Quando dono un oggetto, quanti oggetti dono?

Cos’è un oggetto? Su due piedi può sembrare un quesito banale, eppure a rispondere si rischia di proporre delle ingenuità facile preda di controesempi e confutazioni. Un oggetto è una cosa fisica? Ma introdurre la parola “cosa” nella definizione non è forse una petitio principii? Un oggetto è allora un ente fisico? Ma cosa c’è di fisico in un file sul desktop, cioè uno degli oggetti che si copiano e si spostano con un click? Ciò, naturalmente, ammesso che un file sia un oggetto. In ogni caso, non ogni ente fisico è un oggetto. Per fare un esempio pungente, chi direbbe che la punta di uno spillo è un oggetto? Se anche qualcuno ci provasse, gli replicheremmo che si tratta di una parte di un oggetto e con ciò saremmo ancora alla ricerca della definizione.

Una teoria dell’oggetto completa dovrà dare conto tanto degli oggetti fisici, quanto di quelli sociali, qualsiasi cosa questi siano. Si dovrà dunque spaziare dall’ontologia alla filosofia pratica. Ciò rivela che l’impresa teorica tentata da Maria Grazia Turri nel suo Gli oggetti che popolano il mondo. Ontologia delle relazioni (Roma, Carocci, 2011) è delle più difficili e appassionanti. Il lavoro cerca di fornire una risposta originale e lo fa attraverso una teoria articolata. Essa tiene conto delle più recenti ricerche nel campo e si sforza di rendere giustizia alla complessità del tema. Pur ammirato dall’impegno teoretico dell’autrice e dall’imponente ricerca svolta, trovo la sua proposta insoddisfacente. La lista delle mie perplessità è lunga e grave, perciò vado subito ad affrontare i problemi, imponendomi di trattarne qui solo sei. Li organizzo in ordine di importanza.

In primo luogo, l’autrice mette nella lista degli oggetti gli enti più disparati (per ragioni di leggibilità, citando, non aggiungo le virgolette): montagne, fiumi, laghi, stelle, microbi, bicchieri, piatti, monete, iPad, iPhone (p. 9). Detto di passaggio, perché si passa qui da tipi generali a prodotti di marchio? E ancora: istituzioni di ogni genere e grado, moneta, oggetti finanziari, promessa, carte d’identità, passaporti, patenti, norme, leggi, opere d’arte, romanzi, film, musica, design, pubblicità, video (p. 186), file, corpi umani (p. 9), matrimonio (p. 189), sindaco (p. 190), parole scritte e parole verbali (p. 191), film pornografici (p. 197 – questi sono catalogati come oggetti finzionali). A parte il fastidioso frequente salto dal singolare al plurale (solo raramente giustificato dal contesto dal quale estrapolo), si tratta di un elenco vertiginoso. Turri recluta tra gli oggetti enti sospetti: come fare di un microbo un oggetto? E di una stella? Una conversazione è un lancio reciproco di oggetti? E il presente scritto quanti oggetti raccoglie? Quanto poi ai film pornografici, non mi pare che siano oggetti e comunque sono tutto tranne che fittizi: dopotutto il loro successo è proprio fondato sul realismo naturalista che contribuisce a distinguerli come genere (a prescindere dal giudizio morale che se ne voglia dare). Insomma, si può stipulativamente adottare l’apparato categoriale che si preferisce, ma è sempre bene che esso non sia controintuitivo e, se lo deve proprio essere, la cosa andrebbe giustificata e dovrebbe risolvere più problemi di quanti ne crei. Tutte condizioni che non mi pare si verifichino nel libro di Turri.

