Jonathan Safran Foer, Se niente importa. Perchè mangiamo gli animali?, Guanda 2010, pp. 363, 12 euro, ISBN 978-88-6088-275-2

Il consumo di carne è moralmente accettabile? Questo è il problema di cui si occupa Se niente importa, un libro di argomento filosofico scritto con finezza e agilità – nonché ampiamente argomentato – da Jonathan Safran Foer, un celebre scrittore di narrativa americano. È una lettura che mi ha conquistata e persuasa della necessità di riflettere cautamente su quale posizione voglio prendere: continuare a mangiare carne e pesce con moderata attenzione alla loro provenienza, diventare vegetariana o vegana, o trasformarmi in una “onnivora selettiva” (segue spiegazione)? Certo non c’è bisogno di leggere il libro di Foer per porsi delle domande sul consumo di carne, ma allo stesso tempo credo si possa sostenere che non è immediato avvertire questo problema come una pressante questione morale, una questione che esige una risposta da ciascuno noi quanto prima. Trovo che il merito del libro di Foer stia anzitutto nel farci sentire l’importanza del problema, al di là della disposizione dei lettori a concordare con le posizioni dell’autore o meno. La lezione principale del libro è espressa ottimamente in questo passaggio:

Mangiare gli animali è, come l’aborto, una di quelle tematiche in cui è impossibile conoscere con assoluta certezza alcuni dei dettagli più importanti (quando un feto è una persona, e non più una persona potenziale? cosa prova davvero l’animale?) e che va a toccare i disagi più profondi di ognuno di noi, provocando spesso reazioni aggressive o di difesa. […] Ma inserendo i fatti in una storia, una storia di compassione o prevaricazione, o forse entrambe le cose, inserendoli in una storia sul mondo in cui viviamo e su chi siamo e chi vogliamo essere, allora potremo cominciare a parlare con cognizione di causa del perché mangiamo gli animali (pp. 22-23).

Storie di compassione o prevaricazione sono esattamente quelle che Foer racconta. La storia più violenta è quella dell’allevamento industriale e della pesca “moderna”. Negli Stati Uniti, dove Foer vive e ha condotto le sue ricerche, il 99% di carne, latte e uova sul mercato proviene dall’allevamento industriale, attività che contribuisce al riscaldamento del pianeta per il 40% di quanto non facciano i trasporti, e si qualifica così come la prima causa del cambiamento climatico. Se il concetto di cambiamento climatico è ancora oggetto di disputa, soprattutto negli Stati Uniti, lo stesso non si può dire degli studi che prevedono che, se ci sarà presto una nuova pandemia influenzale, com’è altamente probabile, questa avrà origine aviaria o suina. Non c’è ambiente migliore per la diffusione di un virus degli allevamenti in cui gli animali sono tenuti al chiuso in ambienti sovraffollati e in scarse condizioni igieniche. Questo è il mondo dell’allevamento industriale, descritto da Foer in maniera accurata e agghiacciante. Per quanto riguarda la cattura di pesci molto diffusi nel mercato, come il tonno e i gamberetti, con metodi come la pesca a strascico o con il palangaro, basti dire che pescare un tonno comporta l’uccisione di altre 145 specie di animali marini, e che per 1 kg di gamberetti pescati si uccidono 24 kg di altri animali marini. Inoltre, l’allevamento industriale di animali da macello e di pesci porta sul mercato un altissimo numero di carne infetta, a causa delle scarse condizioni igieniche degli impianti in cui gli animali vengono cresciuti, macellati e processati. Se ne deduce che mangiare carne e pesce indipendentemente dalla loro provenienza ha conseguenze dannose non solo per l’ecosistema, ma anche per la nostra salute. Se è certo che bisognerebbe potenziare e sostenere politiche che modifichino sostanzialmente il mercato della produzione e del consumo di questi alimenti, la scelta del singolo individuo di consumare o meno questi cibi potrà avere effetti determinanti solo se si riuscirà a formare una massa critica di vegetariani o vegani o di “onnivori selettivi”, ossia di persone che consumano esclusivamente carne e pesce che non provengono da allevamenti industriali e che non sono stati allevati o pescati con metodi devastanti per l’ambiente.

