La dipartita di Francesco Cossiga è stata seguita da alcuni fitti giorni di riflessione attorno alla sua figura. A fronte di una minoranza di voci critiche, come quelle di Massimo Fini e Nando Dalla Chiesa, e di ricordi in chiaroscuro come quello di Eugenio Scalfari, è indubbiamente prevalso sulla stampa maggiore il registro dell’elogio. Mi sembra che, nella pur grande differenza di prospettive, gli interventi abbiano concordato nel sottolineare, quali meriti della figura di Cossiga, la sua acuta intelligenza da realista politico, la grande vis critica del suo sarcasmo, la sua abitudine a “parlare fuori dai denti”, e cioè a dire le cose come stanno, senza infingimenti, senza le ipocrisie e le doppie morali che hanno così fortemente caratterizzato la Prima Repubblica, dalla quale egli pure proveniva.
Accanto alle ben note uscite “di colore”, quest’attitudine lo portò in più d’una occasione ad affermare pubblicamente che nella politica vera, nella politica che è costretta a prende decisioni tragiche ed irreversibili, il fine giustifica i mezzi: affermò di esser stato sin da subito consapevole che non trattando con le BR si stava mandando a morte Aldo Moro; propose di rivalutare positivamente la funzione storica della Stay Behind Net, nota in Italia come Gladio; ammise di essersi servito, quand’era Ministro degli Interni, dell’opera di “agenti provocatori pronti a tutto” infiltrati nelle manifestazioni studentesche allo scopo di farle degenerare in violenza, per poterle reprimere, in seguito, col supporto del consenso popolare. La minaccia costituita dal terrorismo brigatista, l’oggettivo pericolo di un’invasione dell’Europa occidentale da parte dell’Armata Rossa, l’evidente situazione di instabilità politica dell’Italia degli anni ’70 avrebbero richiesto e giustificato tali misure; negarlo sarebbe soltanto ipocrisia, hanno affermato taluni, e Cossiga tutto fu fuor che un ipocrita.
Anche ammettendo, in generale, che il fine giustifichi i mezzi, ed ammettendo, nel particolare, che i mezzi scelti in questi casi specifici siano stati i migliori possibili (il che non è affatto detto: quanti giovani si unirono alle BR per aver viste confermate le più cupe teorie sulla natura repressiva del potere dello Stato? Lo stesso Cossiga affermò di esser stato perseguitato da questo scrupolo) io mi chiedo: sono davvero da elogiare quegli uomini politici che scelgono di associare al realismo dell’agire la sincerità della parola? Sono davvero migliori quei politici che, se ritengono che per raggiungere un obiettivo più grande sia necessario trasgredire talvolta la morale nella grana quotidiana dell’esercizio del potere – “perpetuare il male per garantire il bene”, come diceva l’Andreotti cinematografico nell’ormai celebre monologo de Il Divo –, lo affermano senza remore e, anzi, fanno di questa convinzione un vanto?
Non si finisce, in tal modo, per sottovalutare il ruolo dell’esempio per la qualità della vita pubblica e della cultura civica di un paese? Scriveva qualche tempo fa Claudio Magris sul Corriere, in un editoriale dedicato apparentemente a tutt’altri argomenti: “Anche l’ipocrisia, pur spregevole, è pur sempre, com’è stato detto, l’omaggio del vizio alla virtù e indica che una società possiede almeno il senso dei valori o, più semplicemente, di quelle forme che non sono vuota o rigida etichetta”.
Potrà apparire singolare richiamarsi al valore dell’ipocrisia e della segretezza per criticare proprio chi, come Cossiga, ha teorizzato e praticato per tutta la sua vita politica il segreto di Stato come aspetto essenziale dell’esercizio del potere. La cosa apparirà, forse, meno paradossale tracciando una distinzione tra una ipocrisia concepita come strumento prudenziale per l’azione politica ed una ipocrisia che, invece, viene praticata come strumento d’educazione morale. Della prima troviamo testimonianza in Machiavelli; della seconda, mi sembra, in un passo dell’insospettabile Immanuel Kant.
Leggiamo nel Principe:
“Debbe, adunque, avere uno principe gran cura che non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità [ovvero pietà, fedeltà, umanità, integrità, religiosità], e paia, a vederlo et udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto relligione. E non è cosa più necessaria a parere di avere che questa ultima qualità. E li uomini in universali iudicano più alli occhi che alle mani; perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’” (N. Machiavelli, Opere, a cura di E. Raimondi, Ugo Mursia Editore, Milano 1966, p. 100).