Un punto qualificante l’approccio scelto dall’autrice è che “a oggetti con natura diversa potessero corrispondere modalità percettive differenti” (p. 11). La tassonomia degli oggetti fornita si aggancia perciò sulle ricerche neuroscientifiche che “non possono essere ignorate dalla riflessione filosofica” (ivi). Infatti, sostiene l’autrice, a oggetti differenti corrispondono differenti prassi percettive (p. 12). Si tratta di un approccio che mi pare segnato da un eccessivo timore reverenziale verso un ambito disciplinare forte, prestigioso, come le neuroscienze. Come facciamo infatti a sapere che quelli studiati sono oggetti differenti? Lo sono perché corrispondono a diverse prassi percettive, indicate dagli scienziati? Se fosse così, ridurremmo l’ontologia alla psicologia, una mossa che già le Ricerche logiche (1900-’01) husserliane hanno mostrato essere impraticabile. Quando il neuroscienziato fa degli esperimenti che riguardano il modo in cui l’individuo conosce gli oggetti, non usa sullo sfondo una qualche teoria dell’oggetto? Quella teoria egli la elabora in quanto scienziato, o in quanto ontologo? Essa gli serve per fare le osservazioni scientifiche, perciò egli la sviluppa (ma più probabilmente l’assume e non so con quanta competenza ontologica) prima dell’esperimento. Insomma, non vorrei che succeda che i filosofi, col complesso di inferiorità, facciano propria con deferenza la filosofia che gli scienziati fanno, senza magari rendersene conto. Ciò ovviamente non toglie che i filosofi possano imparare molto dalle neuroscienze, come in genere da tutte le scienze, ma ho l’impressione che nell’interesse di tutti anche gli scienziati farebbero bene ad ascoltare i filosofi.

In terzo luogo, quanto ai problemi che nascono nell’ontologia sociale dell’autrice, la definizione di oggetto sociale che l’autrice fornisce, li compendia. Eccola: “Per oggetto sociale intendo lo status che un oggetto fisico può assumere grazie a un processo attuato da almeno due esseri umani: a un dato tempo si può, tramite un’azione intenzionale, attribuire a un oggetto fisico (carta, metallo, parola ecc.) una certa funzione, che a sua volta viene codificata grazie a un segno, a una traccia, che è l’elemento proprio di quell’oggetto fisico perché esso possa venire riconosciuto come oggetto sociale” (p. 140). Innanzi tutto, mi sorge spontaneo osservare che classificare le parole tra gli oggetti fisici è azzardato. Il testo contiene però problemi ben peggiori. Il più grave è che la definizione compromette la possibilità stessa dell’esistenza di oggetti. Uno status infatti è una qualità, una proprietà, un continuo dipendente (a seconda del lessico o dell’apparato categoriale che si preferisce). Dire che un oggetto è uno status vuol dire ridurre l’oggetto a qualità (ma il lettore, se crede, ci metta pure una delle varianti). Questo è però proprio quanto l’impianto dell’autrice sembrava voler evitare. Se un oggetto sociale è uno status, allora non c’è, perché ciò che c’è realmente sono solo gli oggetti fisici. Gli oggetti sociali vengono meno nella loro irriducibilità, sono oggetti de dicto, non de re. Inoltre, la definizione tratta come sinonime le nozioni di status e di funzione, ma si tratta di una mossa improponibile. Vi sono status che hanno più funzioni e funzioni che si attribuiscono a più status. La condizione che ogni oggetto sociale comporta un oggetto fisico cui si attribuisce uno status sembra poi portare Turri in un vicolo cieco, dato che non è affatto chiaro quale sia l’oggetto fisico cui l’oggetto sociale corporation (secondo Turri si tratta di un oggetto) corrisponde. È difficile sostenere che la corporation è la sommatoria degli impiegati e dei beni immobili che la costituiscono. Si può immaginare l’esistenza di una corporation appena istituita ancora priva di impiegati e beni immobili. Dire poi che la corporation è il documento di registrazione e istituzione è falso, perché allora per distruggere una corporation basterebbe fare un falò di documenti. Confondere i documenti con la realtà sociale che documentano è un errore categoriale: i documenti documentano e possono documentare perché ciò di cui danno conto è altro da loro. Quanto, infine, al requisito di due esseri umani per il darsi di un oggetto sociale, mi pare eccessivo. Ne basta uno. Se Robinson Crusoe ancora solitario nell’isola del naufragio, spezzasse un ramo e dicesse: “questo sarà il mio bastone personale”, mi pare che creerebbe un oggetto sociale e che ci riuscirebbe benissimo da solo, senza bisogno dell’aiuto di altri. Forse qui Turri risponderà che il bastone è un oggetto socializzabile (nozione dubbia di cui si serve l’autrice). In realtà, nella stessa categorizzazione di Turri, il bastone di cui parliamo è un oggetto sociale perché è un ente fisico dotato di uno status, quello di “bastone personale”. A dire il vero gli manca, rispetto ai requisiti proposti dall’autrice, un’istituzione collettiva, ma è proprio questo che è in discussione e non pare affatto trattarsi di un requisito necessario.

