psichico e questo significa già spingersi oltre) sono poi “libero” (usato con cautela) di non etichettare, proprio in quanto mi è “permesso” non imposto. Non è un paradosso che si giunga ad un comportamento libero a partire da un processo psichico in quanto tale deterministico? 
    La petizione di principio fondamentale parte dal seguente presupposto: in quanto essere umano, vivo in un contesto che inevitabilmente impone (per essere neutri esercita) un’influenza dal punto di vista educativo. In determinati casi non è neanche una costrizione. Abbiamo mai visto una madre che lasciando il figlio di sei anni a scuola dica: “tesoro, oggi non uccidere nessuno?” no (eppure il bambino non lo farà ) ma capita che si dica “fai il bravo”. Quindi con o senza la nostra consapevolezza ci troviamo in un contesto educativo. Qui il problema: se nel cercare di capire da dove io abbia una concezione del Male cerco una risposta nel sistema educativo (ossia so che una determinata azione è Male perchè da persona sono stata educata così) e poi sono stata educata a non stuprare nessuno perchè lo stupro è Male, questo è un ragionamento circolare. 
    In merito alla questione del Male come utilizzo ingiustificato di una proprietà che non mi appartiene. Se il Male è questo, ciò che non è Male (non mi è chiaro se ciò che non è Male sia automaticamente Bene o solo omissione del Male) diventa o un utilizzo giustificato di una proprietà altrui (vado a casa altrui dopo un invito) oppure l’utilizzo di una proprietà che mi appartiene. Un omicida fa un uso non autorizzato del corpo di un altro, ma il suicida che usa il proprio corpo e la cui azione quindi non dovrebbe essere giudicata come “Male” perchè invece è concepito così?

  4. Pier Marrone @ 2010-08-24 00:30

    Evelina, fatico a capire quanto scrivi, sarà perché sono stanco. Ad ogni modo, il tuo esempio ultimo è pertinente solo per chi pensa che il suicidio sia un male. Dal momento che molti pensano non lo sia, allora si tratta di un esempio non scelto bene. Chi sostiene di essere proprietario del proprio corpo – e credo che ognuno lo sostenga – non è obbligato a sostenere di esserne l’unico proprietario. Ad esempio, chi è cristiano non lo pensa. Ossia: pensa che il proprietario sovrordinato sia Dio, ma ritiene di averne nella maggior parte dei casi un uso esclusivo, uso che non toglie che esistano limitazioni al suo utilizzo – ad esempio, senza pensare al suicidio, nel matrimonio -, ma che sicuramente non permette a un altro di stuprarlo. Il suicidio c’entra davvero poco e tu non puoi presupporre che esista una censura morale universale – ma nemmeno generale, in realtà – sul suicidio.

  5. Evelina Marchetta @ 2010-08-24 10:36

     “Dal momento che molti pensano non lo sia”: se partiamo da una premessa simile, se cioè partiamo dall’attribuire delle categorie morali sulla base di quanto pensano i più, declassiamo i principi morali a mere collezioni di considerazioni idiosincratiche. Esempio: il suicidio è x in quanto è giudicato x da molti, ma vale anche il contrario, il suicidio non è x, perchè esiste qualcuno che dissente dal giudicare il suicidio x. Considerando che esisterà sempre qualcuno che dissente, è di primaria importanza distinguere “i molti pensano” dal così “è”. Ciò può comportare che io per prima cada in errore di fronte ad una verità oggettiva indipendente da me, ma è preferibile la consapevolezza di una verità oggettiva a fronte della quale la mia posizione sia da rivedere piuttosto che l’ingenua illusione che io abbia ragione, ragione che trovo solo nella legittimazione del relativismo e del soggettivismo, dal momento che, se vale il principio dei “molti pensano”, tra quei molti ci sono anche io; dunque sono legittimata a “pensare” a costo di sacrificare la formulazione del giudizio al posto della quale esercito la mia libertà di pensiero.
    In altri termini: premesse simili costituiscono la morte del “giudizio morale” al posto del quale fanno subentrare l’ “opinionismo”.
    La concezione del suicidio come Male non è tale solo nel Cristianesimo, ma è radicata nella società. Di fronte ad un caso di suicidio, infatti, la questione si pone sempre in termini di “problemi psichici”. Qualche mese fa un uomo tentò di buttarsi sui binari della metropolitana a Milano (non una novità) ma ciò che stupisce è la reazione in seguito al salvataggio: quest’uomo rivendicò il diritto di decidere se morire mentre gli altri lo giudicarono “con problemi psichici” senza neanche conoscerlo. Ora, la complessità dell’uomo è tale che non basta una vita per conoscerlo in fondo ma in questo caso è bastata meno di qualche ora a gente estranea per dire: “è pazzo”. Non è anche questo un giudizio? Una forma di biasimo? Non rientra in quella forma di permissivismo che difende la posizione per cui certi atteggiamenti sono propri del bambino (non a caso la valutazione giuridica di un bambino è diversa da quella di un adulto) e del pazzo che se fosse consapevole non avrebbe mai deciso di togliersi la vita?