Leggiamo invece nell’Antropologia dal punto di vista pragmatico di Kant:
“Gli esseri umani, nel complesso, quanto più sono divenuti civili, tanto più sono attori: essi assumono la parvenza dell’affezione, del rispetto per gli altri, della costumatezza, del disinteresse, senza per questo ingannare nessuno, poiché tutti quanti sono ben consapevoli che ciò appunto non corrisponde a un’intenzione del cuore; ed è anche decisamente un bene che così vadano le cose nel mondo. Grazie al fatto che gli uomini recitano questi ruoli, le virtù – di cui essi per lungo tempo non hanno che simulato artificiosamente la parvenza – finiscono a poco a poco per essere suscitate realmente, trapassando così nella disposizione del sentire”(I. Kant, Antropologia dal punto di vista pragmatico, a cura di M. Bertani e G. Garelli, Giulio Einaudi Editore, Torino 2010, p. 140).
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caro Dottor Ariano, non ho il piacere di conoscerla di persona ma gradirei molto parlarle. MI chiamo Anna Colonni,sono una ricercatrice di Ferrara,dove studio da 8 anni Forma e Formalità intese come Qualità nella Politica Italiana del secondo dopoguerra. La questione non va oltre la forma, la Forma è contenuto nel dopoguerra, il contenuto è sformatizzante rispetto al fatto che l’agire politico è sempre un agire Formale. Cossiga ebbe il merito di sformare senza sformazizzarsi,distinto e canuto com’era lei può vantare gli stessi attributi. Kant poteva farlo?e Le sembra il caso di citare Magris? che nessuno cita manco quando parla di lui?
se la civilizzazione, dapprima di forma, diventa sostanza (vale a dire: se la ripetizione abituale di alcuni gesti si trasforma in seconda natura, in carattere…)
e se cossiga ha ripetuto abitualmente alcuni gesti
possiamo dedurre che non fosse ipocrisia ma carattere?
(Mi scuso per il ritardo nel rispondere)E’ un punto di vista che mi pare possibile. Non sono sicuro però che ci intendiamo su una cosa (o magari sono io che ho capito male): se critico certi gesti ripetuti di Cossiga, ovvero quelli dell’ultimo Cossiga, del Cossiga “Picconatore”, lo faccio precisamente perché mi paiono troppo sinceri, perché non tengono presente il valore etico esemplare dell’ipocrisia. In sintesi, io vedo due Cossiga che, in epoche diverse, hanno indossato due maschere politiche molto lontane tra loro: 1) il “Cossiga Ministro degli interni”, che ricopre ruoli chiave in punti nevralgici del potere dello Stato e che ritiene di dover prendere decisioni immorali, e in quanto tali da tenere segrete, per garantire l’ordine e la sicurezza pubblica 2) il “Cossiga Presidente della Repubblica”, che ormai non maneggia più le leve del potere, che capisce di poter influire sul panorama politico più con le sue dichiarazioni ai giornali che con le sue decisioni e sceglie, quindi, di interpretare il ruolo di colui che “dice la verità” (un recente articolo lo ha acutamente paragonato al “fool” shakespeariano), ovvero la verità su ciò che davvero il potere è (quantomeno, per come lui l’ha concepito e praticato). Dal punto di vista storico è di certo una schematizzazione molto sommaria, ma mi pare permetta di abbozzare una distinzione etica più generale (che poi è quello che credo ci interessi qui) tra due concezioni opposte del valore dell’ipocrisia nella politica. Con l’ultimo Foucault, potremmo dire che Cossiga ha voluto giocare al ruolo del parresiasta: ma il parresiasta dev’essere il consigliere del sovrano, o il suddito, insomma qualcuno che non governa ed utilizza la verità per inchiodare chi governa e limitare il suo potere; non deve e non può essere il sovrano stesso – questa affermazione lo so che è un po’ buttata lì, se ne può discutere…
