Come vi rapportate alla violenza ideologica attraverso cui è attualmente attaccato il movimento “No TAV”?
Ve lo chiedo anche in quanto filosofi, non solo in quanto esseri morali e cittadini italiani.
Nelle ultime due sere, ho incrociato due programmi televisivi de La7 dedicati alla protesta “No TAV”: non ho avuto la prontezza di cambiare subito canale e così, come prevedibile, ho finito per diventare di cattivo umore. In entrambi i casi, coloro che parlavano a favore del movimento NoTAV facevano osservazioni puntuali e documentate e in entrambi i casi ottenevano risposte generiche e ideologiche. (È già la seconda volta che uso questo termine: spiegherò tra un momento il senso in cui lo adopero). Ecco due esempi: nel primo programma, l’interlocutore contrario alla TAV fa notare che la line ferroviaria esistente è attualmente usata molto al di sotto delle sue potenzialità e che questa è una prima ragione per riconsiderare l’opportunità di realizzare un progetto miliardario e dal grande impatto abientale; risposta del politico favorevole alla TAV: “se si fosse ragionato come lei nel momento in cui si è deciso di costruire l’autostrada del sole, oggi si supererebbero ancora gli appennini a dorso di mulo”. Mi sono chiesto: in quale universo discorsivo, questa risposta sarebbe stata pertinente? Forse se il primo avesse attaccato la TAV sulla base di un generico attacco alla tecnologia e al progresso?
Secondo programma: dopo l’intervento dell’On. Cicchitto, il conduttore passa la parola a non so quale giornalista (credo del Corriere); ingenuamente, mi aspetto delle considerazioni che almeno tentino di essere un po’ più in rapporto con l’articolatezza effettiva della situazione ed ecco cosa mi trovo ad ascoltare: “è evidente che nel movimento No TAV vi siano gruppi che praticano la violenza. Sarebbe un errore, però, credere che la usino come strumento per un fine politico, il fatto è, invece, che la violenza è il loro fine politico”. Di fronte a un movimento che esiste da anni, a cui partecipa una popolazione variegata, da studenti a pensionati e pensionate, l’osservazione di questo punta la luce su una figura concettuale, la figura del gruppo che è lì a fare violenza per la violenza, di cui lui ci assicura l’esistenza, senza portarne vere prove, ma per incanalare in direzioni precise il nostro tentativo di leggere la situazione.
Questi sono due campioni rappresentativi di quello che ho visto e sentito in questi giorni. Naturalmente, spero di essermi perso delle repliche di ben altro tenore, ma resta che il livello del dibattito in prima serata degli ultimi giorni era quello. Si tratta di un dibattito che, tra gli altri, fa star male chi si dedica alla filosofia e più in generale alla ricerca. Me lo ha fatto pensare anche l’intervento di ieri su questo blog di Roberto Mordacci: racconta di un articolo sull’infanticidio che ripete vecchie tesi e argomenti senza minimamente prendere in conto i quarant’anni di obiezioni che quelle tesi e quegli argomenti si sono chiamati addosso, osserva di avere riscontrato un identico atteggiamento anche presso i sostenitori delle tesi radicalmente opposte, ne ricava un giudizio molto critico sul livello del dibattito pubblico sulle questioni bioetiche (non si riferisce al dibattito tecnico-filosofico, ma neppure a quello del talk-show, mi pare di capire che si riferisce ad un dibattito di medio-alto livello), ma conclude dicendo di non farcela a smettere di provare ad argomentare le sue idee in bioetica. Il problema generale posto da Roberto mi ha molto colpito e quello che ho letto come un suo sconforto mi ha fatto tornare in mente la sensazione provata davanti ai due programmi citati. Ebbene, di fronte a questo scarto tra un dibattito reale e quello che dovrebbe essere una discussione argomentata (un Diskurs, direbbe Habermas), uno scarto abbastanza radicale nel caso citato da Roberto e abissale in quello evocato da me, come ci poniamo, noi che ci dedichiamo alla filosofia e che, in generale, facciamo cose strane come ad esempio andare a controllare le citazioni?
Qualche giorno fa raccontavo qui di una cosa che ho scritto sulla verità: né lì, né altrove mi sono realmente occupato del nesso tra verità e politica, ma “a naso” non direi che il giudizio politico (un giudizio che dice, di qualche progetto, che sarebbe da fare, che è conforme agli idealo che vigono nella polis in cui è formulato) sia un giudizio di verità. Questo però non significa che non vi siano innumerevoli verità accertabili che contano per arrivare ad un buon giudizio politico. Nel caso del dibattito sulla TAV, mi pare che la postura dominante nella parte che è contraria all’opera sia quella di esigere che vengano prese più seriamente in carico queste verità. Come possiamo non essere tutti da questa parte?