In quarto luogo, l’autrice fornisce a p. 31 quella che lei chiama una “tassonomia del mondo” mentre, in realtà, si tratta di una mappa concettuale. La tassonomia ontologica del mondo dovrebbe presentarsi in una classificazione ad albero in cui ciascuno dei nodi deriva da un nodo superiore e solo da uno. Questa regola viene più volte disattesa dall’autrice (per esempio gli oggetti-soggetti sembrano una sottocategoria degli oggetti, ma derivano anche – non è chiaro perché – dagli oggetti-oggetti). È comunque importante che da un qualsiasi nodo non si formino cicli che portino al nodo di partenza. Anche questo viene disatteso: dagli oggetti-soggetti si va agli atti e da questi ai primi. Si tratta di regole di rilevanza decisiva: se le si tralascia, si condanna l’impresa all’insuccesso, perché si riempirà l’albero di ambiguità e confusioni. Un’altra regola disattesa dall’autrice è quella che impedisce di catalogare qualcosa come non-qualcosaltro: la tassonomia ordina ciò che c’è. La tassonomia deve esprimersi sempre in positivo, mentre Turri distingue tra oggetti fittizi riproducibili e non riproducibili, identificando qualcosa per una sua non-qualità. A parte queste note formali, i problemi nei contenuti sono parecchi. Provo qui a segnalarne i più gravi. L’autrice distingue gli oggetti da una parte in oggetti-soggetti e dall’altra in oggetti-oggetti. I primi si distinguono, scrive l’autrice, per il fatto di avere un sistema motorio, mentre i secondi per l’esserne privi. Fatto sta che l’autrice illustra gli oggetti soggetti elencando uomini, animali e piante e qui non è affatto chiaro come si possa sostenere che le piante hanno un sistema motorio. Né mi sembra che si possano allegramente inserire tra gli oggetti-soggetti tutti gli oggetti che hanno un sistema motorio, perché altrimenti dovremmo riconoscere a motorini, camion e autovetture lo statuto di soggetti. Soprattutto, non mi è chiaro perché il più importante criterio di articolazione degli oggetti (quello che porta ai primi due rami) debba proprio essere il fatto di avere (o non avere) il sistema motorio. Quando si fa ontologia, per dare conto dei livelli più alti si deve andare a cercare qualità fondamentali generalissime e intrinseche, mentre il fatto di avere il sistema motorio non sembra una qualità degli oggetti intrinseca che meriti la presenza nel top level. Infine, mi preme osservare che l’autrice indica gli atti (p.e. percepire, emozionarsi, sentire) come un’articolazione degli oggetti-soggetti. Qui la struttura tassonomica ontologica lascia definitivamente spazio alla mappa concettuale ove i nessi connettono enti fra loro eterogenei.

E ancora, con una simile ontologia nascono problematiche conseguenze di double counting. Quando dono un oggetto, quanti oggetti dono? Secondo la teoria del libro, ne dono due: l’oggetto fisico e quello sociale. Quando sono davanti a un sindaco, quanti oggetti ho di fronte? Secondo l’autrice: due, il corpo umano e l’oggetto sociale sindaco. Si tratta di una conclusione controintuitiva che non ha prospettive di salvezza davanti al rasoio di Ockham.

