Ronald Dworkin, Justice for Hedgehogs, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge (MA) – London (UK) 2011, pp. 506, $35.00
Con questo post (che arriva con un giorno di ritardo, vi chiedo scusa) termino la mia recensione di Justice for Hedgehogs, il libro in cui Ronald Dworkin sostiene che la dimensione del valore morale è unitaria e che è olistica: i giudizi di valore non si fondano su fatti ma su interpretazioni, che però siamo chiamati a inserire in un unico quadro il più possibile coerente in se stesso. Che significato queste tesi abbiano per la costruzione di una filosofia morale e politica lo vedremo oggi, esaminando le ultime tre parti del libro, dedicate rispettivamente a etica, morale e politica. È impossibile rendere conto di tutti gli elementi presi in considerazione da Dworkin, mi limiterò perciò a isolare alcuni argomenti centrali per ciascuna delle tre parti. Vi segnalo che l’autore cura un blog in cui risponde alle critiche che gli sono mosse dai più illustri fra i recensori del libro: http://www.justiceforhedgehogs.com
Etica
Dworkin difende un’idea di fondazione della morale di sapore kantiano: l’importanza della nostra vita si rispecchia nell’importanza della vita altrui, il fatto che ci poniamo degli obiettivi personali è intrinsecamente legato al fatto che sentiamo di avere degli obblighi, dei doveri e delle responsabilità verso gli altri (193). E’ centrale, in questa proposta, che ci si fondi su un’analisi dell’individuo, dei suoi bisogni e del modo in cui possono davvero essere soddisfatti. Nessun principio morale è assunto deliberatamente, neanche quello per cui tutte le vite umane sono inviolabili e non dovrebbero mai essere trattate come se una fosse più importante delle altre (205). Il contenuto di questo principio è sacrosanto, ma il principio di per sé non basta a fondare una morale, secondo Dworkin.
Che cosa significa porsi degli obiettivi personali e perché lo facciamo? Possiamo tradurre “porsi degli obiettivi personali” con “fare qualcosa con l’obiettivo di vivere bene, di stare bene”. Il motivo per cui lo facciamo, secondo Dworkin, sta nel fatto che siamo esseri coscienti per cui è importante vivere bene:
We are charged to live well by the bare fact of our existence as self-conscious creatures with lives to lead. We are charged in the way we are charged by the value of anything entrusted to our care. It is important that we live well; not important just to us or to anyone else, but just important (196).
Vivere bene, insomma, significa avere rispetto per se stessi e Dworkin assume che il rispetto per se stessi sia un atteggiamento che possiamo considerare basilare per tutti gli uomini:
most of us do act as if we respected ourselves […] we can best interpret our lives […] by supposing that we have at least an inarticulate but powerful sense of the importance of our lives (206)
because you take yourself seriously, you judge that living well means expressing yourself in your life, seeking a way to live that grips you as right for you and your circumstance (209).
Quando viviamo bene, secondo Dworkin, siamo autentici: viviamo da uomini. L’autenticità è uno dei due concetti cardine su cui egli fonda la sua filosofia morale. L’altro concetto, ed essa legato, è quello di dignità. Lo possiamo introdurre andando a vedere più da vicino che cosa c’è dietro l’idea del vivere bene. Da una parte abbiamo il semplice concetto di “vivere bene” (living well), dall’altra abbiamo il concetto di “avere una buona vita” (having a good life) (195). Il primo individua una responsabilità etica più basilare (verso se stessi), ma il secondo ha un valore indipendente e incide sul primo (non è moralmente accettabile vivere bene al prezzo di condurre una vita moralmente riprovevole). Possiamo vivere bene, perseguendo i nostri obiettivi (e, con un po’ o molta fortuna, realizzandoli) e tuttavia non aver rispetto per gli altri: questo è un vivere bene che non realizza l’obiettivo di essere autentici, di vivere pienamente da uomini. La ragione è che vivere da uomini significa avere rispetto per se stessi e avere rispetto per se stessi, nel senso proprio del termine, implica avere rispetto per i propri simili, proprio in quanto simili. Se non ne abbiamo manchiamo di dignità. È il concetto di dignità che ci permette di vedere come la sfera etica e quella morale siano distinte ma interdipendenti: l’etica prescrive come dovremmo vivere, mentre la morale prescrive come dovremmo trattare gli altri, ma non possiamo vivere autenticamente senza vivere dignitosamente, ossia senza osservare le regole che ci impongono di avere rispetto per gli altri (192).
