Capabilities vs. benessere

Sen dedica alla critica dell’approccio welfarista un intero capitolo della terza parte di The Idea of Justice, il capitolo 13 “Happiness, Well-being and Capabilities”. I sue due argomenti sono sempre quelli ben conosciuti, elaborati nelle Tanner Lectures (Equality of What) e poi in Inequality Reexamined (La diseguaglianza). In questo post ci occuperemo del primo argomento, quello più noto e discusso. Dopo una breve presentazione degli argomenti di Sen porrò la seguente domanda: anche ammettendo che la critica di Sen nei confronti del benessere è adeguata, tale argomento fornisce ragioni conclusive per adottare una metrica di capabilities? Come vedremo la risposta è no, perché esistono almeno due alternative percorribili.

La critica di Sen di cui ci occupermo ora riguarda unicamente le teorie soggettive del benessere, cioè quelle teorie che definiscono il benessere di un soggetto (la bontà della sua vita per lui) in funzione dei suoi stati mentali (piacere o preferenze). Come abbiamo visto, si assume che la giustizia sociale possa essere espressa da principi di giustizia distributiva, cioè criteri che prescrivono come devono essere distribuiti i beni in una società. Ogni principio di questo tipo include una funzione (ad es. eguaglianza, eguaglianza leximin, massimizzazione, etc.) e una metrica, cioè il tipo di stati o oggetti che devono essere distribuiti secondo tale funzione (divisi in parti eguali, distribuiti secondo il leximin, massimizzati, etc.) La tesi di Sen è che il benessere concepito come stato soggettivo non fornisce la metrica adeguata.

Come abbiamo visto negli altri due post dedicati all’argomento (qui e qui), la scelta di una metrica può riflettere considerazioni di tipo diverso. Assumeremo in partenza che le metriche possono essere relazionali. In tale ottica, la metrica non deve necessariamente essere identificata con gli scopi degli individui o ciò che è più direttamente rilevante per loro. Piuttosto, esse vengono giustificate dal fatto che permettono di raggiungere l’equilibrio riflessivo generale, cioè l’assenza di contraddizioni tra i principi e le nostre convinzioni morali specifiche, raggiunte dopo un’adeguata riflessione.  A partire dalle Tanner Lectures, Sen ha sostenuto che la scelta di una metrica dovrebbe essere basata sul ragionamento seguente: assumendo che la giustizia distributiva possa essere formulata attraverso un principio egalitario, quale dovrebbe essere la metrica di tale principio? Quindi l’argomento a favore di una metrica è che essa fornisce il valore adeguato della variabile “metrica” in una equazione egalitaria plausibile.

La metrica basata sulle risorse era stata rifiutata in quanto ci obbliga a formire le stesse risorse a Tiny Tim e a Tom, uno dei quali (Tiny Tim) è affetto da una grave disabilità. Una metrica di benessere invece attribuisce a Tiny Tim più risorse che ha Tom, assumendo, come sembra plausibile, che Tiny Tim abbia bisogno di maggiori risorse per ottenere gli stessi livelli di benessere di Tom. Quindi in questa circostanza e dati tali assunti, la metrica di benessere funziona in modo adeguato. Tuttavia, alcuni individui hanno preferenze costose che richiedono più risorse per essere soddisfatte. Supponiamo che nel nostro paese ideale, che adotta l’eguaglianza di benessere, dobbiamo dividere le risorse tra Tom e Julia Ciccone, una donna proveniente da una famiglia ricchissima, immigrata di recente nella nostra società egalitaria, e abituata a livelli altissimi di comfort (ad esempio, riesce a rilassarsi solo in un hotel a cinque stelle). Poiché le preferenze di Julia Ciccone sono più difficili da soddisfare di quelle di Tom, finiremo per fornire maggiori risorse a Julia Ciccone, e ciò non è plausible, come sostenuto da Rawls, argomento che Sen appare accettare (in Equality of What) (stranamente Sen non menziona l’argomento degli expensive tastes in questo capitolo). Come se non bastasse, abbiamo supposto fino a qui che Tom e Tiny Tim ottenessero livelli diversi di benessere dalle stesse risorse. Ma supponiamo che Tiny Tim abbia un temperamento solare e che si sia talmente ben adattato alle sue circostanze da avere bisogno delle stesse risorse di Tom, a dispetto della sua disabilità, per conseguire lo stesso livello di benessere. In tal caso una metrica di benessere, come quella di risorse, non potrà giustificare una distribuzione ineguale tra Tiny Tim e Tom. Quest ultimo esempio mostra che un ulteriore problema problema della metrica welfarista è che gli esseri umani tendono a modificare le proprie preferenze in funzione delle circostanze. Tipicamente un individuo sfavorito nella distribuzione delle risorse finirà per modificare le proprie preferenze in modo tale da trovare la propria condizione sopportabile. Si tratta del noto fenomeno delle preferenze adattative, uno dei due argomenti che Sen fa valere contro la metrica di benessere (p. 282- 283) (l’altro è quello della maggiore inclusività delle capabilities, di cui ci occuperemo nel prossimo post). Per questa ragione, l’eguaglianza di benessere rischia di penalizzare gli individui marginalizzati e gli oppressi due volte: se in una società ingiusta si sono adattati a vivere con risorse inferiori a quelle degli altri, nel nostro paese ideale (che a questo punto non ci appare più tanto ideale) riceveranno meno risorse degli altri.

