Etica e nuova genetica è un libro che fa molte cose in poche pagine scritte con uno stile agile e pungente. L’obiettivo principale è quello di mostrare la debolezza degli argomenti sinora formulati dai filosofi contro le modifiche del genoma umano.

Grossini giustamente si preoccupa che il lettore lo segua nel suo percorso argomentativo e perciò fa precedere alla propria analisi una contestualizzazione. Per prima cosa, spiega sinteticamente di cosa parliamo quando parliamo di geni: le informazioni non basterebbero a passare un test di biologia, ma forniscono lo stretto indispensabile per la lettura di un testo filosofico che tratta di etica e genetica. Poi, Grossini spiega di cosa non parliamo quando parliamo di eugenetica oggi: non parliamo di eugenetica come “struttura politica pubblica progettata per sortire effetti sulla frequenza dei geni nell’intera popolazione” (25, cit. Garver & Garver, 1991). L’eugenetica come programma politico affascinò Platone e Campanella ben prima delle scoperte di Mendel e fu poi concepita come programma scientifico da Galton e praticata nel corso del XX secolo in alcune nazioni europee (in maniera notoriamente iperbolica dai governi nazi-fascisti) e negli Stati Uniti. L’eugenetica così intesa è il segno di uno Stato massimamente illiberale, che si arroga il diritto di decidere della vita, della morte, dello stile di vita e dei caratteri del corpo dei propri cittadini. Un diverso ambito d’uso del termine “eugenetica” fa invece riferimento alle conseguenze di alcune manipolazioni genetiche, per esempio le tecniche di riproduzione assistita.  Quando si decide quali embrioni impiantare, scegliendo i più sani o quelli con caratteristiche ritenute migliori, si opera in senso eugenetico. Tuttavia la tecnica è utilizzata come terapia preventiva in casi singoli, e non come strumento di attuazione di un programma politico. Se non abbiamo argomenti forti contro la scelta degli embrioni sani o migliori, ne consegue che quella praticata non è eugenetica “cattiva”, sottolinea Grossini.

Il terzo capitolo costituisce lo zoccolo duro del libro: Grossini si ispira alla proposta di Nicholas Agar e critica le obiezioni alla manipolazione genetica mettendo in luce le analogie che si pongono dal punto di vista morale fra la manipolazione genetica ed altre situazioni, che a differenza della prima non sono generalmente oggetto di critica. Tutti gli argomenti di Grossini rispettano i due pilastri dell’eugenetica liberale: 1) non si deve mirare al miglioramento di tutti i membri di una società, in base a un’unica idea di cosa sia meglio per loro, ma al miglioramento dei singoli individui in base a criteri individuali di scelta (scelta operata dagli individui stessi o dai genitori di futuri individui); 2) le manipolazioni genetiche sono ammesse purché non violino lo harm principle: si è liberi di scegliere per sé (o per un futuro individuo) purché le proprie scelte non facciano male a nessuno.

Così equipaggiato, l’autore considera per primo il paragone fra terapia (come cura, ma anche in senso preventivo) e potenziamento genetico (enhancement), e rigetta le critiche al potenziamento (inteso come terapia) motivate dall’impossibilità di individuare il beneficiario di tale terapia, dal momento che si interviene su una cellula che non è ancora un individuo. Grossini, con Agar, sostiene che gli embrioni, sani o malati, non sono individui, e che quindi non ha senso chiedersi su chi si agisce quando si manipolano gli embrioni. Chi bisogna avere in mente è solo un futuro individuo, che grazie alla manipolazione genetica potrebbe nascere senza malattie. Poi egli affronta l’analogia fra ciò che è manipolato geneticamente e ciò che è non-naturale, rigettando sia l’ipotesi che si possa stabilire una volta e per tutte l’essenza di ciò che è umano (e quindi considerare individui manipolati geneticamente come non-umani), sia l’ipotesi che la vita vada intesa come un dono gratuito che dobbiamo prendere così com’è per non snaturarne il significato (un’idea irrimediabilmente connessa a una prospettiva fideistica, secondo l’autore). In alternativa, egli abbraccia la proposta di Agar, secondo cui, per coerenza, “se riteniamo lecito lasciare immutate delle combinazioni genetiche nel genoma dei nostri bambini futuri, allora dovremmo ritenere lecito anche introdurre quelle mutazioni che lasceremmo immutate” (61, cit. Agar, 2004).