Foer dedica poi ampio spazio alle testimonianze di un’ampia sfera di soggetti coinvolti in prima linea: allevatori che seguono il metodo industriale, allevatori (pochi e sfavoriti dal mercato) che seguono i tradizionali metodi di allevamento e macellazione, macellatori, vegetariani che allevano animali da macello, vegetariani che costruiscono macelli, attivisti di organizzazioni per i diritti degli animali, e così via.  A queste si aggiunge una storia che appartiene alla famiglia di Foer: la nonna dell’autore, ebrea in fuga dai nazisti, si aggira per settimane nella campagna ucraina, soffre la fame e spesso si nutre di rifiuti. Un giorno un soldato russo le offre della carne, ma è carne di maiale e lei decide di non mangiarla. Al nipote perplesso di fronte a questa drastica decisione la nonna fa osservare che “se niente importa, non c’è niente da salvare” (p. 25). Questa battuta, che dà il titolo al libro, sintetizza il nocciolo della questione morale più controversa al centro dell’opera: è lecito mangiare gli animali? Possiamo accettare che gli animali soffrano perché noi possiamo cibarci delle loro carni? Possiamo decidere della durata della vita di un animale, anche a patto che la morte che gli infliggiamo non sia violenta (o sia il meno violenta possibile)? Osserva Foer:

Se tanto chi sostiene che gli animali non soffrono davvero quanto chi sostiene che soffrono può offrire ragionamenti coerenti e presentare prove convincenti, dovremmo forse avere dei dubbi sul fatto che gli animali soffrono? […] Penso invece che il punto essenziale stia semplicemente nel rendersi conto delle proporzioni di cosa c’è in gioco quando ci chiediamo “che cos’è la sofferenza”? (p. 87)

Concludo lasciando ancora una volta la parola all’autore, questa volta per accennare alla sua presa di posizione:

Mangiare è un atto sociale [...] Ma il cibo non è razionale. Il cibo è cultura, abitudine e identità. [...] Mi chiedo anche se non sia l’irrazionalità del cibo a essere la promessa più grande [...] la capacità di rifiutarlo può essere esattamente quello che desideriamo di più. [...] La questione del consumo di carne è in definitiva guidata dalle nostre intuizioni su ciò che significa raggiungere un ideale che abbiamo chiamato, forse in modo incoerente, “essere umano” (pp. 280-283).

 

Chi è Elisa Caldarola

Elisa Caldarola ha scritto 11 post in questo blog.

Elisa Caldarola (1981) è dottore di ricerca in Filosofia (Università di Padova, 2011) e ha conseguito un diploma di master in Comunicazione delle Scienze (Università di Padova, 2006). E' stata visiting researcher all'Università di Oxford (Queen's College, 2008) e attualmente collabora alla docenza dell'insegnamento di Storia dell'Estetica all'Università di Padova, in qualità di cultore della materia. I suoi interessi di ricerca riguardano l'estetica e la filosofia dell'arte (specialmente in area anglo-americana e in particolare il dibattito sulla rappresentazione pittorica), la teoria del valore in campo estetico ed etico, la filosofia della mente e della percezione e l'ontologia. Altri temi che la appassionano sono l'etica medica, i rapporti fra scienza e società, la teoria e critica delle arti visive contemporanee, il dialogo fra arte e scienza. Fra le sue pubblicazioni "Pictorial Representation and Abstract Pictures" (Proceedings of the European Society of Aesthetics Conference, 2010) e "Wittgenstein e la rappresentazione pittorica" in "Wittgenstein, l'estetica e le arti", a cura di E. Caldarola, D. Quattrocchi, G. Tomasi (in corso di pubblicazione).

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3 comments until now

  1. Gian Paolo Terravecchia @ 2011-08-12 12:31

    Mi rendo conto che magari quello che rilevo può sembrare il minore dei problemi che il testo di Foer può suscitare, però mi chiedo: davvero mangiare è un atto sociale? Mi pare che sia un atto che spesso compiamo in contesti sociali: le pratiche di preparazione presuppongono una socializzazione e anche, ovviamente, quelle di consumo. Dunque è chiaro: molto di sociale è coinvolto nel mangiare. Tuttavia il punto è e, mi pare, resta, che il mangiare non è un atto sociale. Non più che il bere o il dormire. Si tratta di un atto naturale e viene prima di ogni socializzazione e di per sé ne prescinde anche se fattualmente può e anzi solitamente si svolge socialmente. Del resto, anche gli animali non sociali mangiano. Se si ammette questo punto, e non riesco a vedere come lo si possa rifiutare (se, ad esempio, distinguamo tra mangiare e nutrirsi, allora “mangiare” diventa un termine già carico di teoria), ne seguono conseguenze importanti… Direi che il mio quesito non è così secondario come sembrava.

  2. Elisa Caldarola @ 2011-08-16 18:00

    Alla luce del testo direi che per Foer “mangiare” è un termine theory-laden, mentre “nutrirsi” non lo è. Comprendo il valore della distinzione fra ”atto sociale” e “atto compiuto in un contesto sociale”, ma non sono sicura che farebbe molta differenza per l’argomento di Foer. Nutrirsi è un atto che compiamo in un contesto sociale e così facendo, strada facendo, carichiamo quest’atto di teoria: nutrirsi diventa così mangiare, nell’accezione usata nel testo. In ogni caso questa è la mia lettura, il tema non mi sembra sia toccato esplicitamente da Foer.

  3. [...] Jonathan Safran Foer, Se niente importa. Perchè mangiamo gli animali?, Guanda, Milano 2010 [...]

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