  6. Pier Marrone @ 2010-08-24 17:18

    Evelina, io non metto infatti in dubbio che sia opportuno pensare con la propria testa. Mettevo in dubbio che sia così pacifico che l’opinione che il suicidio sia un male sia vera. Ora, o sei in possesso di un metodo per dimostrare che è possibile avere una opinione vera su questa questione, cosa che ovviamente non hai dimostrato, oppure rimane vero che non puoi dare per assodata la questione. Inoltre, tu mi attribuisce opinioni che non ho espresso. Io non ho detto che l’opinione che il suicidio sia un male sia propria del solo cristianesimo. Che poi l’opinione sulla illiceità del suicidio sia radicata nella società – cosa che a proprio volta, secondo i tuoi stessi criteri, non varrebbe a mostrare sia vera -, io mi permettto di avanzare dei seri dubbi. Questi dubbi potrebbero essere fugati se, ad esempio, fosse consentito il suicidio assistito nella nostra legislazione. Come sai, da tempo i radicali chiedono una commissione di inchiesta sull’eutanasia (che comunque non va confusa con il suicidio assistito) che verrebbe praticata nei nostri ospedali. Anche una iniziativa di questo genere varrebbe a fugare i dubbi su quanto la maggioranza degli italiani ritiene moralmente lecito in questo campo. Naturalmente, l’etica non si fa con i sondaggi, né con le iniziative legislative, ma quello che mi premeva dire è che tu dai per scontate cose che, a mio modo di vedere, non lo sono.

  7. Lucia Negrisin @ 2010-08-24 20:51

    Ritengo che il corpo sia di esclusiva proprietà di chi vi ci trova dimora. Di qui il ragionamento sullo stupro di Pier che condivido appieno. Per quanto riguarda il suicidio: la morale dominante prescrive e influenza, ma ognuno di noi è libero nella scelta.

