Che cosa ci fa la recensione di un libro di estetica, anzi di un’Estetica – intesa come trattazione delle principali questioni della disciplina – in un blog di filosofia pratica? Che l’estetica sia filosofia pratica è un’affermazione disputabile, sia che ne identifichiamo il compito con la riflessione sulla natura dell’arte, sia che concepiamo l’estetica come una teoria della sensazione. Il primo compito, infatti, si qualifica come essenzialmente teoretico, mentre nel secondo caso l’estetica sarebbe una particolare forma di gnoseologia. Il libro di Paolo D’Angelo mette in luce un diverso modo di concepire l’estetica, un modo compatibile, a mio parere, con la connotazione dell’estetica come filosofia pratica. Vediamo come.

D’Angelo spiega che “non tutti i giudizi dei sensi sono giudizi estetici” perché “sostenere che i termini estetici, come sgargiante, maestoso, elegante, seguono la stessa logica e le stesse condizioni d’impiego di termini come rosso, alto, pesante è certamente possibile, ma appare contro intuitivo. […] i secondi sono termini ‘estetici’ solo etimologicamente, perché hanno a che fare con la nostra percezione sensibile; evidentemente i primi, invece, sono ‘estetici’ in un altro senso, perché hanno a che fare col nostro modo di reagire a certi oggetti e di considerarli soddisfacenti o insoddisfacenti” (cap. 2, pp. 27-28). Secondo D’Angelo il denominatore comune dei predicati estetici è proprio e soltanto il fatto che essi hanno sempre una “curvatura valutativa” (40). L’estetica dunque non si può identificare con una pura dottrina della sensazione, perché la dimensione valutativa sembra inscindibilmente legata all’aspetto descrittivo delle nostre esperienze estetiche.

D’altra parte, è noto che molte opere d’arte contemporanea non sono distinguibili da oggetti che non sono arte tramite il riferimento a predicati estetici (per es. i ready-made e le opere di land art). Per questo motivo negli ultimi cinquant’anni si sono fatte strada le definizioni procedurali dell’arte, fondate sull’individuazione di proprietà relazionali, non sensibili, che permettono di ascrivere un certo oggetto al dominio dell’arte. Nel cap. 3 D’Angelo critica l’idea che le definizioni procedurali dell’arte siano prive di presupposti valutativi: egli sostiene che esse piuttosto occultano i propri presupposti valutativi. La definizione proposta dalla teoria istituzionale (per es. da George Dickie) implica che nel mondo dell’arte ci siano dei soggetti deputati ad attribuire valore alle opere d’arte, opere che proprio grazie a questa attribuzione fanno ufficialmente ingresso nel mondo dell’arte; la teoria storico-intenzionale di Jerrold Levinson, secondo cui è arte tutto ciò che è inteso avere un legame con l’arte del passato tale da giustificare il suo statuto di arte, semplicemente sposta l’onere dell’attribuzione del valore ai personaggi del mondo dell’arte del passato. Queste critiche preparano il terreno alla proposta centrale del libro. L’obiettivo polemico di D’Angelo è chiaro, ma una trattazione più analitica degli argomenti e contro argomenti che si possono avanzare per difendere le proposte istituzionalista e storico-intenzionalista avrebbe donato maggiore forza alla sua proposta.

La tesi centrale del libro è che “per sapere se qualcosa è arte o no, bisogna fare esperienza dell’arte” (cap. 4, p. 59). Le opere d’arte sono essenzialmente oggetti in grado di provocare esperienze estetiche. Talvolta queste esperienze sono parassitiche rispetto all’arte del passato, ossia sono riflessioni sullo stato dell’arte contemporanea rispetto a quella del passato, come nel caso dei ready-made (pp. 70-71). Anche questa tesi avrebbe potuto essere articolata più ampiamente: c’è un aspetto essenzialmente valutativo nella nostra esperienza delle opere d’arte “parassitiche”?

Nei cap. 5 e 7 l’autore indica le caratteristiche rilevanti dell’esperienza estetica. Primo, nell’esperienza estetica la nostra attenzione cognitiva si manifesta spesso nei termini di una riposta emotiva: nella nostra esperienza dell’arte conoscenza ed emozione non sono separate. Tuttavia, è raro che un’opera ci trasmetta vera conoscenza e ci provochi vere emozioni. Piuttosto, secondo D’Angelo, “l’esperienza estetica è una sorta di reduplicazione, di raddoppiamento dell’esperienza che solitamente compiamo, e […] in questa duplicazione i caratteri dell’esperienza vengono al tempo stesso attenuati ed intensificati. […] L’esteticità non è fatta di una stoffa diversa dall’esperienza comune, ma è una diversa organizzazione e finalizzazione di questa esperienza” (79). Ne segue che “l’arte non è conoscenza, ma piuttosto esercizio delle condizioni della conoscenza” (81). In secondo luogo, l’esperienza estetica è sempre un’esperienza di apprezzamento. L’apprezzamento estetico è inteso da D’Angelo in senso eminentemente kantiano e si accompagna a qualsiasi esperienza estetica, anche a quelle con un contenuto spiacevole: “dissonante, scioccante, sgradevole sarà il contenuto dell’esperienza che compiamo, non l’esperienza per se stessa, e d’altra parte la cattiva arte, semplicemente, non è arte, è non-arte” (78) – questo aspetto è ulteriormente sviluppato nel cap. 8, dove D’Angelo prende in esame il concetto di bellezza. Inoltre, per D’Angelo come per Kant, il giudizio estetico è sempre un giudizio disinteressato: “dire che il giudizio estetico è disinteressato non vuol dire che nell’esperienza estetica non conosciamo nulla e non proviamo nulla: vuol dire che l’apprezzamento non si rivolge a quel che impariamo o a quel che proviamo, non è fondato su questo, ma si rivolge al modo in cui le nostre esperienze sono state organizzate, decidendo se tale organizzazione è in sé soddisfacente” (104-5). Anche l’idea kantiana della pretesa di validità del giudizio estetico è preservata da D’Angelo. Il giudizio estetico non è logico, è un giudizio che esprime il nostro apprezzamento. Il motivo per cui formuliamo questo giudizio è attribuito al carattere intrinsecamente sociale dell’esperienza estetica, al fatto che il senso estetico è “un senso che siamo chiamati a costruire in comune con gli altri” (117). Lo scopo dell’esperienza estetica è “confrontare i giudizi, in vista di un accordo possibile fra di essi” (123). L’esperienza estetica dunque è definita come il luogo del confronto fra i giudizi estetici, luogo di costruzione di un senso estetico comune, di una sensibilità condivisa nei confronti degli aspetti estetici delle cose. Alla spostamento dell’attenzione teorica dagli oggetti e le loro qualità sensibili all’esperienza estetica D’Angelo accompagna alcune prese di posizione nei confronti di questioni assai discusse nell’estetica contemporanea – quali il ruolo dell’ontologia dell’arte, l’apporto delle neuroscienze e della prospettiva evoluzionista, l’interazione fra sfera estetica, morale e cognitiva – su cui qui, per brevità, sorvolerò.