Morale
Per sintetizzare il rapporto tra dimensione etica e dimensione morale, così come le intende Dworkin, prendo in prestito dall’autore l’immagine dei nuotatori in una piscina: per condurre una buona vita possiamo nuotare principalmente nella nostra corsia (ossia vivere mantenendo il rispetto per noi stessi, che definisce la dimensione etica), ma non dobbiamo essere del tutto indifferenti alla sorte altrui (non possiamo estraniarci dalla dimensione morale dell’esistenza). In situazioni cruciali per la sopravvivenza altrui e specialmente quando siamo direttamente coinvolti e/o la nostra incolumità o i nostri obiettivi principali non sono a rischio abbiamo il dovere d’intervenire, di prestare il nostro aiuto, altrimenti mostreremmo una mancanza di rispetto per le vite altrui che è anche mancanza di rispetto verso noi stessi (300).
Ma che cos’è un obbligo? Dworkin propone un’interessante analisi del concetto di promessa, che di primo acchito potrebbe sembrare qualcosa di magico: promettiamo e ci ritroviamo obbligati a fare qualcosa, come per magia. Una promessa però, spiega Dworkin, non ha forza di per sé, bensì perché è una formula che usiamo per sostituire degli atti d’incoraggiamento che ci sentiremmo nella posizione di compiere nei confronti di certe persone in certe situazioni. Le promesse ci servono ad incoraggiare gli altri a fidarsi del fatto che siamo pronti a prenderci certe responsabilità e, in questo, non c’è nulla di magico (303-9).
Politica
L’ultima parte del libro è, a detta dello stesso autore, quella che più deve alle sue precedenti pubblicazioni, specialmente a Life’s Dominion, a Sovereign Virtue e a Is Democracy Possible Here?
Dworkin difende qui (cap. 16) la propria celebre tesi secondo cui libertà e uguaglianza non sono in contrasto ma anzi sono correlate: non si dà l’una senza l’altra. La novità sta nella cornice: Dworkin spiega come non solo la propria concezione di libertà e di uguaglianza, ma il suo modo di pensare tutti i termini chiave del dibattito politico e morale odierno ci permette di vedere come la sfera morale sia intrinsecamente interpretativa e come i nostri valori morali possano tuttavia restare coesi all’interno di una visione non relativistica.
Dworkin ha argomenti per tutto: da come lo stato debba comportarsi in materia di aborto, alle linee guida per un equo sistema di tassazione, dal ruolo delle corti costituzionali nei confronti dei governi alla giustificazione più appropriata per adottare la democrazia rappresentativa come sistema di governo, dal modo corretto di tracciare la distinzione fra diritti politici e diritti umani, a come si debba concepire il rapporto fra ambito morale e ambito legale. La trattazione è condotta con una prosa brillante, presenta esempi ricchi, idee originali e talvolta controverse. Dworkin riesce nel raro compito di portare avanti un ampio numero di argomenti senza affaticare il lettore, ma, al contrario, affascinandolo con l’acutezza e, allo stesso tempo, l’accessibilità delle sue osservazioni. A mio avviso questa seconda parte del libro, a differenza della prima, non presuppone competenze filosofiche per poter essere apprezzata pienamente.
Ciò non toglie che, finita la lettura, la tesi centrale di Dworkin, più che convincermi, mi ha riempita di perplessità. Cercherò di articolarne una su tutte. A quanto ho capito, abbracciare una posizione non-relativista in campo morale richiede che, a livello di principi, adottando un metodo olistico e una concezione della filosofia morale quale attività intrinsecamente interpretativa – come vuole Dworkin – dovremmo tutti trovarci d’accordo su una tesi interpretativa: interpretativa, intrinsecamente valutativa, ma non relativizzabile. Questa tesi, secondo Dworkin, va identificata nell’idea che gli uomini hanno bisogno di orientare la propria vita adottando comportamenti che gli permettano di mantenere autenticità e dignità. Dworkin costruisce le proprie proposte in modo da fare apparire questi due concetti come intuizioni molto potenti alla base dell’agire di ognuno, ma la sua resta un’ipotesi interpretativa sul valore che bisogna dare alla condizione umana. Se questo non indebolisce la tesi di Dworkin, in quanto egli sostiene che la morale non si può fondare su nessun fatto, dall’altra parte è difficile attraversare le 400 pagine del suo libro, vedere che egli articola una costruzione potente e pensare ed accettare, allo stesso tempo, che nulla esclude l’assunzione su cui la sua proposta si basa, per quanto ci sembri convincente, potrebbe anche essere rigettata.
Related posts:
- Ronald Dworkin, Justice for Hedgehogs – Prima parte [Translate] Ronald Dworkin, Justice for Hedgehogs, The Belknap Press of...
- Ronald Dworkin, Justice for Hedgehogs – Seconda parte [Translate] Ronald Dworkin, Justice for Hedgehogs, The Belknap Press of Harvard...
Related posts brought to you by Yet Another Related Posts Plugin.

Moralia on the web by Moralia on the web is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.
Based on a work at moraliaontheweb.com.
Permissions beyond the scope of this license may be available at http://moraliaontheweb.com/contacts.



no comment until now