La scatola mor(t)ale

Recentemente è arrivato nelle sale italiane (incipit mollichiano) un ennesimo film ricavato da un racconto di Richard Matheson, The Box. Originariamente pensato per la pubblicazione su Playboy nel luglio 1970, il racconto “Button, button” è diventato nel 1985 anche un episodio della serie The Twilight Zone (non la serie originale degli anni ’60, ma quella di metà anni ’80). Ci sono delle differenze tra racconto, episodio e film, ma lo spunto su cui la storia si sviluppa è lo stesso: uno sconosciuto, che poi si scoprirà essere il sig. Steward, suona al campanello dei coniugi Lewis (Arthur e Norma) per proporre un affare.

"Moglie mia, mai visto un venditore porta a porta che ti paga per provare il suo prodotto!"

Ma quale affare? Il sig. Steward consegna una scatolotta con un pulsante. Questa scatola non produce niente, non è collegata a niente, non sembra fare niente. La proposta di Steward è: premete quel pulsante e sarete abbondantemente remunerati.

L’offerta, nel film è di un milione di dollari, sembra allettante, quindi ci deve essere sotto il trucco. Questa volta è: premendo quel tasto, i Lewis causeranno la morte di una persona che non conoscono. Norma Lewis, dopo alcuni tentennamenti, scende a patti con il suo senso morale e pigia il pulsantone.

Ora che vi ho rovinato la sorpresa, vediamo le differenze:

  1. nel racconto originale, Norma schiaccia il tasto e riceve il congruo compenso. Però si scopre che quei soldi arrivano dall’assicurazione sulla vita di suo marito, morto. Quando lei si lamenta con Steward che doveva morire uno sconosciuto, lui le chiede se era davvero sicura di conoscere suo marito (che profondità!)
  2. nell’episodio di Ai confini della realtà, Norma schiaccia il tasto e non succede niente (tranne la riprovazione di Arthur, che scopre di aver sposato un mostro). Steward torna a riprendere il suo marchingegno, e avvisa i Lewis che la scatola sarà offerta a qualcun altro, sconosciuto, alle stesse condizioni… (suspence! Se lo sconosciuto pigia, loro potranno morire, visto che per lo sconosciuto sono sconosciuti!). Wikipedia dice che a Matheson questo finale non piaceva (non è morto nessuno!)
  3. nel film, è un casino. Norma schiaccia il pulsante, una donna muore, l’ha uccisa il marito. Arthur indaga con suo suocero, che è un poliziotto, su Steward. Si incrociano piste diverse, Norma segue indicazioni “soprannaturali”, tutte cose che devono complicare la storia (sembra una puntata di Voyager). Senza troppo indugiare sulla trama, alla fine l’erede delle fortune dei Lewis (il figlio di Arthur e Norma) si trova cieco e sordo, e Steward propone un altro patto. Ha visto che i Lewis non hanno problemi a far fuori la gente, magari. Se Arthur ucciderà Norma, il pargolo Lewis tornerà normale e quel milione di dollari sarà versato su un conto con profitti alti (speculazione!) per quando sarà grande. E non avrà borse di studio per il college, perché sarà un serial killer disturbato, probabilmente. Arthur uccide Norma. Perché? Perché intanto uno sconosciuto ha ricevuto quella scatola e schiacciato il tasto. Tutto torna (una donna muore, l’ha uccisa il marito). Se troviamo quella scatola, nessuno più morirà nel mondo.

La questione morale del valore della vita, di quello che ciascuno è disposto a fare in certe condizioni, del calcolo, si presenta abbastanza limpida nel film. Sembra che Matheson voglia mostrare quanto meschino è calcolare le azioni, un tipo di moralità che quando ha scritto il racconto era in massimo spregio negli States – erano gli anni della contestazione, del presidente Nixon, della Guerra Fredda, delle “stanze dei bottoni” dove bastava che qualcuno premesse un pulsante e degli sconosciuti lontani sarebbero morti (sotto una pioggia di testate nucleari)… insomma tutte cose che sappiamo tutti.

