Il ghigno deformante, retaggio della malattia, consegna Bossi, dimissionato da segretario politico della Lega Nord, malgré lui, alla storia del genere grottesco. Non avevo mai avuto dubbi che anche la formazione italiana simbolo dell’anti-politica sarebbe stata travolta dalle vicende sempre eguali della corruzione dei partiti politici: le amanti, i figli, gli appartamenti, le automobili, le cartomanzie.

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Mi sono convinto che le letture importanti per ciascuno di noi abbiano, in generale, due fonti: i nostri maestri e il caso. Di maestri fatico ultimamente a trovarne, ma il caso e la contingenza non li posso certo evitare. L’ultima importante lettura di argomento teorico è frutto del caso, ancora una volta.
Ritornavo da Rovigo, dove ero stato invitato a un convegno sull’innovazione, popolato da ricercatori giovani. Mi avevano chiamato per presiedere la tavola rotonda conclusiva della prima giornata, più per la mia fama nel far rispettare i tempi ai relatori che per le mie idee sull’innovazione (che, in effetti, penso sia un intreccio di capacità personali, contesto sociale e caso).
Ero in treno la sera verso Trieste con Enrico Marchetto, un imprenditore giovane, che è stato mio insegnante a un corso di comunicazione ed era stato relatore a quel convegno. Parlavamo di libri, perché io ero affascinato dal suo Nook Simple Touch, un e-reader (una innovazione), che Enrico maneggiava non ancora esperto.
All’improvviso Enrico estrasse invece dallo zaino un libro cartaceo. Ne avevo già visto la copertina, ero convinto, o nello scaffale di qualche negozio o sul sito della casa editrice Einaudi. Vi è ritratto il volto di un uomo. Già inoltrato nella maturità, calvo, la barba corta, le sopracciglia folte, gli occhi spalancati, caldi e curiosi, la fronte con poche rughe (avrà una quarantina d’anni). Indossa una maglietta bianca, che è facile immaginare tesa da un trapezio elastico e scattante.
Sembra il volto di un uomo pronto a essere in balia di se stesso. Il volto mi dice qualcosa. Poi mi ricordo di averne letto la quarta di copertina in libreria. È la biografia di un tennista, uno dei più grandi, è Open di Andre Agassi. Cosa ci fa il mio amico Enrico con la biografia di un tennista? A lui interessa il poker sportivo, del quale è un esperto, e la bicicletta. Io, per altro, guidato dal mio pregiudizio non avevo mai considerato di inserire la biografia di un tennista fighetto (ma cosa ne so io di tennis? Nulla. E di Agassi? Ancora meno.) nei miei programmi di lettura. Avrei avuto tempo per ricredermi.
Open, il frutto di una proficua collaborazione tra Agassi e J.R. Moehringer (autore di un Bildungsroman, che è diventato un piccolo cult, Il bar delle grandi speranze) è un libro di metafisica sulla necessità e il determinismo, un testo tragico nella sua mancanza di speranza nella libertà del volere umano, ed è, naturalmente, un libro profondamente antidualistico, che affronta un argomento teorico partendo dalle esemplificazioni, nutrito dalle condizioni di persuasività che la produzione artistica fornisce.
Tutta la vita di Agassi, come viene descritta da Open, ha una cifra unica: la necessità. Nulla viene fatto che sia stato realmente deciso da lui. Il chiarissimo incipit fornisce una chiave di lettura a tutto il testo: “Apro gli occhi e non so dove sono o chi sono. Non è una novità: ho passato metà della mia vita senza saperlo.” Questo incipit contiene una ironica e sviante diminutio: non si tratta di metà della vita di Agassi, ma della totalità della sua esistenza come essere cosciente.
Tutta la vita cosciente di Agassi è stata, infatti, consegnata al tennis, e anche prima di essere cosciente c’era il tennis ad attenderlo. Letteralmente, tutto il suo tempo è stato immerso nei palleggi, negli scatti, nelle strategie, nello studio degli avversari, negli allenamenti massacranti. Tutte queste cose non hanno riguardato solo il corpo di Agassi o quella dimensione materiale estesa che è il tempo di una vita. Come avrebbero potuto? Hanno coinvolto ciò che Agassi è assieme al suo corpo, ossia anche la sua mente. Così, se il suo corpo, quando si avvicina alla quarantina, atleta longevo ma affetto da tutta una serie di traumi muscolari e scheletrici, non è più il suo, “di conseguenza, neanche la mia mente sembra la mia”.
La mente di Agassi è infatti indistinguibile dal suo corpo e il suo corpo è indistinguibile dal tennis. La proprietà transitiva si deve qui applicare rigorosamente e ci fa concludere, che la mente di Agassi è completamente forgiata dal tennis. Ci sarebbe stato un Andre Agassi, come noi lo conosciamo, senza il tennis? Ovviamente no, ed allora quell’equivalenza ne risulta confermata.
Cosa porta il tennis alla mente e al corpo di Agassi? A molti di noi, nutriti di edonismo, vengono in mente le solite cose: le centinaia di milioni di dollari guadagnati in premi e sponsorizzazioni, la vita mondana (è stato sposato a Brooke Shield), le belle donne, le suite spettacolari negli alberghi più lussuosi. Nel caso di Agassi siamo, tuttavia, completamente fuori strada. Ciò che il tennis porta nella sua vita è l’odio. Odio per qualcosa che non si può evitare, odio per qualcosa che si è costretti a fare. Odio costante per il tennis, che non lo abbandona mai, come un sordo rumore di sottofondo.