Infine, Grossini sostiene (contro Habermas, fra gli altri) che, se riteniamo lecito che i genitori cerchino di educare i propri figli in modo che raggiungano risultati che migliorino in qualche aspetto la loro vita (cognitiva, fisica, sociale), allora dovremmo ritenere lecito anche che i genitori introducano modifiche nel genoma dei loro figli tali da ottenere gli stessi risultati. Le modifiche genetiche, se ampliano le prospettive degli individui su cui sono praticate, sono auspicabili perché “è proprio la quantità di alternative disponibili […] a qualificare il potenziamento come tale e quindi a giustificarlo e a farlo ritenere ‘buono’” (73).

Per mettere alla prova la prospettiva liberale, infine, Grossini analizza il caso del doping genetico.  Egli sostiene che “lo sport è un luogo dove esprimere una superiorità” (96) e osserva: 1) che “nello sport abbiamo già introdotto innovazioni tecnologiche che non erano intese inizialmente […] e ciò nonostante non hanno distrutto la pratica” (97); 2) che “sappiamo già che l’atleta con il miglior corredo genetico vincerà quasi sicuramente, ma questo non ci crea problemi, non pensiamo che distrugga lo sport” (103-104). Grossini attacca dunque quanti sostengono che le manipolazioni genetiche (non importa di quale tipo) sugli atleti snaturerebbero la pratica sportiva stessa. Il principio regolativo a cui ispirarsi, secondo l’autore, è il seguente: nuove tecniche o modificazioni del corpo dell’atleta possono essere introdotte purché non trasformino la pratica originaria in qualcosa di completamente diverso. Il problema si pone prettamente a livello di contratto: se fra le regole di un gioco includiamo regole che vietano il potenziamento allora chi è potenziato viola le regole del gioco. In sostanza, accettare il potenziamento attraverso l’allenamento e quello (consapevole e consenziente) attraverso le manipolazioni genetiche o farmacologiche avrebbe lo stesso tipo di implicazioni etiche (posto che le manipolazioni non siano dannose per la salute e/o agli altri).

[Nei prossimi giorni posterò alcuni rilievi critici al testo nella sezione dedicata ai commenti.]

Alex Grossini – Etica e nuova genetica. Una posizione liberale – Bruno Mondadori 2011 – ISBN 9788861596047 – Euro 13,00

Chi è Elisa Caldarola

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Elisa Caldarola (1981) è dottore di ricerca in Filosofia (Università di Padova, 2011) e ha conseguito un diploma di master in Comunicazione delle Scienze (Università di Padova, 2006). E' stata visiting researcher all'Università di Oxford (Queen's College, 2008) e attualmente collabora alla docenza dell'insegnamento di Storia dell'Estetica all'Università di Padova, in qualità di cultore della materia. I suoi interessi di ricerca riguardano l'estetica e la filosofia dell'arte (specialmente in area anglo-americana e in particolare il dibattito sulla rappresentazione pittorica), la teoria del valore in campo estetico ed etico, la filosofia della mente e della percezione e l'ontologia. Altri temi che la appassionano sono l'etica medica, i rapporti fra scienza e società, la teoria e critica delle arti visive contemporanee, il dialogo fra arte e scienza. Fra le sue pubblicazioni "Pictorial Representation and Abstract Pictures" (Proceedings of the European Society of Aesthetics Conference, 2010) e "Wittgenstein e la rappresentazione pittorica" in "Wittgenstein, l'estetica e le arti", a cura di E. Caldarola, D. Quattrocchi, G. Tomasi (in corso di pubblicazione).