Ma sembra anche che Matheson, da bravo scrittore, nutra una certa sfiducia nel genere umano: quel pulsante lo pigiano tutti! Comunque, le domande che si fa Norma sono precisamente questioni di valore morale: se premo il tasto, morirà qualcuno che non conosco. Non lo conosco, non so cosa gli succede, non so come vive. Magari è un criminale ed è meglio che sparisca dalla faccia della Terra. (Arthur risponde che magari invece è un bambino innocente)(ah, l’appiglio del moralista!)

Cosa ci importa di chi non conosciamo? Se da una morte di cui non saprò mai niente, nemmeno se è avvenuta davvero!, posso ricavare un bene tangibile, la scelta di perseguire quella strada è giustificabile? O, come sembra voler suggerire il film, è solo una debolezza? Qual è il prezzo da pagare? Perché nel film Norma alla fine muore, ma Arthur vivrà per sempre con la consapevolezza della scelta fatta (uccidere la moglie per avere un figlio normale). Tra l’altro, questa cosa del figlio normale… insomma, sordo e cieco, ma era vivo no? (Così ci siamo messi a posto con gli anti-eugenisti). E scambiare una vita intera con un paio di caratteristiche… non è che questi sovversivi ci vogliono suggerire che una vita così menomata non vale la pena di essere vissuta? E parlo della vita del figlio, ché Norma di menomato aveva solo il senso morale.

Insomma, gli spunti per il dialogo filosofico ci sono: la questione del conoscere l’altro, di come trattarlo, l’innocenza, il senso di colpa, dei dilemmi morali, delle scelte calcolate, del carattere delle persone – è una vicenda piuttosto densa.

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  1. Gian Paolo Terravecchia @ 2010-08-26 16:07

    La letteratura sui dilemmi morali vive di storie strazianti: dai dilemmi del carrello, in cui dei poveracci sono maciullati da carrelli ferroviari in corsa, ai “grassoni” lanciati per ostacolare la corsa dei carrelli, fino alla povera Sophie che deve scegliere quale dei figli sopravviverà alla crudeltà del nazista sanguinario. Il dilemma del bottone (o della scatola) avrebbe il pregio di tenere lontano l’orrore, di toglierlo dalla vista, per così dire: muore (e per quel che sappiamo magari anche di una buona morte) uno sconosciuto. O meglio, muore se una versione popolare di utilitarismo vince sul deontologismo. Detto altrimenti, muore se la regola aurea rimane inascoltata e, invece, la pulsione dell’utile immediato diventa il criterio dominante.

    Mi chiedo cosa questo esperimento mentale abbia da aggiungere. Mi pare che non aggiunga nulla. Che la tentazione di fare del male è maggiore nella misura in cui il male non è compiuto direttamente e non è compiuto nei confronti di una persona conosciuta è ripreso, in qualche modo, in alcune delle versioni dei dilemmi del carrello. Si tratta, ad ogni modo, di una tesi psicologica che trova qualche conferma, ad esempio, negli esperiementi di Milgram.

    Vi sono innegabilmente spunti a margine, come ad esempio: chi conosciamo veramente?, gli altri siamo noi, gli atti creano precedenti e favoriscono il costituirsi di un habitus. Anche ammesso questo, resta il dubbio che il film non valga lo sforzo di vederlo e il vero dilemma è perciò: sono disposto a perdere del tempo per vederlo, se non lo vedo c’è qualche sfumatura della storia che perderò e che valeva la pena di essere vista?

    Il punto essenziale, infatti, è che non è un dilemma morale in scena qui, ma un dilemma nella deliberazione pratica.

  2. Alex Grossini @ 2010-08-26 21:09

    divido in punti la risposta:

    1. non sono convinto che la regola aurea sia un dispositivo deontologista. la vedo plasmabile nelle diverse tradizioni. in genere, la si considera common sense, e il common sense, diceva sidgwick, è un intuizionismo che in pratica è un utilitarismo popolare/popolano.

    2. nessun esperimento mentale ha mai aggiunto niente di nuovo. e a dirla tutta, gli esperimenti non vogliono aggiungere cose nuove, ma testare ipotesi già formulate.