Vi sembrerò ingenuo, ma lo dico apposta in questo modo perché penso sia assurdo fare i cinici-realisti all’ultimo momento, quando tutta la nostra vita (o almeno tutto il nostro lavoro) testimonia il nostro credere alla possibilità di accertare certi fatti, perlomeno il fatto che è nel tal anno che Nietzsche ha scritto che non ci sono fatti, ma solo interpretazioni.
Non ricordo quale politico, ieri sera, diceva, in replica all’ennesima confutazione puntuale fatta dall’esperto No Tav a una presunta ragione pro-TAV: “il fatto è che non possiamo basarci solo sul presente. Queste grandi opere vanno considerate in rapporto al futuro”. Bene, il futuro è ovviamente ignoto, ma le decisioni sul futuro non si possono che prendere sulla base di quel che ne presente si può provare a prevedere del futuro… e dunque siamo di nuovo di fronte ad un problema di verità.
Si dice: gli abitanti della Val Susa hanno una prospettiva limitata e “bisognerebbe spiegare loro che, da uno sguardo più ampio, si può vedere l’opportunità di quest’opera”. Un’altra falsificazione: il discorso che fanno non si presenta come una difesa del loro “particulare”, ma come l’esibizione del fatto che il loro interesse particolare coincide con una rappresentazione ragionevole e coerente dell’interesse generale. È questo loro discorso che vorrei veder discusso.
Non credo come Leibniz che, alla fin fine, ci sia da fare un semplice calcolo logico per trovare la soluzione: alla fine ci sarà da prendere una decisione su quel che vogliamo essere, ma prima di quel momento, ci sono una caterva di dati e fatti su cui sarebbe doveroso venire in chiaro.
E ideologico è proprio questo, non che abbiano un peso gli interessi e i fini, ma che questo peso faccia disconoscere che vi sono anche delle verità accertabili a proposito della situazione per affrontare la quale si dovranno poi decidere i fini e gli interessi su cui ci si orienterà.
Roberto Mordacci dichiara di non voler rinunciare al suo desiderio di argomentare. Per sensibilità, sono d’accordo con lui, ma mi chiedo e vi chiedo: come componete, a livello del vostro stile esistenziale (a livello della vostra “arte di vivere” o etica) questo desiderio, con gli habitus in cui si estrinseca, e questo tipo di situazioni discorsive?
Anche se la nostra posizione è sottoattacco, resta che abbiamo un privilegio per via del fatto che studiamo: non sto dicendo “perché siamo pagati per studiare”, visto che questo non è affatto vero per molti di noi, sto dicendo che siamo fortunati perché riusciamo a non cedere sul desiderio di dedicarci al sapere. Ebbene, mi chiedo se la situazione attuale, di cui la lotta politica in Val Susa è solo un esempio, non sia tale da rendere consigliabile l’invenzione, da parte nostra, di nuovi usi del sapere.
È una questione etica che pongo. Abbiamo ancora avuto la fortuna di essere formati ad un rapporto con il sapere che non è più quello che informa l’educazione e l’istruzione attuali, che cosa possiamo fare allora innanzi a tutto questo? (Non concentratevi sul tono che sembra apocalittico: non vuole esserlo, vuole solo essere rapido) Forse andare a controllare l’esattezza delle citazioni, o leggere “tutta la letteratura critica” sulla nozione di regno dei fini o discutere anche quella tal variante della tal obiezione o altre delle cose che facciamo, non bastano più.
E certo è sciocco immaginarsi, come faccio io quando vedo quei programmi, di esser lì a mettere i puntini sulle i, di esser lì a dire: “lei non è intervenuto sul punto in questione, ma ha divagato: torni per favore al punto”.
Insomma? Insomma vi sto chiedendo un aiuto. Vi sto chiedendo di aprire una riflessione comune che possa aiutare chi, davanti a casi come quelli qui citati (No TAV e articolo sull’infanticidio), si sente, come me, disorientato e non vuole cavarsela dicendo “intanto, io ho da fare la mia tesi su Mill e sarà questa il mio contributo”.
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Non mi sembra che gli esempi da te citati di “violenza ideologica” nei confronti del movimento No TAV -risposte a vanvera di politici e giornalisti nei talk show sui temi della TAV- siano diversi, come livello di illogicità e gravità, da quelli di risposte a vanvera di politici e giornalisti nei talk show su qualsiasi altro argomento. Dobbiamo concludere che la violenza ideologica dilaga nel nostro paese (proprio oggi, con il governo del pacificatore Monti)? Semmai, non sarebbe il caso di dire due parole sul principio di legittimità democratica (e del fatto che alle istituzioni democratiche spetta fornire l’unica rappresentazione ragionevole e coerente dell’interesse generale, nei limiti della costituzione e dei diritti individuali, dotata di potere vincolante ai fini della legge) e dei suoi limiti (cioè il problema della disobbedienza civile)? Mi sembra che il problema filosoficamente rilevante sia lì, non dove lo individui tu.