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7 comments until now

  1. Elisa Caldarola @ 2011-09-26 13:50

    Posto qui fra i commenti alcuni miei rilievi sul libro. Spero che l’autore del libro, che è anche uno degli animatori di questo blog, vorrà rispondere alle mie domande.Per
    quanto mi riguarda, non riesco a reprimere un certo scetticismo nei confronti
    di quello che chiamerei “l’ottimismo liberale” di Grossini. Facciamo un paragone
    con la pratica della chirurgia estetica: idealmente, gli interventi a scopo
    puramente estetico, dovrebbero modificare i tratti di chi vi si sottopone, in
    modo da soddisfare (nei limiti del possibile) il suo desiderio di apparire in
    un certo modo. È noto che le richieste dei pazienti tendono in larga parte ad
    assomigliarsi, benché le caratteristiche a cui tanti ambiscono si addicano a
    pochi. Il motivo per cui le richieste vanno tutte nella stessa direzione, a
    dispetto del buon gusto, è che c’è una forte spinta da parte del mercato verso
    l’adozione di specifici modelli estetici. Allo stesso tempo, le proposte dei
    chirurghi tendono ad appiattirsi verso i modelli imposti dal mercato, non solo
    per motivi di guadagno, ma perché i chirurghi stessi sono influenzati dalle
    idee imperanti nell’ambito della società in cui si trovano a vivere. La morale
    della storia è che per capire che cosa si addice a chi ci vuole discernimento,
    gusto, in campo estetico, un discernimento che va coltivato, e che non è
    semplicemente garantito a chi opera all’interno di una società liberale. Similmente,
    si può immaginare uno scenario in cui molte persone scelgono liberamente di
    sottoporsi a un certo intervento di potenziamento genetico, perché fortemente
    influenzate dai dettami del mercato, e in cui i medici propendano sempre più a
    consigliare a tale intervento , non solo perché alla ricerca di guadagni, ma
    perché influenzati dai medesimi modelli che si sono imposti sui loro pazienti. Posto che la questione che pongo sia fondata, mi chiedo come Grossini la affronterebbe.

  2. Elisa Caldarola @ 2011-09-26 13:53

    Una delle osservazioni con cui si chiude il libro mi ha messo a disagio. Grossini scrive: “C’è
    qualcosa di profondamente sbagliato nel commensurare i propri desideri alle
    proprie possibilità, per quanto tutta la filosofia “consolatoria” punti in
    questa direzione: stoici, buddisti, cristiani, pensatori che scoprono
    l’infelicità dell’essere umano cercano di proporre come soluzione la rinuncia
    ai desideri e l’accettazione dei limiti” (114). Perché “profondamente
    sbagliato”? Perché non ci premia dal punto di vista adattivo? Ma in base a
    quale principio è giusto fare quello che ci premia dal punto di vista adattivo?
    Abbiamo bisogno di sostenere che “l’accettazione dei limiti della ‘natura’ umana sia un errore in sé” (114) per ammettere un’eugenetica liberale? 

  3. Elisa Caldarola @ 2011-09-26 13:55

    Esprimo infine un dubbio in maniera molto sintetica: sospetto
    che, per rispettare lo harm principle,
    l’accesso alle modifiche genetiche andrebbe garantito universalmente, il che
    suona piuttosto utopico. E’ così?

  4. Alex Grossini @ 2011-09-26 20:51

    Vado per punti.

    1. Analogia con chirurgia estetica. La domanda è: “E se tutti scelgono gli stessi potenziamenti, come scelgono le stesse modifiche estetiche?”. Corretto? Se è così, come la affronto?
    1a. Non è vero che tutti scelgono le stesse modifiche estetiche. Come non è vero che tutti scelgono le stesse scuole (gli stessi potenziamenti “culturali”), e non è vero che tutti scelgono gli stessi sport (io sono italiano ma non gioco a calcio e lo trovo terribilmente noioso, addirittura stitico), e insomma non è vero che tutti si adeguano allo “stile” imperante. La realtà dei fatti ci mette di fronte a un mondo dove le persone hanno idee diverse di “vita buona” e scelgono in accordo alle loro idee, e la disponibilità di modifiche è così ampia da garantire che non ci sarà la tanto temuta uniformità.
    1b. Ma anche se fosse? Dove sarebbe il problema? Ammesso che la modifica sia in qualche modo potenziante, e cioè che apra il ventaglio delle possibilità di scelta per il potenziato, interessa a qualcuno se un altro ha gli stessi potenziamenti? Mi ricorda una vignetta che ho visto in rete sulla differenza tra maschi e femmine: due maschi si incontrano e scoprono di essere vestiti uguali, e si danno il cinque tutti contenti perché si sentono affini; due donne si incontrano e scoprono di essere vestite uguali, e immediatamente vengono alle mani perché è un peccato mortale avere lo stesso vestito. Dietro alla domanda c’è questa “impostazione femminile”? ;)
    1c. Ho problemi ad accettare che sia il mercato a costringere tutti a diventare uguali. Dall’altra parte potrebbero rispondere che il mercato non fa altro che offrire ai clienti quello che essi chiedono, quindi sono i clienti a stabilire il trend, non il mercato. E il chirurgo estetico, a meno che non abbia la stessa deontologia del dottor Nick dei Simpson, non fa piattamente quello che il cliente chiede, ma consiglia anche in base proprio alle possibilità fisiche del cliente. Non c’è coazione, ma un dialogo.
    1d. Dici: “Il motivo per cui le richieste vanno tutte nella stessa direzione, a dispetto del buon gusto…”. A dispetto del buon gusto? E chi ha deciso cosa è buon gusto?
    2. No, non c’entra l’adattamento. Si tratta di un pensiero esterno a quel libro, con altre motivazioni.
    3. Perché sarebbe utopico l’accesso universale alle modifiche potenzianti?
  5. Elisa Caldarola @ 2011-09-29 00:21