D’accordo, direte. Qual è il problema? Uno odia il tennis, è già molto ricco prima dei trent’anni, grazie a se stesso, partendo dal nulla e da un campo da tennis costruito dal padre dietro casa: può smettere e dedicarsi a quello che gli piace per il resto dei suoi giorni, si trattasse pure di degustare mojto su una spiaggia tropicale deserta. Invece no. Questa non è un’opzione che mai emerge, perché il corpo e quindi la mente di Agassi non sono fatti per una cosa del genere, al punto che nemmeno possono contemplarla.
Più volte, nel corso di Open, Agassi confessa che ha continuato a giocare a tennis perché non sapeva come guadagnarsi da vivere. Sembra l’affermazione superficiale di un bambinetto viziato. Si tratta invece della riflessione profonda di un guerriero dello sport (questo sono gli sportivi nel nostro immaginario sociale), che non riesce a immaginare alternative alla gabbia che modella il suo corpo e quel fantasma che vi si specchia, che possiamo anche chiamare anima.
È un vita, quella di Agassi totalmente immersa nella necessità, così come immersa nella più completa necessità è la vita del padre che coercitivamente lo indirizza verso la pratica sportiva. Il padre va a letto, fissa il soffitto e vede un campo da tennis. Guarda i figli e immagina dei tennisti. Colpito da un infarto, in ospedale vuole discutere di strategia di gara con il figlio. Il piccolo Andre a sette anni parla da solo, perché nessuno è capace di ascoltarlo. Vorrebbe andare a giocare con i suoi fratelli, tutti più grandi di lui e tutti avviati dal padre al tennis: “Non ti sembra bello? Non sarebbe magnifico, Andre? Semplicemente lasciar perdere? Non giocare a tennis mai più? Ma non posso.”
Cosa glielo impedisce, anche più tardi? Le occasioni di lasciar perdere non mancano. Una in particolare è impressionante, quando Andre Agassi, alla fine degli anni Novanta, precipita dai vertici del ranking mondiale al 141esimo posto. Dovrebbe essere il segno evidente che la propria epoca e la propria carriera sono concluse. Eppure così non è. In poco più di un anno risale dal 122esimo posto al 6°. Sarà, alla fine, il più anziano giocatore a essere primo nel ranking tennistico. Tutto questo avviene assieme ai match disperati, agli infortuni, alla vita scandita dai tornei tutto l’anno, sempre continuando ad odiare il tennis. Ecco: altra scelta non esiste. Si odia il tennis giocandolo: non c’è alternativa.
In filosofia diciamo che la libertà è potestas ad opposita, la capacità di volgersi verso azioni e stati del mondo che sono reciprocamente esclusivi. Scegli uno, e l’altro non viene ad esistenza. Tuttavia, quando Agassi afferma di odiare il tennis, dice invece di non riuscire a non giocarlo, perché la macchina (the machine in the ghost, parafrasando Gilbert Ryle) che è la sua mente non può fare altro che continuare a giocare.
Non c’è nessuna libertà, nemmeno negli affetti. Agassi è finora l’unico tennista maschio ad aver vinto sia tutti i 4 tornei grande slam, sia la medaglia d’oro del singolare olimpico, il torneo ATP World Championship, e la Coppa Davis. La medesima impresa in campo femminile è stata compiuta solo da Steffi Graf, sua moglie. Non a caso, viene da pensare.
Leggendo Agassi mi tornavano alla mente continuamente dei passi della Teodicea di Leibniz. Evidentemente, ognuno di noi nutre la propria macchina con fantasmi diversi. Si ripresentavano alla mente in particolare quelli dove Leibniz, dopo aver criticato l’ipotesi del cosiddetto asino di Buridano, il quale muore di fame perché non sa decidersi di fronte a due pasti equivalenti (situazione che non può trovare posto nel mondo naturale, perché non è possibile che le nostre inclinazioni siano mai indifferenti), scrive una cosa sconcertante, per chi è abituato a credere che sia il critico del determinismo e il difensore della libertà metafisica: “per quel che riguarda la volizione stessa, è un modo improprio di parlare dire che essa è un oggetto della libertà libera.” Noi non vogliamo la volontà, insomma, ma vogliamo invece agire; la volontà è semmai uno strumento dell’azione. Ma l’azione non è il prodotto dell’intelletto pratico bensì è “il risultato  di tutte le inclinazioni che provengono tanto dal lato delle ragioni quanto da quello delle passioni”. Manca solo che Leibniz dica che non c’è libertà, direte voi, e infatti lo dice: “Tutto dunque è certo e determinato in anticipo, nell’uomo come in ogni altro luogo, e l’anima umana è una specie di automa spirituale”.
Come Leibniz, il leibniziano Agassi rinuncia all’idea della libertà, aggiungendovi per sovrappiù una visione tragica della necessità, che disegna l’unica vita che conosce. È una visione tragica, perché non emerge nessun ordito sensato in quel vortice di tornei, sconfitte, depressioni, muscoli che si rompono, allenamenti durissimi.
Nulla, nel senso pieno della parola, è riscattato dalla necessità. Anche la minimale chiusa domestica lo conferma, con il sapore di un’epica. Agassi, oramai ritirato, gioca in un campetto pubblico vicino a casa con sua moglie. Presto si raduna una piccola folla. La gente scatta delle foto. Basta! Steffi Graf smette perché occorre andare a prendere un figlio a scuola. “Non ancora, le dico. […] è più forte di me. Voglio soltanto giocare un altro po’.”