Il motivo per cui una metrica welfarista attribuisce maggiori risorse a Julia Ciccone che e a Tom (o a Tiny Tim) è che, per un certo verso, il problema di chi ha preferenze costose come Julia Ciccone, non è diverso da quello di chi ha un handicap: entrambi trasformano le risorse in benessere in modo poco efficiente. Ma mentre nel caso di un individuo affetto da disabilità ci sembra intuitivamente giusto che la società fornisca risorse atte a compensare tale deficit, nel caso di Julia Ciccone non lo sembra affatto. Il problema, afferma Sen, viene superato adottando una metrica che in qualche modo si situa a metà tra le risorse e il benessere, cioè le capabilities.

Cosa pensare di tale argomento? In primo luogo, si noti che esso vale come argomento a favore delle capabilities soltanto se si accetta l’argomento (relazionale) contro le risorse. Ma poiché tale argomento, come abbiamo visto, non fornisce ragioni conclusive per rifiutare un approccio “pluralista” come quello di Rawls (in cui si usano metriche diverse a seconda dei problemi, ad es. variazioni di capacità nella gamma normale e disabilità vengono trattati in modo diversi), qualcuno potrebbe accettare tale argomento contro il benessere ma continuare a rifiutare il capability approach.

Ma veniamo alla obiezione più importante. Il problema di trovare una metrica che risolva il problema di triangolazione tra Julia Ciccone, Tiny Tim, Tom, ha una diversa soluzione, cioè che il benessere può essere interpretato in termini più oggettivi. Ad esempio potremmo richiedere che le preferenze e gli stati di felicità siano informati, cioè basati su una visione corretta della realtà. Forse, se Tiny Tim si rendesse conto appieno degli svantaggi che comporta la sua disabilità, non sarebbe così felice. Questa replica però ha un problema: è offensiva della dignità delle persone disabili, in quanto interpreta la loro capacità di adattamento come un deficit cognitivo, cioè come l’atteggiamento della volpe con l’uva acerba. (Forse questo modo di intendere le preferenze adattative è più plausibile nel caso in cui, al posto di Tiny Tim, si consideri una donna cresciuta in una società patriarcale, che è soddisfatta perché le è stato inculcato che quello è l’unico modo in cui una donna può realizzare se stessa.) Dobbiamo allora interpretare il benessere in maniera ancora più oggettiva: come il fatto che la propria vita contenga uno o più “beni oggettivi” (si veda l’appendice IV di Ragioni e Persone di Parfit  e Arneson, Richard J. “Human Flourishing versus Desire Satisfaction.” Social Philosophy and Policy16, no. 1 (1999), Griffin, James. Well-Being: Its Meaning, Measurement, and Moral Importance. Oxford: Claredon Press, 1986 e la concezione di felicità di Aristotele nell’Etica Nicomachea). Per chi sostiene una concezione oggettiva del benessere, il benessere non consiste nella soddisfazione di preferenze (attuali o informate). Esso non consiste neppure esclusivamente nel possesso di stati di piacere. Il benessere (well-being o welfare) è funzione del possesso di beni oggettivi, come l’esercizio eccellente di talune attività cognitive (Aristotele), la conoscenza o gli “accomplishments” – il raggiungimento di scopi dotati di valore (Griffin).

Si potrebbe arrivare a pensare che fra la concezione oggettiva del benessere e le capabilities di Sen non vi sono differenze rilevanti. Ma ciò è negato da Sen, che ritiene che le capabilities siano un indice migliore del benessere, per alcune ragioni che esploreremo nella quarta e ultima parte di questa serie di post.

 

Chi è Michele Loi

Michele Loi ha scritto 24 post in questo blog.

Dopo il dottorato in Teoria Politica alla LUISS (Roma) ho iniziato una collaborazione con il CESEP sui temi della genetica e del potenziamento in riferimento alle questioni di giustizia sociale. Per qualche notizia in più potete visitare http://unisr.academia.edu/MicheleLoi

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  1. [...] si diceva nel post precedente sull’argomento, Sen ritiene che le capabilities siano da preferire al benessere perché le [...]

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