    Una replica per punti.1a) e c)  Il paragone con la chirurgia estetica nasce da una conversazione che ho avuto con un chirurgo maxillo facciale che mi ha persuasa del contrario: a sua detta le richieste tendono tutte ad assomigliarsi e molti professionisti si limitano ad accontentare il paziente-cliente (per quanto gli è possibile). Ma non ha senso disquisire su questo.1b) Probabilmente ciò che non riesco ad afferrare è l’idea di “allargare il ventaglio di possibilità di scelta”. Non sono sicura che l’ampiezza del ventaglio, per restare entro la metafora, sia qualcosa di definibile in qualsiasi condizione.  Che cosa significa ampliare le proprie possibilità? E’ il solito discorso della differenza fra arrivare in cima alla montagna in elicottero e arrivarci a piedi. Chi ha ampliato le proprie possibilità? Quello che ha volato e ha potuto mettere più impegni in agenda o quello che ha imparato ad arrampicarsi? Probabilmente tutti e due, solo che si tratta di possibilità diverse. Mi lascia perplessa l’eventualità di una situazione in cui le persone scelgano di ampliare il ventaglio delle proprie possibilità solo (o principalmente) in alcune direzioni.1d) Con “buon gusto” intendo “predilezione per l’equilibrio delle forme”. Un corpo aggraziato è più bello di un corpo sgraziato, privo di equilibrio, se consideriamo esclusivamente le caratteristiche oggettive del suo aspetto. Ed è di caratteristiche oggettive, credo, che il chirurgo parla con il suo paziente. Perciò, entro i ristretti limiti del discorso sui tratti fisici, ritengo si possa distinguere cos’è “buon gusto” (predilezione per una figura armonica) e ciò che non lo è. Poi la bellezza (in un senso che abbraccia qualcosa che va oltre la percezione di un equilibrio formale) sta nell’occhio di chi guarda, de gustibus non disputandum est, ecc. ecc.2) si può sapere di più di questo pensiero?3) banalmente: potrà mai essere economicamente sostenibile? “Utopico” non è la parola giusta. Ma mi basta usare “estremamente difficile da realizzare”. Ma forse ho spostato il discorso dal piano dei principi a quello di impossibili previsioni sul futuro. E questo, mi rendo conto, non è il punto del libro.

  6. Alex Grossini @ 2011-09-29 12:05

    Il ventaglio delle possibilità non è quello che sta di fronte al tizio che sale a piedi o a quello che sale in elicottero, ma davanti a quello che prima poteva salire solo a piedi e ora anche in elicottero. Può scegliere. Prima non poteva.

