Danilo Zolo, Sulla paura

Danilo Zolo, Sulla paura. Fragilità, aggressività, potere, Feltrinelli: Milano 2011, ISBN 978-88-07-10476-3, euro 15, pp. 125

E’ appena uscito per i tipi di Feltrinelli Sulla paura, conciso saggio (poco più di cento pagine) ad opera di Danilo Zolo, giurista e filosofo del diritto di fama internazionale. Il libro – ci avverte l’autore nella prefazione – nasce da un’esigenza del tutto personale:

L’ho scritto perché mi sentivo come un granello di sabbia in balia del vento. Alla mia età, avevo paura di non resistere. Ma prima di cedere volevo capire perché spesso nella mia vita avevo avuto paura e mi ero chiesto che cosa fosse e da dove venisse la mia paura (11).

Come non simpatizzare con queste parole? Dopo aver letto la prefazione, mi aspettavo che il libro iniziasse, se non su una nota personale, almeno con una breve fenomenologia della paura che l’autore dice di aver provato così spesso. E invece il primo capitolo affronta il tema della paura dal punto di vista dell’antropologia filosofica, il secondo da quello dell’etologia, il terzo da una prospettiva politica e giuridica e il quarto mette a tema il binomio paura e globalizzazione. Poco male, anzi molto bene: il libro si qualifica positivamente per l’originalità dell’accostamento di discipline così diverse. C’è però, a mio giudizio, una venatura fortemente personale in questo libro, che spesso sembra più riportare le tesi dell’autore che i suoi argomenti a supporto di esse. Non dico che l’autore non abbia argomenti a supporto delle proprie tesi – già nel suo Il principato democratico (1992) Zolo aveva dedicato importanti riflessioni al rapporto fra politica e paura e i riferimenti bibliografici nelle note sono numerosi – ma che spesso questi argomenti non sono esplicitati nell’opera. Questo, non lo nascondo, mi ha un po’ infastidito durante la lettura, specialmente dell’ultimo capitolo. Vediamo ora più da vicino il contenuto del libro.

Uomini e zecche: all’inizio del secolo scorso il biologo Jacob von Uexkull sostenne che c’è uno stretto rapporto fra gli organi di cui sono dotati gli animali e l’ambiente chiuso (rispetto ai molteplici altri che lo circondano) in cui essi vivono. Negli anni ’60 le sue ricerche furono di grande interesse per il filosofo Arnold Gehlen, che si soffermò in particolare sul caso della zecca, un animale che, per varie ragioni, sta in perfetta armonia con il mondo in cui vive, all’interno del quale possiede una notevole capacità adattiva. Zolo ipotizza che, se la zecca è così “a casa propria” nel suo mondo, ossia non è generalmente esposta a rischi, allora non c’è ragione di pensare che essa possa conoscere la paura (22); egli estende poi questa ipotesi a tutto il regno animale, ad esclusione dell’uomo (24) – questo è un passaggio che, trovo, non è sufficientemente argomentato. Secondo Gehelen, Zolo osserva, solo l’uomo vive nella dimensione della Weltoffenheit, l’apertura al mondo (antitetica alla chiusura nell’Umwelt propria degli animali) – una condizione già teorizzata da Max Scheler negli anni ‘20 (25). Da una parte l’uomo si serve della propria intelligenza per muoversi in un mondo aperto, ma dall’altra è condannato alle carenze e all’incompiutezza, perché manca di quelle specializzazioni biologiche che gli permetterebbero di vivere meglio nell’ampio mondo in cui si colloca il suo orizzonte (27). Di conseguenza, l’uomo deve costantemente fare i conti con la paura, prosegue Zolo sulla scorta di Gehlen:

La genesi della paura […] sta nella proiezione di un essere fragile e primitivo, anche se intelligente, in un ambiente pericoloso e violento(34).

Aggressività: L’analisi prosegue con una critica della concezione dell’aggressività sostenuta dall’etologo Konrad Lorenz, contemporaneo di Gehlen. Secondo Lorenz c’è una forte connessione fra amore, amicizia e aggressività in tutte le specie animali, uomini compresi: essere capaci di provare amore e amicizia implica poter essere anche aggressivi e viceversa (40). Tutte queste attitudini sono concepite come istinti che tendono a crescere sino ad esplodere in seno all’individuo. Secondo Lorenz l’obiettivo dell’aggressività intraspecifica è la conservazione delle singole specie – una tesi di chiaro sapore darwiniano (45). La concezione di Lorenz, sostiene Zolo con riferimento a diverse fonti (questo è il capitolo che ho apprezzato maggiormente per la solidità dell’argomentazione), è da ritenersi non appropriata. La tesi sugli istinti non è fondata su evidenze forti e in generale tutto il discorso di Lorenz si basa su osservazioni fatte sugli animali e poi trasposte per analogia al contesto dell’interazione fra uomini. E l’analogia, com’è noto, è uno strumento argomentativo piuttosto debole. Infine, la tesi di Lorenz tradisce un forte pregiudizio darwiniano, secondo cui i processi di selezione e mutazione sono le chiavi per interpretare anche lo sviluppo storico dell’umanità, a detrimento dei fattori psicologici, sociali, politici ed economici (45-46). Alla tesi di Lorenz Zolo oppone quella di Gehlen, secondo cui gli uomini sono aggressivi perché hanno paura, e sono anche assassini (a differenza degli altri animali) perché sono consapevoli dell’aggressività degli altri uomini (37-38).