Grazie per il tuo articolo, e il link del tuo articolo su “Lo spazio della politica”, che tra l’altro contiene il link all’articolo di Limes, in cui ho trovato uno dei Cossiga più lucidi che abbia mai letto. Nell’ascoltare i commenti alla morte di Cossiga, mentre menzionavo alla mia ragazza il rapporto tra la sua figura e le dottrine Realismo politico, sono rimasto colpito dalla eterodossia e dalla paradossalità della sua figura. Uno dei principi del Realismo è che le apparenze della morale comune dovrebbero essere rispettate quando possibile, per ragioni consequenzialistiche. “Il Principe” non dovrebbe svelare le ragioni strategiche (realistiche) delle proprie scelte, ma fornire le giustificazioni che sono predette fornire il più ampio consenso possibile da parte della comunità. In questo modo il Principe finisce per rendere omaggio a una morale che non fa propria (e ad esserne indirettamente vincolato). Da questo punto di vista, il Realismo Manifesto di Cossiga è una posizione paradossale, perché nell’esporre pubblicamente le ragioni del Realismo, egli contraddice uno dei capisaldi di tale dottrina (n.b. Cossiga non può fare a meno di parlare in quanto statista, non può pretendere la distanza dell’accademico, perché le sue parole sono quelle di chi è stato “Principe”). Cosa ne pensi?Un’altra cosa. Grazie per l’osservazione su Kant, mi hai svelato un passaggio interessantissimo che non conoscevo e mi ha colpito molto. Infatti una delle posizioni più caratteristiche di Kant è la pretesa di pubblicità delle politiche pubbliche. Kant nega la validità morale e politica di un sistema di regole che devono la loro efficacia alla loro segretezza, che dipendano dal fatto che i loro fini e contenuti non siano noti ai più. (Perpetual Peace, appendix II” e “The Metaphysics of Morals, pt. 1, §43.) E’ interessante notare che tale posizione non è, secondo lui, incompatibile con un parziale “elogio della ipocrisia”. Ma la necessità di una sintesi sensata tra le affermazioni del filosofo di Koenigsberg suggerisce che il suo elogio abbia un senso e una portata diversa che nella tradizione realistica: interessante!
[...] suo post sull’ipocrisia, Raffaele Ariano ha sollevato un tema che si potrebbe formulare così: quanta sincerità può [...]
Sì, in effetti l’Antropologia mi ha spesso spiazzato con brani come questo, che contraddicono in modo piuttosto netto l’immagine abituale che si ha di Kant – lo stesso Kant che riteneva giusto rivelare ad un assassino il nascondiglio di un amico pur di non mentire. Anche se, devo ammetterlo, per rendere la citazione più efficace l’ho utilizzata in modo un pochino “vigliacco”, e cioè decontestualizzandola pesantemente. Nel suo contesto originale, infatti, non aveva a che fare con le politiche pubbliche, per le quali, come ricordi giustamente, vale il principio secondo cui “tutte le azioni che si riferiscono al diritto di altri uomini la cui massima non è compatibile con la pubblicità sono ingiuste”, ma con le relazioni sociali quotidiane. Nello stesso paragrafo Kant parla di cose come il “contegno”, la “costumatezza”, il “decoro” e la “cortesia”; siamo insomma all’interno di un generale elogio della galanteria, più che dell’ipocrisia politica. Detto questo, mi pare che facendo stridere il testo kantiano si possa trarre un’idea che Kant non avrebbe forse accettato, ma che può essere sensatamente desunta da alcune sue prese di posizione e che, come dici giustamente, permette di pensare ad un elogio dell’ipocrisia politica che avrebbe però un senso molto diverso da quello possibile in un contesto teorico realista. Per quanto riguarda la paradossalità del “realismo manifesto” di Cossiga (bella definizione, tra l’altro), sono perfettamente d’accordo, il nocciolo della questione sta proprio lì. Una spiegazione di questo “paradosso” potrebbe forse essere trovata in quello che dice Roberto nel suo nuovo post su Cossiga e Bernard Williams: intendo quando dice che spesso le rivelazioni di Cossiga non avevano tanto lo scopo di ristabilire una verità storica quanto di colpire obiettivi politici più o meno precisi (in una certa fase, si trattava – secondo la sua stessa testimonianza – di “picconare” il suo partito affinché si accelerasse la fine di un ciclo politico)”. E’ un aspetto che sottovalutavo nella mia ricostruzione, e che porrebbe l’infrazione di Cossiga ai dettami del realismo politico più sul versante dei moventi storici concreti che hanno caratterizzato il suo agire che su quello di una una nuova concezione del realismo politico in quanto tale. Se le cose stanno in questi termini, però, vanno ulteriormente ridimensionate le lodi a Cossiga che sono apparse nei coccodrilli di un mesetto fa, o quantomeno, vanno giustificate in modo un po’ diverso: le picconate, se piacciono, devono farlo perché concordiamo sul fatto che ciò che è stato picconato andava picconato davvero, e non perché erano un segno di veracità, o perché svelavano finalmente la verità. Grazie per il commento!