    L’idea che ti lascia perplessa è fallata alla base: dici proprio “ampliare solo (o principalmente) in alcune direzioni”, ma se è così, non è allargare. Casomai potrebbe essere approfondire. Io faccio proprio riferimento a un criterio puramente quantitativo: non mi interessa la strada che sceglie Pinco Pallino, mi interessa che ne abbia molte tra cui scegliere. Molte, diverse, giuste e sbagliate, dritte e storte, alte e basse, a piedi e in elicottero e nello zaino di uno yeti, sicure e pericolose, lunghe e corte, e così via. Semplice quantità. Che sia economicamente insostenibile è un altro discorso, valido, io credo, solo momentaneamente peraltro. Una tecnologia che oggi costa tanto, col tempo costerà meno. Il resto è questione di accorta pianificazione e distribuzione delle risorse. Politica, pratica, non teorica.
    Sembra evidente che, anche se sono disponibili tante alternative, gli individui tendono a sceglierne solo alcune, e quasi sempre le stesse. Ma, a parte il fatto che questo non è un errore della teoria quantitativa ma semmai della condizione umana (ammesso che sia un errore), non mi sembra che la quantità di alternative scelte tra quelle disponibili sia così ristretta o così malvagia (in ottica delle conseguenze). Esempio chirurgia estetica: non mi sembra vero che tutti scelgano le stesse cose, guardandomi attorno. Il fatto che il volto tirato di alcune donne e di alcuni uomini sembri uguale a tutti gli altri volti tirati, si può anche tranquillamente ascrivere alla forma dei volti umani, che sono di per sé molto simili, per il fatto di essere volti, perché apparteniamo alla stessa specie, ci siamo evoluti in contatto molto stretto e con scambi di sangue circoscritti ecc. Non è detto che sia la chirurgia che li trasforma. Il chirurgo tira la pelle, e il teschio sotto dà la forma. I teschi sono “tutti uguali”. Quindi, i volti sono tutti uguali. Per “colpa” del chirurgo o dell’evoluzione?
    Senza contare poi che nessuno può obbligare nessun altro a subire interventi medici (ah, se lo ricordassero i difensori della vita a tutti i costi…), quindi non è necessario andare dal chirurgo. Ci va solo chi ha un certo criterio di bellezza, quindi è logico che tutti quelli che ci vanno chiedano più o meno le stesse cose. Ma tutti quelli che non ci vanno? Non possiamo derivare da un campione statistico così ristretto un trend universale.
    Ma quello che dicevo è: anche ammesso che tutti scelgano gli stessi potenziamenti, dov’è il male? Sempre ammesso che quei potenziamenti servano ad ampliare il ventaglio delle possibili scelte, che problema c’è a “essere tutti uguali”?
    Mi puoi rispondere che è brutto. Ma a parte il fatto che “brutto” non è una categoria etica valida in tutti i sistemi, c’è sempre il discorso “brutto per chi?”, e “Chi lo dice?”, e “Come lo dimostri?”. Qui parli dell’armonia. E allora la questione diventa: l’armonia è un criterio estetico che non è condiviso da tutti. Agli Atzechi piacevano i denti marci e i crani deformati. I Kayan usano allungare i colli aggiungendo pian piano degli anelli per distanziare le vertebre. Moltissime popolazioni (i polinesiani sono famosissimi) usano i tatuaggi a scopo decorativo. Il bodybuilder professionista è secondo molti deformato, ma le giurie votano proprio quello meglio “deformato” in base a un bello estetico che probabilmente non condividi. Non hanno buon gusto? Loro potrebbero dire “Ah, ce l’avresti tu?”. Hai un gusto, che sia buono o no non c’entra. Perché “buono” è una categoria morale, e usandola classifichi i sistemi tuoi e di altri gerarchicamente, restringendo il ventaglio delle possibili scelte. A me piace una ragazza fatta così e cosà, a un altro piace magari un uomo: chi ha buon gusto? A me piace il punk, un altro ascolta solo classica: chi ha buon gusto? Io non pretendo di averlo, perché la maggior quantità di scelte è il mio criterio di validità di un sistema. 
    Chiaro che poi parlando così per parlare posso anche dire “Il calcio è brutto, noioso, non succede mai niente, non segna nessuno, è uno sport stitico”: sono tutti giudizi squalificanti, che mettono una gerarchia che restringe la quantità di alternative di “buoni sport”. Però è per parlare, si fanno battute, e non si impedisce a nessuno di giocare a calcio, di seguirlo, dicendogli “non capisci niente di sport” essendo seri. Io lo dico, ma sempre ridendo. 
    Sulla questione dell’adattamento sbagliato (il punto 2), il discorso sarebbe molto più ampio, tra l’altro con necessarie precisazioni perlomeno sulla filosofia buddista sulla quale ho idee che vanno in senso opposto al senso comune (il buddismo non è la filosofia new age che passa per i media, quella del “vogliamoci tutti bene” e “peace and love” e cose simili, ma è una cosa davvero tremenda nel profondo e nelle sue basi teoriche). Quindi tenderei a non ingolfare i commenti.

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