  8. Evelina Marchetta @ 2010-08-25 10:52

    La dimostrabilità di una verità costituisce una condizione certamente sufficiente ma NON necessaria ai fini dell’esistenza di tale verità. Esistono realtà la cui dimostrazione tarda a presentarsi, ma mettiamo forse in dubbio l’esistenza di queste realtà? No, questo perchè siamo consapevoli che non possiamo invalidare una tesi ontologica attaccando una premessa gnoseologica (in questo caso la mancata dimostrazione) altrimenti faremmo dipendere l’esistenza di una realtà dal suo grado di conoscibilità e questo è intuitivamente non accettabile.
    “L’opinione che il suicidio sia un male sia vera” significa: “è vero, reale che esiste un’opinione che afferma che il suicidio è un male” oppure che “è vera l’opinione secondo cui il suicidio è un male”? Cosa mette in dubbio: la prima o la seconda? Dubitare della prima è controintuitivo, in quanto non esiste teoria che possa sovrapporsi ai fatti e i fatti mostrano con assoluta evidenza che tale opinione esiste. Porre in dubbio la seconda è perfettamente accettabile, perchè è proprio questo il problema: chi dice che il suicidio sia un male? Perchè è un male? Se è un male e la nozione di Male è universale, perchè non è altrettanto universale la condanna al suicidio per quanto la società mostri il contrario? 
    Il Cristianesimo: d’accordo, ammettiamo che Lei non intenda il Cristianesimo come unico esempio. Quale altra posizione che non sia cristiana o quale posizione non religiosa si scaglia contro il suicidio (suicidio, non suicidio assistito o eutanasia) proponendo una motivazione basata sempre sul concetto di proprietà da Lei illustrato? 
    In quanto scrive, passa indebitamente dal suicidio al suicidio assistito all’eutanasia, riconoscendo Lei stesso che sono distinti.
    Non può stupire che il suicidio assistito non sia legalmente consentito e neanche più in generale il suicidio. Innanzitutto, non esiste articolo più esplicito dell’art. 32 della Costituzione Italiana che difende il diritto alla salute; inoltre ricavando la morale da un documento giuridico quale il Codice Penale si può dedurre cosa la morale giudichi male e si nota in fin dei conti che combacia con un principio cristiano: non fare del male all’altro. Il fatto che il suicidio, in quanto autolesione, non sia consentito non significa che non sia nominato nel Codice Penale. Questo il vero problema: la questione è presentata in quanto istigazione al suicidio. Persino quell’unico atto che riconosce all’uomo il diritto di proprietà lo priva di quell’unico bene di cui neanche volendo può essere privato (il corpo) e in nome di cosa? In nome del principio del non danneggiare l’altro. Il ripudio sociale nei confronti del suicidio consiste in questo: il suicidio non è neanche preso in considerazione e viene assimilato ad una forma di omicidio, così come l’autolesione diventa frutto di istigazione alla lesione personale e si cerca un colpevole estrinseco alla relazione agente- suicida, proprio in virtù della completa mancanza di considerazione del suicida. Alla luce di ciò, stupirebbe davvero se fosse reso valido il suicidio assistito ma ancora di più l’eutanasia. Se il paziente chiede al medico consigli su come morire e lo supplica di morire, il medico deve comprendere lo stato di sofferenza del paziente e fare di tutto per non assecondarlo, in quanto la prima figura che non può danneggiare l’altro è proprio quella del medico. Persino il suicidio assistito diventa una forma di omicidio: non si giudica qui il suicida ma il medico che diventa così omicida.

  9. Evelina Marchetta @ 2010-08-25 16:49

    “Per quanto riguarda il suicidio: la morale dominante prescrive e influenza, ma ognuno di noi è libero nella scelta.” (Lucia Negrisin)Un uomo tenta il suicidio. Se ci riesce non sapremo mai se sia stato libero o meno: non posso punire un cadavere. Se non ci riesce, è internato in manicomio. Questa è libertà di scelta?L’uomo è quindi libero di agire contro la morale? Che morale è quella che autorizza ad agire contro quanto prescrive? Prescrive: se una morale PRESCRIVE, da dove ricava l’uomo la libertà non esistendo un uomo al di fuori della morale?

  10. Pier Marrone @ 2010-08-25 17:54

    Evelina, grazie per lo scambio, ma diamoci del tu, per cortesia, come dovrebbe accadere in una situazione di parità, quale quella offerta dal blog. Si discute e si lavora meglio.A me pare che tu sia inutilmente contorta. Io non ho fatto discorsi sulle condizioni necessarie e sufficienti affinché degli enunciati siano veri. Ho detto, molto più semplicemente, che tu dai per assodate cose che non lo sono. Tra queste che il suicidio sia sempre un male. Molti pensano, con buone ragioni che meritano di essere discusse, che così non sia. Molti pensano anche che l’omicidio non sia sempre un male. Io ad esempio. Ammettiamo che X voglia sterminare la mia famiglia e che non esista altro mezzo per impedirglielo che l’eliminazione  fisica. Perché dovrei astenermene? In che senso il mio omicidio non sarebbe giustificato? Penso che tutti penserebbero che lo sia. Tu ti asterresti in condizioni simili? Mi auguro di no.Per quanto riguarda l’ammissibilità del suicidio in altre religioni, forse hai letto sui giornali che ci sono individui che in nome dell’Islam si fanno saltare in aria per esercitare la jihad e guadagnarsi il paradiso. Ovviamente, in alcune società e in alcune religioni  in determinate circostanze il suicidio è consentito. Ma, in realtà, come atto supererogatorio è consentito perfino dalla nostra morale corrente (qualunque cosa quest’espressione significhi). Pensa ad atti di sacrificio estremo il cui esito è molto probabilmente o, addirittura, sicuramente la propria morte.Sull’art. 32 della nostra Costituzione a me viene da dire che risulta chiaro e cristallino soltanto a te. Quasi tutto in quell’articolo  è potenzialmente soggetto a controversia.Quell’articolo recita: “ La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.” Ciò che era ‘salute’ per i costituendi non è certo ciò che salute è per noi. Che cosa sia l’”interesse della collettività” a me non risulta chiaro. Non ho mai incontrato nessuno che sia stato capace di spiegarmelo. Del resto, se fosse chiaro non esisterebbe il pluralismo partitico. Infine: non è nemmeno chiaro che cosa voglia dire ‘persona’. Io ho offerto una mia definizione di male, approssimativa certamente, poiché sono una persona notoriamente semplice: ‘andare a casa di qualcuno senza essere invitato’. Ammetto volentieri che debba essere precisata. Francamente, però, a me pare l’unica base condivisibile e ragionevole per ogni discorso successivo.