Come ultimo punto, vorrei segnalare un problema ermeneutico che comporta un grave fraintendimento. Secondo Turri, nel libro La costruzione della realtà sociale (1995), uno dei più influenti libri di filosofia sociale, J.R. Searle sosterrebbe che “la formula dell’intenzionalità” è: “X al posto di Y in un contesto C” (p. 194). Essa viene di seguito spiegata dall’autrice nei termini: “un oggetto fisico (Y) viene sostituito da un altro oggetto, per lo più simbolico (X)”. Ora a parte il non trascurabile problema che quella a cui l’autrice si riferisce non è “la formula dell’intenzionalità”, ma la formula dell’attribuzione di funzione, in realtà Searle non ha mai inteso ciò che l’autrice gli attribuisce. Questo non solo perché non ci sono elementi testuali convincenti per far dire a Searle che X è simbolico. La questione più delicata riguarda piuttosto il “sostituire”. Quando, ad esempio, il professore A fa lezione al posto del suo collega B, quest’ultimo non la fa. L’ “al posto di” significa l’inserimento escludente di A su B. La formula searliana dell’attribuzione di funzione è invece: “X conta come Y in C” ove l’oggetto fisico è X e non si sostituisce ad alcunché, ma viene qualificato attribuendogli uno status, cioè appunto Y. Nella prospettiva di Searle, Y non è sostituito (né si affianca), ma si aggiunge predicativamente. L’ontologia sociale searliana perciò riesce a superare a pieni voti il test del rasoio (con Searle non c’è l’uomo e il sindaco, ma c’è l’essere umano (X) che ha lo status (Y), di sindaco), mentre invece la teoria di Turri vi soccombe, come abbiamo visto nel punto precedente.

In conclusione, il libro di Maria Grazia Turri si aggiunge alla sempre più importante letteratura in lingua italiana sugli oggetti (mi limito qui a ricordare, M. Morganti, Che cos’è un oggetto (2010), M. Santambrogio, Forma e oggetto (1992), M. Soavi, Antirealismo e artefatti (2009), oltre alla traduzione di A. Meinong, Teoria dell’oggetto (2003)), segno di un ambito tematico quanto mai vivo. Il libro costituisce un lavoro autonomo, complesso e ambizioso con cui è utile fare i conti. Infatti, riuscire a capire perché una certa teoria non funziona non è tempo perso. Mi sembra, per quanto detto, che il tentativo svolto da Maria Grazia Turri fallisca, ma va tenuto presente che l’impresa era oggettivamente ardua.

Chi è Gian Paolo Terravecchia

Gian Paolo Terravecchia ha scritto 16 post in questo blog.

PhD in filosofia conseguito presso l’Internationale Akademie für Philosophie (1998), Dottorato di ricerca presso l’Università di Padova (2011). Ha diretto FOLDOP (Free On-Line Dictionary Of Philosophy), il dizionario di filosofia di SWIF. Coautore di due manuali di storia della filosofia (2008, 2009). Ha curato con Luciano Floridi "Le parole della filosofia contemporanea" (2009). Si occupa di filosofia sociale. In quest’ambito, oltre a numerosi saggi, ha pubblicato una monografia, "Fenomenologia sociale. Il contributo di Dietrich von Hildebrand" (2004).

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3 comments until now

  1. aggiungerei, tra i testi consigliati alla fine, anche “la società degli oggetti” (Marrone, Meltemi ed.) e “il ruolo degli oggetti tecnici” (Mattozzi, Meltemi ed.). Non ho letto il libro della Turri (che comunque mi sembra interessante dato il tema) però a volte la visione e analisi “sociologica” della società non coincide con quella “filosofica”. L’analisi oggetto-soggetto e oggetto-oggetto dovrebbe riguardare non tanto la presenza di “meccanismi tecnici e motori” quanto invece il ruolo che quell’oggetto occupa nei processi di relazione dell’individuo con il mondo e con l’azione stessa. Concordo comunque con l’autore della recensione nel riconoscere che il tema è oggettivamente complesso :)