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Etica & Politica / Ethics & Politics XIII, 2011, 2

MONOGRAPHICA
On the premises of the mind-body problem: an unexpected German path?

Stefano Semplici Guest Editor’s Preface p. 7
Mirko Di Bernardo Le nuove scoperte e il nuovo contesto della ricerca bio-medica p. 12
Nicoletta Domma Corpo e libertà nella filosofia di Kant p. 42 G
iovanni Cogliandro Organismo e determinazione: il corpo nella dottrina della scienza di Fichte p. 80
Omar Brino La tematica del corpo nelle psicologie filosofiche ‘realistiche’ del primo Ottocento tedesco: Herbart, Fries, Schleiermacher p. 111
Maria Cristina Benedetti Naturalità e corporeità nella filosofia di Hegel p. 139

SYMPOSIUM
Luciano Floridi, The Philosophy of Information

Gustavo Cevolani Strongly semantic information and verisimilitude p. 159
Massimo Durante Normativity, Constructionism, and Constraining Affordances p. 180
Don Fallis Floridi on Disinformation p. 201
David Gamez Information and Consciousness p. 215
Jakob Krebs Philosophy of Information and Pragmatistic Understanding of Information p. 235
Marty J. Wolf Analysis, Clarification and Extension of the Theory of Strongly Semantic Information p. 246
Anthony F. Beavers Historicizing Floridi

SYMPOSIUM
Paul Gilbert, Cultural Identity and Political Ethics

Paul Gilbert Freedom from Culture p. 278
Elvio Baccarini Politics of Identity and Liberalism p. 287
Enes Kulenović Evaluating Political Claims Based on Cultural Identity p. 305
Paul Gilbert In defence of anti-culturalism: a reply to my critics p. 322

VARIA
Brunella Casalini Libere di scegliere? Patriarcato, libertà e autonomia in una prospettiva di genere p. 329
Joseph Grcic The Contradictions of Libertarianism p. 365
Vallori Rasini “Weltoffenheit”: zeitgenössische philosophische Anthropologie im Zwischenbereich von Geist und Natur p . 383
Carmelo Vigna Gloria e vanagloria p. 396