  11. Evelina Marchetta @ 2010-08-26 10:33

    “Ammettiamo che x voglia sterminare la mia famiglia e che non esista altro mezzo per impedirglielo che l’eliminazione fisica…Penso che tutti penserebbero che lo sia”. Se ho interpretato bene: in questo caso l’omicidio è giustificato in quanto unico mezzo per impedire la realizzazione di un male, quello arrecato alla mia famiglia. Sulla base di ciò, quello che definiamo un male diventa un bene se usato per neutralizzare un altro male (in questo caso il danno alla mia famiglia).
    Un altro esempio: x vuole uccidere un uomo, un uomo qualsiasi che noi non conosciamo o solo di vista e l’unico mezzo per impedirglielo è ucciderlo. Chi sospenderebbe per un giorno la propria vita per evitare che questo estraneo sia ucciso? Nessuno, altrimenti, non tutti ma una buona parte dei crimini sarebbe evitata o meglio sostituita dagli omicidi degli eventuali criminali. In altri termini, io che immediatamente elimino l’eventuale killer della mia famiglia non mi adopererei allo stesso modo per salvare la vita ad un’altra persona se si trovasse al posto della mia famiglia. Questo può portare a notare che la mia scelta di ucciderlo non è dettata da un principio morale da applicare universalmente ma da un affetto “pre-morale” (se così non fosse adesso non sarei qui a scrivere ma mi troverei per la strada a svolgere il mio ruolo da Nikita). L’esempio di x che vuole uccidere la mia famiglia mi pone un dubbio dal punto di vista etico. Un uomo vuole fare del male a mia sorella, lo stesso o un altro uomo vuole uccidere un ragazzo sconosciuto a 3000 km di distanza da me. Io da persona sono moralmente chiamata a difendere tanto l’una quanto l’altro o devo dare più importanza a mia sorella in quanto mia sorella? Da un lato la condizione di dignità umana ci pone tutti sullo stesso piano da un punto di vista morale, dall’altro ho dei doveri morali che mi inducono ad avere delle preferenze nei riguardi di mia sorella in virtù di un legame PURAMENTE DI SANGUE a danno di un ragazzo poniamo cinese? Per il resto, sono io che ringrazio. Mi fa veramente molto piacere.