  2. Pier Marrone @ 2012-02-16 23:21

    È un utile post, molto lungo, criticamente simpatetico, Gian Paolo. Mi pare
    di capire che una delle cose principali che rimproveri all’autrice sia una
    carenza dal lato della categorizzazione. A giudicare da quanto scrivi (non ho
    ancora letto il volume) sembrerebbe che sia così. Non capisco però quali
    difficoltà hai a considerare oggetto un microbo o un virus. Le difficoltà lì
    possono essere di genere tassonomico (alcuni classificano i virus come entità
    non propriamente appartenenti al mondo dei viventi, se non ricordo male) oppure
    procedurale, nel senso che procedure accettate dalla comunità scientifica
    valgono a individuare degli oggetti (a categorizzarli), ad esempio il
    cosiddetto ‘gold standard’ in virologia. In alcuni casi, poi, forse ha senso di
    distinguere tra plurale e singolare; ad esempio quando parlo del ‘più piccolo
    numero primo’, senza sapere ancora quale sia e se ci sia. Mentre è, in effetti,
    radicalmente difficile dire quanti oggetti ci sono nel tuo post. È un problema
    di ‘enumeratio’, al quale però diamo risposta pragmatica con la nostra
    comprensione. Anche a me, inoltre, pare strano dire che quando si dona qualcosa
    si donano due oggetti, quando è molto più economico dire che investi l’oggetto
    fisico di significato sociale, che potrebbe essere così privato da non averlo
    al di fuori del dono. Ad esempio, se tu doni alla tua fidanzata una
    bottiglietta con la sabbia della spiaggia dove avete fatto la prima vostra
    passeggiata romantica, non pare sensato dire che doni della sabbia più qualcos’altro.
    Se proprio devi regalare un oggetto fisico più qualcos’altro, lei potrebbe
    preferire delle scarpe Manolo Blahnik. Difficile darle torto. Le cose sono
    forse ancora più complicate nel caso del dono riciclato. Sarei propenso anche a
    dire che un film pornografico è un oggetto, perché mi pare che la sua
    sussunzione sotto una categoria sia molto forte (più forte, direi, della
    sussunzione di un qualche film nel genere commedia, ad esempio). Dissentirei,
    però, dalla tua interpretazione naturalistica della pornografia. Ciò che accade
    in natura non mi pare così noioso come quanto si vede in un film porno.

  3. Gian Paolo Terravecchia @ 2012-02-17 00:08

    @DeNied: grazie per le interessanti integrazioni, la mia lista non voleva affatto essere esaustiva. Inoltre era calibrata sull’ontologia, ma certo vi sono altri ambiti disciplinari che sulla cosa danno contributi importanti.

    @Pier Marrone: grazie per il lungo commento. Apprezzo l’apprezzamento. :-) Quanto ai contenuti, se vogliamo andare lontano, bisogna che tu mi definisca oggetto. Così poi discutiamo sui microbi. Quanto al film come oggetto, l’oggetto sarà il supporto, no? Ad esempio il DVD, tanto tempo fa il VHS. Mi sembra sbagliato dire che la traccia registrata è un oggetto. Quanto, infine, alla pornografia, la mia tesi è che il film pornografico si distingua dal film erotico essendo il primo didascalicamente naturalistico (capisco perciò che tu parli di noia), mentre il secondo è un ente finzionale (ma non un oggetto). Continuo qui a svolgere le mie considerazioni a un livello ontologico, cioè a prescindere dal livello morale, come si vede. Se però ho ragione, ne seguono conseguenze morali rilevanti, dato che mentre in altri generi di film l’attore può reclamare una distanza da ciò che mette in scena (e tale distanza in circostanze normali lo deresponsabilizza dagli atti che compie il suo personaggio), nel film pornografico l’attore non ha diritto di farlo. Nel film erotico c’è un qualche spazio di manovra per rivendicare un certo grado di distanza.

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