Informazioni sulla rivista/Information on the journal p. 407

Qualche mese fa ho assistito a una lezione di un collega di Padova sul tema del maestro in filosofia. Da quello che ricordo, ciò che si teorizzava era la necessità del maestro per la riflessione personale. Fin qui tutti d’accordo, immagino. Almeno per iniziare, è necessario qualcuno che ti indirizzi. Ritornato a casa, ho fatto una strana esperienza: sono passato davanti allo scaffale della mia libreria dove è collocata l’Apologia platonica. Ho preso il volume e l’ho aperto a caso. Sono capitato sul passo dove Socrate spiega chiaramente che lui non ha mai voluto essere il maestro di nessuno, che se questo è potuto capitare, ciò è avvenuto senza che ci fosse alcuna responsabilità da parte sua, che mai ha costretto nessuno ad ascoltarlo. Eppure è alquanto difficile sottrarsi all’idea, quando si leggono i dialoghi socratici di Platone, che Socrate sia stato precisamente questo: un maestro eccezionale.
Prendo un altro testo, Cogito e storia della follia di Derrida. È un lungo commento sul testo di Foucault Storia della follia nell’età classica. La cosa singolare è che Derrida, dopo aver scritto che analizzerà il volume di Foucault, in maniera del tutto inattesa, inizia a parlare della figura del maestro, trattandola come una figura della coscienza del discepolo. Anzi: Derrida afferma che il solo fatto che il dialogo con il maestro possa essere inteso come una contestazione, rende la coscienza del discepolo una coscienza infelice. Derrida aveva una chiara consapevolezza della sua autonomia critica e fa una certa impressione leggere queste affermazioni. Evidentemente anche per lui il maestro è una figura necessaria.  Sembra che tanto Derrida quanto Platone – e probabilmente Socrate attraverso di lui – abbiano avuto evidente coscienza di un altro fatto, ossia che la figura del maestro può essere molto ingombrante. In Derrida questo ingombro è prossimo a una necessità – un rispecchiamento, una riflessione infinita del discepolo nel maestro -, al punto che se vuoi iniziare a parlare devi operare una rottura.
Sia in Platone-Socrate sia in Derrida la figura del maestro è un macigno e non certamente una figura piattamente positiva. Socrate lo suggerisce dicendo che lui non ha mai voluto essere un maestro – magari lo è stato per qualcuno, ma più per debolezze degli altri che per proprio narcisismo -; per Derrida, addirittura, se vuoi iniziare a parlare devi rompere il rimando infinito tra te e il maestro, ossia il fatto che il discepolo si definisce attraverso il maestro. Tanto nel primo caso, quanto nel secondo non mi pare che la figura del maestro emerga come una figura raccomandabile. A fermarsi qui, viene da pensare che è meglio un maestro mediocre o nessun maestro piuttosto che una personalità ingombrante che blocca lo sviluppo delle tue capacità critiche. Non a caso, dobbiamo a Platone anche la prima compiuta teorizzazione sul parricidio: se vuoi cominciare a pensare da solo, allora devi sbarazzarti delle influenze troppo presenti.
Tutte queste cose, e forse altre ancora, mi sono venute più volte in mente quest’anno. È un anno per me speciale. Due dei miei maestri non ci sono più. L’uno, Stelio Zeppi, il mio mentore all’università, ha avuto la coscienza e la sua superba intelligenza annichilite dall’Alzheimer. L’altra, Anita Pesante Burian, ha concluso quest’anno una lunga vita terrena. Per quegli strani casi della vita, un filo li lega, ché il primo fu suo allievo – uno degli unici due dieci che diede nella sua carriera -. È la seconda che vorrei ricordare, non per affliggervi con la mia autobiografia, ma perché costituisce un esempio diverso di maestro, rispetto alle coordinate che ho ricordato.
Anita Pesante Burian non è stata una personalità accademica, ma un’insegnante di liceo. Per molti decenni ha insegnato storia e filosofia al Liceo ‘Petrarca’ di Trieste. È stata ben più di una professoressa. Era, infatti, anche una dei Giusti: sottrasse alla persecuzione nazista una compagna di studi ebrea, nascondendola nella propria casa. Un albero è piantato in Israele per ricordare questo gesto eroico. Lo scoprimmo leggendo il giornale, poiché lei non ne aveva mai fatto cenno.
Donna elegantissima, che conservava i segni di una bellezza algida anche nella senilità, Anita Pesante Burian era una personalità eccezionale per la vastità della preparazione culturale, l’indipendenza nell’elaborarla, la capacità di trasmetterla all’uditorio, appassionandolo con la sola forza degli argomenti. Le sue lezioni erano delle piccole conferenze, svolte senza l’ausilio del benché minimo appunto. Il suo posto naturale di studiosa sarebbe stato in un’istituzione di alta cultura. La vita aveva deciso diversamente e noi, suoi allievi, ne beneficiammo.
Formatasi in un’altra epoca, quando la contestazione investì la scuola italiana, comprese la profonda portata etica dell’antiautoritarismo del movimento studentesco. Questa sua comprensione era del tutto coerente con quella che era la struttura del suo insegnamento, che lei concepiva come un avvio a pensare in proprio, senza affidarsi al comodo conforto di idee accettate prima ancora di essere discusse.
Dire unicamente che era un’insegnante di levatura altissima non basta. Anita Pesante Burian era anche una maestra, la migliore, in effetti, che uno potesse sperare di incontrare a quell’età, dove ci si affaccia alla vita, si formano gli interessi e si scoprono le vocazioni. Nel caso (raro) di maestri come lei il parricidio che ci consiglia Platone non è necessario, poiché il suo magistero era di metodo non di contenuto. Quello che a lei interessava era che ognuno dei suoi scolari cominciasse a pensare con la propria testa e che non riconoscesse altra autorità se non quella della propria ragione.
Ovviamente, il suo era un insegnamento che aveva anche dei forti contenuti. I suoi eroi filosofici erano, infatti, Socrate e Kant: il primo, eroe del dialogo e della forza dell’argomentazione razionale; il secondo, il prodotto più alto della filosofia illuministica. Era una storia della filosofia orientata e interpretata, naturalmente, che in definitiva leggeva autori distanti da noi attualizzandoli. Socrate era interpretato come il campione del pensiero laico, ma se ne lasciava da parte tutto il versante profondamente religioso; Kant era letto come un pensatore che aveva risolto – o dissolto – il problema conoscitivo attraverso il fenomenismo, ma il prezzo da pagare era di rendere tutta la filosofia successiva un colossale equivoco.
Il valore duraturo del suo insegnamento non risiede però in un qualche contenuto, ma nell’averci avviato al rischio della libertà e dell’autonomia. I miei eroi filosofici non sono più i suoi. Io non ho la sua contagiosa fiducia nell’argomentazione razionale e, inoltre, la filosofia di Kant mi pare uno strumento piuttosto obsoleto. Posso immaginare che queste divergenze intellettuali, che lei stessa aveva reso possibili con il suo insegnamento di libertà, le avrebbero fatto piacere. Avessi avuto mai l’occasione di fargliele rilevare, lei avrebbe acceso una sigaretta con il suo Cartier di argento massiccio forse per dirmi con Nietzsche che  ‘si ripaga male il maestro se si rimane sempre allievi’.