  12. Evelina (e salve a tutti):1) Assumere la qualifica di un’azione, posta da una o più regole di un sistema educativo, non implica che essa sia “relativa”. L’educazione può essere stata portata da una selezione morale tale per cui le sue stesse regole siano, in linea di massima, le più idonee a garantire la pari equità di diritti e di possibilità d’azione moralmente ritenuta lecita (cioè, c’è un limite forte all’arbitrarietà imposta da un processo pragmaticamente orientato). Inoltre, siccome i presupposti delle azioni morali suppongono la razionalità degli agenti e assunzioni arbitrarie (i cui prerequisiti si fondano su una concezione razionale dell’uomo -anche quando ci sia di mezzo una fede) si può scoprire che dietro alle differenze tra sistemi educativi, anche importanti, ci siano molti punti comuni: difficilmente esiste un sistema educativo che giustifichi l’omicidio tout court, la falsa testimonianza e il latrocinio. Se sono previsti casi contrari, sono anche limitati a particolari persone dotate di diritti particolari (re, feudatari, preti, sacerdoti etc.) o contestualizzati in riti specifici (cannibalismo, sacrifici umani, riti orgiastici etc.).2) Tu assumi che la psicologia umana sia determinata fisicamente e, di conseguenza, non ci sia spazio per una forma di libera responsabilità. Ammesso e non concesso che il pensiero umano sia determinato fisicamente, l’importante è che esistano più spiegazioni possibili per il medesimo fenomeno in modo tale che, per quanto si possa assumere l’esistenza dell’effetto, non si possa allo stesso tempo rintracciarne la causa: a quel punto, si assume che il soggetto sia centrale all’interno dell’elaborazione dell’effetto e che, in qualche misura, si possa stabilire che esso sia anche “responsabile”. Chi ha detto che stuprare una donna sia “deterministicamente necessario”? La complessità dell’atto in questione è enorme e non universalmente determinata: due persone poste nelle stesse condizioni ambientali e nel medesimo momento, cresciute in un contesto socioeconomico simile possono, allo stesso tempo, avere reazioni molto diverse di fronte ad una donna (e meno male, perché altrimenti il fenomeno dello stupro sarebbe anche più diffuso di quanto non sia): questo caso può essere considerato sia come “possibilità logica” che come “controesempio empirico”: non è logicamente necessario che due persone anche così simili si comportino nello stesso identico modo.3) Uno dei problemi, non emerso, è se bisogna (oppure no) considerare il problema da un punto di vista empirico oppure normativo: a seconda di come si vuole partire, si hanno risultati molto diversi. Per quanto riguarda me, assumerei la seconda vincolando ciò che è “male” con ciò che “giudichiamo male” in base all’assunzione di razionalità dell’agente: ciò che è male è tutto ciò che nega l’essere umano come corpo/coscienza (sia essa l’azione immediata oppure una delle sue conseguenze prevedibili).4) Per quanto riguarda Dio: se ammettiamo che Dio ha creato il mondo e ha desiderato il mondo (nella sua volontà prima della creazione) allora ha creato il Male e lo ha anche desiderato come conseguenza della sua stessa creazione.

  13. Evelina Marchetta @ 2010-08-29 16:33

    Primo: nella Sua obiezione Lei critica non il sistema educativo in quanto tale ma la sua relatività. Difendere la presunta universalità di un sistema educativo in virtù di una derivazione di quest’ultimo da una selezione morale significa difendere l’universalità a limite della selezione morale non del sistema che da esso deriva. Se così non fosse, ossia se il sistema educativo fosse universale come universale è la selezione da cui si desume che derivi, non si giustificherebbe più la necessità di un sistema educativo che in quanto tale adatti un principio universale ad esigenze di una realtà locale. Può essere universale la selezione morale, non l’educazione. Da un punto di vista descrittivo, il relativismo esiste.
    Senza considerare le aporie a cui una posizione simile si espone: selezione morale operata da chi?
    “Siccome i presupposti delle azioni morali suppongono la razionalità degli agenti”. Parte da una premessa implicita: il razionalismo. Un sentimentalista qualsiasi può confutare, asserendo che Lei dà per scontato il razionalismo. Sulla psicologia: Lei mi attribuisce in ONTOLOGIA della mente una posizione deterministica, per confutare la quale però si limita a difendere la libertà dal punto di vista EPISTEMOLOGICO. Due sono le soluzioni: o mi propone una critica ontologica che dimostri che si possa parlare di psicologia e contemporaneamente difendere la libertà oppure accettiamo che una libertà dal punto di vista della spiegazione non esclude un determinismo a livello ontologico. Sullo stupro. “Due persone poste nelle stesse condizioni ambientali…possono avere reazioni diverse di fronte ad una donna”. Come può Lei che nella prima obiezione è a favore dell’universalismo riconoscere ora che le reazioni non sono altresì universali? Sulla distinzione tra empirico e normativo. Si ripropone l’uguaglianza tra “ciò che pensiamo essere” e “ciò che è”, uguaglianza che tenta di giustificare con la premessa del razionalismo. Se il razionalismo rende normativo uno stato di credenza, in virtù della razionalità dell’agente, non si vede perchè non debba rendere normativa un’azione se è compiuta dallo stesso. O meglio: se l’uomo è un agente razionale e in virtù di ciò la sua azione, compreso uno stato di credenza ossia il “credere che sia”, acquista normatività dunque giustificazione e quindi non può non essere giustificata, perchè invece lo stupro, che è pur sempre compiuto dall’uomo, quindi da un agente razionale, non è razionale quindi giustificato? In conclusione: “se ammettiamo che Dio ha creato il mondo…allora ha creato il male e anche come conseguenza della sua stessa creazione”. Ora: se si parla di creazione, non si può non fare riferimento all’uomo. Analizzando quanto afferma:

    Dio ha creato il Male, creando.

    Quindi, prima della creazione, Dio esisteva, il male no. Quindi il Male non può essere Dio. Dio può risultare il seme della creazione ma il seme del Male è la creazione non Dio.

    Lei però parla del Male come CONSEGUENZA della creazione non identificandola con la creazione. Quindi non identificandola con l’uomo.
    Se il Male non è Dio e non è l’uomo. Chi è?
     

  14. Cara Evelina,1) Direi di darci del tu…2) In secondo luogo, non ho praticamente proposto alcun che né nel primo punto né nel secondo ma, semmai, ho rilevato delle alternative per alcune assunzioni di principio, facendo notare, tra le altre, come l’assunzione di relativismo morale dell’educazione non fosse scontato, come l’assunzione dell’assenza di responsabilità non sia ovvia (sia essa direttamente assunta o mediante le conseguenze di altre assunzioni) e come il problema diventa MOLTO AMBIGUO se non si stabilisce se chiedersi COME AGIAMO rispetto al COME DOVREMMO agire: in poche parole, non ho capito se le tue analisi vertono su una questione squisitamente a priori oppure a posteriori.3) Per la questione del male… mah, sinceramente non sarei così convinto che colui che sa tutto ed è infinitamente potente non avesse già in mente quali sarebbero state le conseguenze dei suoi desideri (o volontà) già prima di metterle in atto. Altrimenti, accettiamo una visione spinoziana del mondo e disciogliamo nella parte il problema del male. Ma, sinceramente, i miei interessi su tale questione è, forse, pari a zero.Grazie per la risposta.

  15. Evelina Marchetta @ 2010-08-31 09:59

    Primo: In che modo possiamo capire come DOBBIAMO agire se non siamo neanche in grado di capire come agiamo? Come possiamo capire cosa DOBBIAMO ritenere Male se non siamo neanche d’accordo su cosa riteniamo sia il Male? Il problema alla luce di quello che tu fai notare non diventa ambiguo ma interessante. La questione sulla modalità di trattare il problema, se a priori o a posteriori, in quanto rientrante nel metodo, non va in alcun modo ad inficiare l’esito del problema stesso. Questa è una sfida: capire come dovremmo agire partendo da come agiamo, capire come agiamo basandoci su come dovremmo agire. Entrambe le strade perchè la soluzione sia certa devono portarci allo stesso risultato tanto su come agiamo quanto su come dovremmo agire; ciò non toglie alcuna importanza al percorso/metodo scelto. Senza metodo non si risolve il problema. Accetto quindi ogni proposta. Su Dio. Ammettiamo che Dio al momento della creazione sapesse ciò a cui sarebbe andato incontro; altrimenti toglieremmo valore alla premessa (che Dio sarebbe?). Se con ciò Dio ha comunque creato il mondo, significa che deve esistere un fine ulteriore rispetto al quale valga la pena porre indirettamente in essere il Male (potremmo chiamarla “tesi debole”) oppure addirittura sia NECESSARIO porre il Male in essere (“tesi forte”). Scoprire quale questo fine sia è solo l’inizio.Grazie a te. E’ un piacere.

  16. @ Evelina&Pilli… Ma vi siete letti? Ragazzi, con tutta la solidarietà di questo mondo.. cambiate mestiere, questo non fa per voi! Uno spettacolo desolante

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