    3. mentre pensavo a questo film/telefilm/racconto, mi venivano in mente proprio i dilemmi del trolley (traducono tutti “carrello”, ma è un tram), e la distinzione tra fare e permettere (uccidere/lasciar morire, eutanasia attiva/passiva… e così via). gli – esperimenti di hauser secondo me hanno provato una cosa (non tutte quelle che pretende lui, che nemmeno necessitano di essere provate): che agiamo in base al senso di colpa. non ci piace sentirci in colpa. tutto moral minds per me dice questo e basta. che non è poco, comunque.

    in realtà m’era venuto in mente anche un altro esperimento di un paio d’anni fa, di kristen bell spiegato anche su PEASoup. ma è meno pertinente (ci sono anche lì pulsanti da premere). volevo anche metterli nel post ma se dicevo tutto io poi la gente non risponde, che per essere un blog orientato alla pratica e alla discussione pubblica, c’è ben poca discussione pubblica su temi pratici… ma noi ci proviamo, gettiamo esche, vediamo se qualcuno abbocca.

    4. i dilemmi pratici per me sono dilemmi morali. non c’è un livello ulteriore di moralità, finisce tutto alla deliberazione.

    5. non so se vale la pena di vedere il film. io non l’ho visto :D

  3. La tentazione sarebbe di rispondere con Hofstadter:
    Quanto è grande l’anima di quello che devo far morire?
    Affronterei però il tema “Quanto deve essere sconosciuto il danneggiato perché io non mi senta in colpa per averne tratto beneficio? da un punto più interessante, almeno per me:
    Ovvero alla Dostoevskij (scrivetelo come più vi piace):
    Il gruzzolo visto legato ad eventi fuori dal nostro controllo e mai come partecipazione alla redistribuzione di un beneficio prodotto.
    Come conseguenza diretta vedo giungere la questione relativa: Chi dovrebbe pagare il milione e soprattutto perché? E di conseguenza: Quanto pagare, o essere danneggiato, affinché il danno da me causato (a conosciuti o non) possa essere accettabile moralmente?
     
    Un Sorriso

  4. Gian Paolo Terravecchia @ 2010-08-27 15:51

    Caro Alex,
    circa 4, temo di non essermi spiegato e di essere stato perciò frainteso.

    Prendiamo ad esempio il caso della madre che deve scegliere quale figlio sopravviverà, non potendo salvarli entrambi. Direi che è di fronte a un dilemma morale: in gioco c’è, poniamo, la vita del figlio Luigi e la vita della figlia Carla. Se sceglie di salvare uno, l’altra morirà e viceversa. Di fronte al comando morale: “prenditi cura dei tuoi figli”, lei è destinata a sicuro fallimento e ciò che le resta è solo decidere come fallire. Certo, si può rileggere la situazione alla luce del principio “ad impossibilia nemo tenetur”, così da scagionarla quanto alla responsabilità. Però questo non toglie il fatto che in situazione lei dovrà decidere e le alternative saranno oggettivamente dilemmatiche.

    Se uno studente deve scegliere, poniamo, tra il dovere di fare i compiti e il piacere di giocare a Starcraft II, beh non è di fronte a un dilemma morale, ma ha a che fare con un dilemma della deliberazione. Gli è chiaro che deve fare i compiti, ma è tentato di giocare. Se l’acrasia l’avrà vinta, giocherà.

    Chiarita la distinzione, ritorno alla mia conclusione: il film non propone un dilemma morale, ma un dilemma della deliberazione pratica: è chiaro cosa si dovrebbe fare, ma non è chiaro se se ne sarà capaci.

  5. Alex Grossini @ 2010-08-27 17:24

    @GP: secondo me invece non è così chiaro cosa si dovrebbe fare. magari è chiaro cosa vorremo che una persona facesse messa in quella condizione.

    la madre che deve scegliere quale figlio far vivere è di fronte a un problema, anzi a 2:

    - un figlio morirà (indipendentemente dalle sue scelte, dai suoi desideri, da tutto quello che può fare)

    - ha bisogno di un criterio per decidere quale dei due

    La seconda è una posizione sgradevole, la espongo ben sapendolo. La madre non è libera di scegliere di mantenere in vita entrambi, quindi questo livello non deve nemmeno prenderlo in considerazione, non è parte del dilemma. Allora può solo sperare di trovare un modo di scegliere quale dei due figli è sacrificabile per la vita dell’altro. Ha bisogno di capire come decidere. Non è un problema morale, ma un problema di deliberazione.

