Uno stimatissimo collega (e amico), con cui mi trovo molto spesso d’accordo sulla teoria politica, qualche giorno fa ha scritto su Facebook la seguente frase, a proposito dell’Articolo 18, che penso sia bene citare:

non si dica, per favore, che già oggi molte lavoratrici e molti lavoratori sono prive/i della tutela dell’art. 18. Un’eguaglianza ottenuta mediante un livellamento verso il basso, sottraendo diritti a chi li ha, non è una conquista. (Nicola Riva, Facebook, 22/03/2012)

Non attribuisco all’eguaglianza un valore così alto da pensare che, se la riforma implicasse un livellamento verso il basso, allora sarebbe una conquista. Il collega ha ragione quando sostiene che non è desiderabile una riforma che, allo scopo di rendere eguali i lavoratori, riduce i diritti di molti, senza migliorare quelli di nessuno*. Dubito però che la riforma in discussione porterebbe a un livellamento verso il basso. Dato che, comunque, la frase del collega ha ottenuto (e continua ad ottenere) molti “Like” su Facebook (da parte di altrettanto stimati colleghi e amici), vorrei capire come mai le mie idee siano tanto diverse da quelle della maggioranza. Con la prudenza necessaria quando si è in minoranza, proverò a spiegare perché qualcuno (pur dotato di cervello) potrebbe ritenere il contrario.

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A masterwork of '70 progressive music

The third album from Soft Machine (1970) was a double vinyl LP containing 4 long pieces (3 of which instrumental), one for each side of the record

I’m pretty sure that, if John Rawls’ A Theory of Justice (1971) were a piece of music, it would be a progressive suite from the early seventies: long, intricate, sophisticated, at times incomprehensible, and pretentious in its attempt to be as solid and transcendent as a classic while engaging contemporary instruments and sensibilities. Just like the artistic project of “art rock” (rock elevated to art, roughly a synonym for progressive rock music), the Rawlsian theoretical ambition of solving the eternal problems of political philosophy at once (justifying authority, sketching the shape of an ideally just society, showing that justice could fit human nature – or perhaps the reverse) was doomed to failure. And, in both cases, this was eventually shown to be case in the eighties.

This leads us to our second question, namely, what kind of music was Rawls playing in the 80s and later? I must confess, I’m still unable to assess the direction of late Rawlsian philosophy and to come up with an answer. Did Rawls actually started to play an altogether different kind of music, but, unlike Wittgenstein, was he also too afraid of disappointing the old audience to disavow the style and content of the 70s in its entirety? Does Political Liberalism, in other words, sound like a late Genesis or Yes concert, jumbling the newer more melodic and pop sound (retaining only the bombastic pretentiousness of the former times) with few symphonic tunes from early days, resulting in a performance of very little artistic and conceptual integrity (and quite disappointing for the fans of either period)? Or did his philosophy evolve more like the music of Robert Fripp, the long-time leader of King Crimson, who in the 80′ reinvented the Crimson sound from scratch, retaining only the philosophical attitude?

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20 Gennaio 2012
Università degli Studi di Miliano
Aula seminari Dipartimento Beccaria, sezione di filosofia e sociologia del diritto, via Festa del Perdono, 7
The Framework of Legal Thought“: questo il titolo delle riflessioni sui cinquanta anni di The Concept of Law di H.L.A. Hart, con relazioni di:

Mario Jori

Anna Pintore

Aldo Schiavello

Mario Ricciardi

Scarica la locandina in PDF.

 

 

 Oltre il tragico destino dei passeggeri, la tragedia della nave “Concordia” ha rilanciato nel grande pubblico, soprattutto in Italia, l’interesse per la psicologia morale. Quasi tutti i quotidiani hanno schiaffato in prima pagina le registrazioni del dialogo tra gli ormai arcinoti Comandante Schettino (il “bello e cattivo”) e De Falco, il “capo assertivo della Capitaneria di Livorno” (copyright Gramellini), che non è brutto, però scusate, mi serviva un titolo a effetto e non mi veniva di meglio.

E gli italiani tutti su internet a commentare, mettendo alla gogna il primo, per il suo comportamento da vigliacco, e osannando il secondo, per… non si capisce bene perché (come molti hanno fatto rilevare, si è limitato a compiere il proprio dovere, scaldandosi un po’).

A mio avviso il commento più interessante è stato scritto da Massimo Gramellini stamane sul “La Stampa”. Mi ha colpito specialmente il passaggio che dice:

Eviterei però il gioco insistito dei paragoni: l’eroe contrapposto al vigliacco, l’italiano buono all’italiano cattivo, fino all’urlo autoassolutorio che ho letto su un blog: «Io sono De Falco». Anch’io. Anche Schettino, credetemi, se fosse stato sulla poltrona di De Falco sarebbe stato De Falco e avrebbe dato ordini perentori al se stesso vigliacco che tremava in mezzo al mare per la paura di morire.

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Concludo con questo post una serie di interventi dedicati a uno dei capitoli del libro di Sen, The Idea of Justice (tradotto in italiano da Mondadori). Nel cap.13 sui “felicità, benessere e capabilities” si sostiene che le capabilities forniscano la migliore misura della diseguaglianza, rispetto a benessere e felicità.

Come si diceva nel post precedente sull’argomento, Sen ritiene che le capabilities siano da preferire al benessere perché le persone hanno preferenze adattative e poiché non sempre il benessere inteso come felicità rispecchia l’oggettiva condizione di svantaggio in cui una persona si trova. Ad esempio, Tiny Tim, povero, zoppo e con una disposizione solare, può essere più felice di un individuo sano e ricco, ma non facilmente accontentabile (che nel post precedente ho chiamato Giulia Ciccone).

Ma questo argomento non porta acqua al mulino delle capabilities, se il benessere  è qualcosa di oggettivo, non di soggettivo. Alcuni filosofi (che rifiutano le capabilities) concepiscono il benessere come qualcosa di oggettivo: non la soddisfazione delle preferenze dell’individuo, ma il fatto che la sua vita includa beni di un certo tipo (l’esercizio di facoltà umane eccellenti, come voleva Aristotele, o il conseguimento di obiettivi di valore, come vuole Griffin) (vedi post precedente).

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Image courtesy of Creative Commons

Con questo breve post veniamo in aiuto a tutti coloro i quali, dal punto di vista bioetico, politico o giuridico, si occupano dei problemi legati alle biobanche. Lo strumento di consultazione che Moraliaontheweb mette a disposizione, grazie al lavoro di Dott. Claudio Corradetti, Senior Researcher all’ EURAC di Bolzano, è una pagina web con un indice di leggi e regolamentazioni fra le più importanti di questo ambito, consultabili nel batter di un click attraverso link ipertestuali.

Cosa sono le biobanche? (A cura di Claudio Corradetti)

Le biobanche genetiche sono costituite da collezioni di tessuti biologici che forniscono informazioni per lo studio di malattie genetiche. L’informazione genetica può a sua volta essere utilizzata secondo varie finalità: ricerca, diagnostico, prognostico.

Lo scopo della presente raccolta è quello di fornire una panoramica delle principali regolamentazioni esistenti sul piano nazionale, regionale (principalmente europeo) e internazionale. Dalla comparazione dei testi e dalla pratica di laboratorio, è possibile comprendere con maggiore precisione quali siano i principali problemi etici coinvolti nella ricerca genetica.

Accedi all’indice di documenti legali e quasi legali sulle biobanche e la genetica.

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