 

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Segnalo che è on line il nuovo numero di Etica & Politica/Ethics & Politics (XIII, 1, 2011).
La sezione monografica è dedicata a Bernhard Waldenfels ed è curata da Ferdinando G. Menga.
Oltre alla consueta sezione Varia, che ospita saggi liberi, vi segnalo anche due simposi: uno sul cosmopolitismo a partire da un volume di Gillian Brock e uno sul recente lavoro di Adriano Fabris sulla filosofia della relazione.

Anche l’autore del Canzoniere ne avrà avuto senz’altro uno, di ethos intendo. Questo ethos sarà stato ricevuto dalla tradizione, elaborato dalla sua personalità, trasmesso a qualcuno che gli sopravvisse. Tuttavia, non è del suo ethos che intendo parlarvi, quanto di quello del liceo che ho frequentato da adolescente, che si chiama appunto Petrarca e si trova a Trieste, la mia città.
Il Petrarca è un liceo classico, uno dei due che esistono a Trieste.  L’altro è il Dante. Nelle mitologie cittadine, queste due scuole, entrambe vocate al passato, sono state circondate da una certa rivalità: il Dante, scuola di destra, il Petrarca di sinistra, si diceva. Questo prima che tutto cambiasse e che i licei classici cessassero di esistere come luogo di formazione della classe dirigente per trasformarsi in licei linguistici.

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