    Poi diventa come il test della Kobayashi Maru: per riuscire nel test, bisogna “imbrogliare”, ma non è un imbroglio, è una soluzione creativa al dilemma di deliberazione (cambio le condizioni iniziali che mi intrappolano, se riesco a farlo in qualche modo illuminato).

    Lo so: ho appena detto che non c’è differenza tra scegliere quale figlio deve morire e scegliere se studiare o cazzeggiare.

    @il più Cattivo: bravo! Se oltre alle domande hai anche le risposte… :D Seriamente, i punti che hai proposto sono centratissimi: la questione del dilemma è proprio quale valore diamo ai nostri valori. C’era un wrestler (pensa, citare i wrestlers nella discussione filosofica…), Ted DiBiase, che impersonava sul ring The Million Dollar Man: il suo motto era “tutti hanno un prezzo”. Il prezzo di Norma è più basso di quello di Arthur, ma anche Arthur alla fine uccide, la persona che (probabilmente dopo il figlio) ama di più. Il suo prezzo è forse più “nobile” di quello di Norma (lui vuole il bene del figlio, lei i soldi).

    Il concetto della distanza del danneggiato è piuttosto radicato in filosofia morale. Non è solo la questione cui accennavo del senso di colpa. Smith parla di cinesi e pollici (non ricordo dove, pietà!). Se fossimo “morali” in un senso molto forte, incorruttibile, oggettivo – la morte o il malessere di un cinese dovrebbero avere un peso maggiore di un taglio che ci facciamo sul pollice quando affettiamo pane e salame. Ma non è così. Semplicemente, le condizioni non ci mettono in grado di fare qualcosa per il cinese, per il lontano. Da questo, tutta la discussione su egoismo razionale, individualismo, liberalismo… ma mi fermo qui.

  6. Gian Paolo Terravecchia @ 2010-08-27 21:42

    hem, no: “sgradevole” è un termine infelice qui. Il termine appropriato è “tragica”.

    Detto questo, ogni dilemma morale è un dilemma della deliberazione. Non si distingue tra dilemmi morali e dilemmi della deliberazione guardando a cosa succede alla deliberazione, ma guardando a ciò che confligge. Se si fa così, si nota l’asimmetria tra i due casi (quello della madre sventurata e quello dello studente svogliato), che invece al tuo modo di sistemare le cose sfugge, come tu stesso ammetti.

    Prendo poi atto del tuo diabolico citare il test della Kobayashi Maru, ben sapendo che non avrei potuto resistere alla tentazione di ribattere. :-) Ora, il test è un finto test: non si può superare. E’ una lezione didattica travestita da test. Kirk o era sciocco e non l’ha capito, o era un mattacchione e ha fatto finta di non capire e ha trovato una soluzione originale e stimolante quanto si vuole, ma non a tono. Non ha superato QUEL test, ne ha superato uno che si è creato da sé. Lo avrebbe superato se avesse fallito. L’attenzione lì non è tanto sul dilemma, quando sulla possibilità di trovare soluzioni di uscita sciogliendo il dilemma. In quel caso la riscrittura del contesto generativo del dilemma non è un’opzione valida, perché porta a giocare un altro gioco.

  7. Alex Grossini @ 2010-08-28 08:34

    non è che la distinzione sfugge al mio modo di vedere, è che proprio la escludo volontariamente ;)

    sul resto andrei troppo off topic nella mia risposta (ne avevo già approntata una, parlando di giochi, soluzioni creative, teoria dell’incompatibilità, doping e moto, simpamina…), quindi mi tengo tutto per un eventuale futuro post.

  8. mumble… mumble…film e libro costituiscono vilipendio contro la Prima Mela, evidentemente. Intendo quella di Adamo ed Eva, ovvero la nascita del libero arbitrio, con tutte le sue tragicomiche conseguenze che tutti conosciamo.El sueño de la razón produce monstruos? O è la ragione stessa, intesa come quella evoluzione (o involuzione, dipende dai punti di vista) che ha differenziato gli umani dal resto del Regno Animale, che produce mostri?Nessuna società animale ha mai progettato nulla di simile ad un Olocausto. Temo che Goya si sbagliasse. Non è il sonno della ragione a generare mostri, mostruosità e aberrazioni. E’, purtroppo, la ragione stessa. Se la ragione fosse salvifica, non sarebe mai potuto accadere che popoli interi si fossero assuefatti e abituati alle discriminazioni prima e agli orrori dopo di regimi come Nazismo e Fascismo, tanto per rimanere in tema ed evitare, manzonianamente, di fare accenno ad un non roseo presente. :-P Non esiste La Ragione. Esistono tante ragioni. La bottega di un fioraio a qualcuno può apparire romantica. A me fa l’effetto di una macelleria: è un luogo di morte, di creature estirpate alla vita. Chi ha Ragione?

