G. De Rita, A. Galdo, L’eclissi della borghesia, Laterza, 2011, pp. X-91.
Nella coppia di autori che hanno partorito L’eclissi della borghesia, il più autorevole è sicuramente Giuseppe De Rita, fondatore e presidente del Censis, l’osservatorio delle trasformazioni economiche, sociali e istituzionali del nostro Paese. De Rita ha a disposizione dati e statistiche pluridecennali che gli permettono di inquadrare – con una minima soglia di errore – lo stato dell’Italia e degli italiani e i mutamenti che hanno concorso a formare l’odierno sistema-paese. Il libro è, infatti, infarcito di numeri: alcuni di essi sono noti perché continuamente ripetuti dai media e cristallizzatisi nel senso comune (es.: l’Italia è un paese di imprese a conduzione familiare e solo 4 tra le prime 50 aziende europee per fatturato ha sede nel nostro Paese (cfr. pp. 41 sgg.)), altri, invece, sono più curiosi e possono dare vita a interessanti elucubrazioni (come quelli che ribaltano i luoghi comuni sul Nord formica industriosa e il Sud cicala sprecona (cfr. pp. 62-sgg.)).
I numeri, però, da soli sono neutri: è la loro interpretazione che conta. De Rita è munifico nell’elargire spiegazioni per le statistiche in suo possesso e nel fornire prospettive per il futuro degli italiani. Alcune proposte sono largamente conosciute, anche se, francamente, appaiono quanto meno discutibili. Se è vero che parte della disoccupazione giovanile è da ascriversi al disprezzo per i lavori manuali e che “una sottocultura della formazione ha spinto i giovani all’affannosa ricerca di titoli di studio inutili, inservibili sul mercato del lavoro: licei dequalificati e lauree deboli” (p. 72), si deve tuttavia notare che queste affermazioni implicano una visione meramente strumentale dei titoli di studio; una visione che non ne riconosce il valore formativo. Si può poi consigliare a un giovane di cominciare la carriera lavorativa a sedici-diciassette anni, senza poter dare sfogo a possibili interessi culturali, essendo consapevoli che probabilmente avrà davanti a sé cinquant’anni ininterrotti di lavoro?
Si tratta, però, di osservazioni meno importanti rispetto all’interpretazione generale della società italiana che De Rita fa valere nel testo; un’interpretazione che può stuzzicare qualche idea filosofica e che dà il titolo al libro: L’eclissi della borghesia. In sintesi, secondo il presidente del Censis, la parabola discendente dell’Italia dal dopoguerra a oggi dipende dall’assenza di una forte classe borghese. La borghesia avrebbe guidato il paese all’unità risorgimentale per poi eclissarsi dopo il Ventennio. Le cause della sua scomparsa sono molteplici: ad esempio, la pervasiva ‘cetomedizzazione’ degli italiani che ne ha standardizzato usi, salari, educazione e obiettivi (cfr. p. 9) e uno stato protezionista che ha preferito conservare gli effetti del boom economico piuttosto che generare processi diretti alla modernizzazione e al mutamento (cfr. pp. 10 sgg.). Gli effetti sono stati altrettanto pervasivi e difficili da modificare: la mancanza di un corpo sociale che mediasse tra cittadini e istituzioni ha prodotto una politica indirizzata a un “populismo di massa” (p. 12) e l’incapacità di coltivare una seria “etica civile” (p. 13); l’eclissi della borghesia avrebbe propiziato anche la difficoltà di promuovere un ricambio generazionale (cfr. p. 14) e di pensare in grande al futuro (cfr. p. 15).
L’assenza del ceto borghese sarebbe, nell’analisi di De Rita, la radice dei molti mali che ossessionano l’Italia. Il punto più importante del libro consiste allora nel comprendere cosa intenda l’autore con la parola ‘borghesia’ ed è proprio questa interpretazione che può interessare il filosofo. Secondo De Rita,
La borghesia moderna, non più classificabile attraverso categorie economiche, è una classe sociale con una funzione politica: mettere ordine e creare riferimenti in un sistema altrimenti condannato al caos e all’anarchia. Parliamo di una minoranza, l’ossatura di una classe dirigente, fornita di una bussola con la quale è in grado di guidare e orientare un popolo, attraverso regole condivise e un’idea di futuro. La borghesia moderna è un’avanguardia che produce movimento, mobilità sociale, sviluppo. La sua scomparsa, al contrario, comporta il restare prigionieri nella palude di una gestione più o meno burocratica dell’esistente. […] La borghesia, invece, ha un suo insostituibile primato proprio nella funzione di indirizzare il sistema, e quanto più una società è complessa tanto più diventa necessaria una leadership. (pp. VIII-IX)
De Rita abbandona il significato etimologico del termine e quello legato al censo per tentare una definizione funzionale della ‘borghesia’. ‘Borghese’ è colui che fa parte di una classe dirigente sufficientemente autorevole da poter guidare una nazione. Secondo De Rita, quando il pilota è assente, la macchina-Stato va allo sbando. L’analisi del fondatore del Censis può avere dei meriti ed essere parzialmente supportata dai numeri, ma si avvicina pericolosamente a teorizzare una sorta di aristocrazia come forma politica da privilegiare nell’età della globalizzazione; una forma che sarebbe in grado di affrontare le sfide che il Terzo Millennio non ha tardato a offrirci. Ammesso che si possa accettare una posizione così strutturata, nel libro è completamente assente una descrizione soddisfacente della fisionomia che dovrebbe assumere la nuova borghesia: non ci viene detto da dove proverrebbe la sua autorità (conoscitiva? Economica?), né in che modo riconoscerla, né come arginarne le possibili derive autoritarie.
A un libro così ambizioso da voler diagnosticare la nostra storia centenaria e così influente sull’opinione pubblica – è stato per mesi ai primi posti della classifica di saggistica – avrebbe giovato un po’ di filosofia politica. Nonostante non sia d’accordo con gli assunti di base e ritenga filosoficamente affrettato lo sguardo d’insieme, tuttavia, ritengo che L’eclissi della borghesia sia ricco di informazioni interessanti e possa essere uno sprone per analizzare nuovamente una nozione apparentemente dimenticata come quella di ‘borghesia’.
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