Rischio: Zolo si sofferma su quegli autori che hanno visto la paura al centro della costruzione del sistema politico. Primo fra tutti, è noto, Thomas Hobbes. Questo passo è il fulcro concettuale della prima parte del capitolo:

Per un verso il potere originario al quale gli individui abdicano attraverso il factum subiectionis riemerge concentrato nella forma della potestas absoluta del Leviatano. Per un altro verso la paura che è stata assimilata dalla funzione autoritaria e protettiva del Leviatano viene, per così dire, neutralizzata ma non soppressa. Essa ricompare come capacità del “dio mortale” di produrre ordine e disciplina incutendo paura (55).

Successivamente Zolo considera l’uso che il sociologo Niklas Luhmann ha fatto della General System Theory  per elaborare una teoria dell’evoluzione sociale vicina alle posizioni di Gehlen (siamo negli anni ’70 del secolo scorso). Gli uomini, più che adattarsi al proprio ambiente, cercano di plasmarlo – sostiene Luhmann. E quando provano paura gli uomini cercano di “regolarla” cercando di prevenire i rischi in cui possono incorrere (59). È a questo che serve il diritto (60-61). In particolare, prosegue Zolo, il Welfare state affermatosi, specialmente in nord Europa, dopo la seconda guerra mondiale, può essere visto come sistema di prevenzione e contenimento dei rischi legati all’economia di mercato (65).

Paure globali e potere globale: Zolo è chiaro da subito sull’obiettivo dell’ultimo capitolo:

La tesi che intendo sostenere è che il processo di globalizzazione, promosso e sostenuto dalle massime potenze occidentali, ha diffuso nel mondo nuove forme di paura. […] Le nuove forma di paura sono anzitutto la conseguenza degli effetti devastanti che la globalizzazione economica ha avuto sui cosiddetti paesi in via di sviluppo e in modo tutto particolare sulle popolazioni poverissime che vi abitano” (70-72).

Inoltre, specialmente in Occidente, prosegue Zolo, la globalizzazione è responsabile dell’erosione delle strutture sociali e politiche degli Stati nazionali, fra cui il tramonto del Welfare state, che, come abbiamo visto, nascerebbe come strumento di contenimento della paura (74). Le ultime battute sono dedicate alla paura nei confronti del fondamentalismo islamico che si è diffusa negli ultimi decenni in Occidente, una paura che, sostiene Zolo rifacendosi in particolare all’analisi di Robert Pape, si è tradotta in numerose guerre e che ha accecato gli occidentali, dimentichi del fatto che

il terrorismo che si è sviluppato all’interno del mondo islamico è una risposta all’egemonia militare del mondo occidentale, è un vero e proprio panico collettivo che le potenze occidentali hanno generato con i loro strumenti di distruzione di massa (82).

Come ho anticipato, quest’ultimo capitolo ha un tono prevalentemente assertorio. Certo, non mancano i riferimenti in nota ad analisi approfondite dei temi toccati, ma le tesi enunciate sono espresse in termini generali e non sono messe a confronto con eventuali obiezioni. Questo, trovo, indebolisce il discorso di Zolo, indipendentemente dal fatto che il lettore condivida o meno la sua analisi. Ho poi una perplessità relativa all’idea che oggi ci troviamo di fronte a “nuove forme di paura”: è atroce che a milioni di persone siano imposte condizioni di vita terribili. Ma che cosa è nuovo in questo? Il numero di persone che provano paura è immenso, ma questo non significa che la paura che esse provano sia nuova. Lo stesso vale per la paura nei confronti del fondamentalismo islamico e la paura del cosiddetto “mondo islamico” (uso una generalizzazione che non sopporto) nei confronti dell’aggressivo Occidente: cosa c’è di nuovo nella paura di un potenziale aggressore? Immagino che Zolo intenda dire che sono nuove le cause che portano al sorgere di queste paure, ma questa formulazione è di minore efficacia retorica. Peccato però, che l’idea che ci siano “nuove forme di paura” causate dalla globalizzazione, il fenomeno che definisce la nostra epoca, rischi nelle ultime pagine del libro di essere confusa con l’idea che la globalizzazione sia l’epoca della paura tout court.

Chi è Elisa Caldarola

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Elisa Caldarola (1981) è titolare di un assegno di ricerca al Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell'Università di Padova. I suoi interessi di ricerca riguardano l'estetica e la filosofia dell'arte, la teoria del valore in campo estetico ed etico, la filosofia della mente e della percezione e l'ontologia. Altri temi che la appassionano sono i rapporti fra mondo scientifico e società, la teoria e critica delle arti visive contemporanee, il dialogo fra arte e scienza.

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