  9. Alex Grossini @ 2010-09-07 07:39

    il discorso si allarga parecchio. non vedo tutta questa differenza tra animali umani e animali non umani. se il male che facciamo è un salto qualitativo, non ci sarebbero esempi di “crudeltà” tra gli altri animali, e invece, per esempio, tra leoni e orsi quando un maschio diventa il nuovo maschio alfa e si prende una compagna si premura di far fuori i cuccioli dell’altro maschio. capire perché. sarà il gene egoista? ma il gene egoista vuole solo trasmettersi, non c’entra niente che altri geni si siano trasmessi se non sono minaccia diretta (e gli altri cuccioli non lo sono). sarà un messaggio? ma allora questo implica un’intelligenza che prevede lo sviluppo delle relazioni interne al gruppo, e non è certo da meno di quella dei nazisti che progettarono l’olocausto. sarà pura crudeltà? e allora non si può incolpare la razionalità. perché l’assuefazione che citi non è prodotta dalla capacità di ragionare delle persone, ma da tendenze al conformismo più volte dimostrate esistenti. non ci ragioniamo, semplicemente ci adattiamo alla situazione. ovviamente ci sono modi di aggirare la ragione e fare in modo che le persone si adattino, agendo sui loro “pregiudizi” (goebbels avrebbe fatto i miliardi vendendo auto usate, per dire)(e senza neanche tv!).

    se allora è un salto solo quantitativo, di nuovo la colpa non è della razionalità in sé. la quale peraltro ci ha dato tante cose buone (i peanuts, per esempio :) ).

    il problema, come fai notare alla fine del commento, sono i concetti espressi con la maiuscola. o meglio: il problema sono quegli individui che esprimono concetti con la maiuscola.

    e dunque la mia domanda diventa (anzi, ritorna): ma allora, quali motivi abbiamo per non premere quel pulsante? ;)

  10. Il conformismo non ha mai prodotto stragi, terrorismo o olocausti, ma ne ha permesso l’attuazione. Attuazione di qualcosa che è l’opposto del conformismo, ovvero una reazione di non adattamento ad uno status quo. 

    Questa violenza programmata, con uno scopo sciente e cosciente (ovvero niente a che fare con orsi e leoni, che agiscono per istinto di sopravvivenza e al momento non sembra abbiano un piano per conquistare il mondo) è sempre innescata da tentativi di sovvertimento di un potere costituito, culturale, economico, religioso o politico che sia.

    Di signori Lewis è pieno il mondo: pensiamo solo a tutti i capi e capetti di industrie e fabbrichette che sversano abusivamente rifiuti tossici. Questi sono dei Lewis che premono il bottone perché hanno identificato la salvezza propria e dei propri cari con il Dio Denaro. E credono che il prezzo sia giusto: uccidere persone sconosciute che respireranno, mangeranno, si impregneranno di quei veleni che loro (i para-Lewis) avrebbero dovuto inertizzare se non evitare del tutto di produrre. 

    “Inquina? Fatti tuoi” recita il rap adottato da una pubblicità di suv alternativi. 

    E invece no. Non sono mai “fatti tuoi”. Tutti i fatti che riguardano un sistema chiuso, sono fatti di tutti. E, guarda caso, la Terra è un sistema chiuso, un pianeta, con risorse limitate ed un equilibrio da rispettare, pena l’estinzione.

    Di conseguenza, presto, il capetto della fabbrichetta che sversa rifiuti tossici morirà, con tutta la famiglia, del cancro che lui stesso ha seminato.

    E per rispondere al quesito, Alex, direi che questo possa costituire UN OTTIMO motivo per non premere il bottone.

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