Nell’ultimo capitolo emerge più chiaramente la presa di posizione di D’Angelo sull’estetica come filosofia pratica. Egli sostiene che sia la teoria romantica del primato dell’arte, fonte di conoscenza intuitiva, sia la teoria della morte dell’arte (Hegel) o della trasformazione dell’arte in filosofia dell’arte (Danto) abbiano origine nella stessa idea dell’arte come una forma eccezionale di sapere (p. 204). Secondo D’Angelo quest’idea va rigettata e la teoria delineata nel libro spiega perché e come: “se abbandoniamo l’idea che l’arte sia un’esperienza che si eccettua dall’esperienza ordinaria […] e la consideriamo al contrario una forma di arricchimento, intensificazione ed ampliamento dell’esperienza comune […] allora viene meno il bisogno di proiettare la straordinarietà dell’arte lontano dal presente, nel passato ormai inaccessibile o nel futuro che dovrà realizzarsi” (204). Queste considerazioni collocano l’arte dei nostri giorni in un territorio che non ospita esperienze straordinarie, ma certo procura esperienze dotate di valore: “la nuova situazione dell’arte, sottratta ai grandi compiti metafisici e utopici, la restituisce ad una dimensione in cui il valore che le riconosciamo diventa indispensabile” (208). Questo è vero di tutta l’arte, anche quella popolare e di massa e soprattutto anche quella poco riuscita. L’arte insomma, secondo D’Angelo, ci permette di familiarizzare con la sfera dell’attribuzione di valore, con il mondo dei giudizi singolari e non generalizzabili, che non impongono l’universalizzazione ma alludono ad essa come a una possibilità realizzabile solo attraverso la cooperazione e la condivisione delle opinioni e delle esperienze. D’Angelo ritiene che in particolare le ricerche di ontologia dell’arte dovrebbero orientarsi maggiormente verso le singole pratiche artistiche (cap. 9).

Il libro ha il pregio di affrontare in maniera chiarissima le principali questioni dell’estetica e della filosofia dell’arte e di delineare una proposta originale che è messa a confronto con alcuni dei più recenti argomenti di dibattito. La trattazione è sintetica, come si conviene a una collana editoriale dal carattere introduttivo quale la Biblioteca Essenziale di Laterza. Mi auguro che D’Angelo voglia in futuro presentare la propria proposta in una trattazione più articolata, confrontandosi in maniera più diretta con la letteratura critica. Sarebbe un bel regalo per tutti gli appassionati di questa disciplina.

Paolo D’Angelo, Estetica, Laterza (Roma-Bari, 2011), pp.  238, euro 15, ISBN 978-88-420-9606-1

 

 

Chi è Elisa Caldarola

Elisa Caldarola ha scritto 13 post in questo blog.

Elisa Caldarola (1981) è titolare di un assegno di ricerca al Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell'Università di Padova. I suoi interessi di ricerca riguardano l'estetica e la filosofia dell'arte, la teoria del valore in campo estetico ed etico, la filosofia della mente e della percezione e l'ontologia. Altri temi che la appassionano sono i rapporti fra mondo scientifico e società, la teoria e critica delle arti visive contemporanee, il dialogo fra arte e scienza.

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2 comments until now

  1. Davide Quattrocchi @ 2011-07-04 15:05

    Ringrazio innanzittutto Elisa Caldarola per la sua recensione attenta e puntuale. Le chiedo solamente un piccolo chiarimento e una valutazione.  Quando D’Angelo scrive:

    l’esperienza estetica è una sorta di reduplicazione, di raddoppiamento dell’esperienza

    sta abbracciando una cripto-teoria dell’attitudine estetica? D’Angelo crede ancora all’ipotesi trascendentale o si torna al Greenberg di Homemade Esthetics (con tutte le sue contraddizioni e il suo empirismo kantiano)?

  2. Elisa Caldarola @ 2011-07-09 08:41

    Caro Davide, intanto scusa se ti rispondo così tardi. Quello che ti posso dire è che D’Angelo respinge le critiche di Dickie all’idea di “aesthetic attitude” (a questo ho accennato nella recensione) e pone l’accento su comportamenti estetici in culture che non possiedono una teoria estetica (v. fine del capitolo 4). Non saprei qualificare ulteriormente la sua proposta se non azzardando. 

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