Caro Michele, hai ragione a dire che il problema che evochi è fondamentale. Direi che da un punto di vista politico è il problema più importante: è un’individuazione delle aporie del concetto moderno di rappresentanza (sono ad esempio i rappresentanti della regione Piemonte eletti democraticamente a dire che l’interesse generale è pro-TAV, dunque, qualunque protesta non può, dal punto di vista di quella concettualità, che dare voce a un interesse privato e particiolare). Spero dunque che si rifletta anche su questo e sull’articolazione, che non è un’identità, tra democrazia e rappresentanza e, prima ancora tra politica e rappresentanza. Detto questo, io ho preso l’occasione da uno dei fatti del nostro presente per fare una domanda sull’etica del filosofare. La tua risposta implicita a questa seconda domanda mi pare che sia: “caro Riccardo, usiamo quel nostro sapere per articolare bene le vere questioni fondamentali che si agitano sotto i casi giornalistici. In questo caso, la questione è se siano solo i rappresentanti politici a poter far valere l’interesse generale”. è una risposta che considero importante, anche se mi sembra che ci sia ancora qualcosa, in ciò che mi fa problema e per cui ho scritto, che non è ancora stato mediato e che però non è solo una fisima mia. O no? Ad ogni modo, spero che tu scriva presto un post o qualche altra cosa dove sviluppi quanto qui accenni. Ciao Riccardo
Sì, hai ragione Stefania: mi sono espresso in maniera troppo affrettata, neppure io penso che si decidano i fini in maniera arbitraria. Volevo solo rimarcare il fatto che non è una questione di verità come lo è quella invocata dai No-TAV. La presa di posizione sui fini, dipende invece da ciò che siamo, e non solo da ciò che strutturalmente siamo (che sia scoperto dall’antropologia filosofica o dalla biologia), ma anche da ciò che ci capita di essere e da ciò che siamo per la storia sociale cui apparteniamo. Da ciò che siamo e da ciò che facciamo valere di noi stessi e di ciò che siamo, cioè anche e soprattutto da ciò che assumiamo e sappiamo assumere. (Dove il noi è più che una somma di io – ma anche più del soggetto della we-intention). Mi sa che hai ragione, però, a dire che la pratica filosofica è in difficoltà a muovere da questo piano.
Devo ammettere, Riccardo, che mi trovi d’accordo su un’interrogazione sull’etica del filosofare. Non so molto della questione No Tav e non provo ad entrarci (per me infatti ci sono ben altri interessi in gioco: ad esempio una politica delle infrastrutture a livello europeo – o almeno questo dovrebbe esserci dietro. Con la solita ingenuità spero che non sia il solito magna-magna). Però spesso mi viene chiesto da persone a me vicine per affetto, ma lontane per professione, che senso ha il mio fare quotidiano. Non sono sicura di essere ancora riuscita ad elaborare una risposta convincente. Mi sembra che il nostro fine dovrebbe essere quello di dare delle direttive comuni (alla politica, ad esempio, ma non solo), ma come trovare spazi per essere ascoltati se il nostro parere semplicemente non è richiesto? Allora forse dovremmo impegnarci di più per rendere accessibile a tutti e allettante un discorso filosofico rigoroso. Ma questo, siamo d’accordo, è molto difficile (in primis perché bisogna padroneggiare molto bene la materia e poi perché bisogna avere spiccate doti comunicative). E poi in quali sono gli spazi oggi dedicati ad uno scambio di questo tipo (al di là del mio tentato proselitismo al bar con gli amici)? Dovremmo forse inventarne di nuovi? O la soluzione è usare il nostro sapere in impieghi di tutt’altro genere, facendo emergere nuove figure richieste dal mercato come ad esempio i gruppi di counseling o i nuovi consulenti della formazione nelle aziende (non so perché ma la prospettiva di fare “la filosofa in azienda” mi dà sempre l’impressione di una mercificazione del sapere. Forse sono troppo purista)? Non so bene, sento che abbiamo ancora qualcosa da fare e da dire e che per farlo dobbiamo uscire dalle dinamiche universitarie, o almeno affiancare ad esse nuovi modi di comunicazione, ma per ora, l’unica cosa che riesco a fare è, di nuovo, il solito proselitismo con gli amici al bar….