Uno stimatissimo collega (e amico), con cui mi trovo molto spesso d’accordo sulla teoria politica, qualche giorno fa ha scritto su Facebook la seguente frase, a proposito dell’Articolo 18, che penso sia bene citare:

non si dica, per favore, che già oggi molte lavoratrici e molti lavoratori sono prive/i della tutela dell’art. 18. Un’eguaglianza ottenuta mediante un livellamento verso il basso, sottraendo diritti a chi li ha, non è una conquista. (Nicola Riva, Facebook, 22/03/2012)

Non attribuisco all’eguaglianza un valore così alto da pensare che, se la riforma implicasse un livellamento verso il basso, allora sarebbe una conquista. Il collega ha ragione quando sostiene che non è desiderabile una riforma che, allo scopo di rendere eguali i lavoratori, riduce i diritti di molti, senza migliorare quelli di nessuno*. Dubito però che la riforma in discussione porterebbe a un livellamento verso il basso. Dato che, comunque, la frase del collega ha ottenuto (e continua ad ottenere) molti “Like” su Facebook (da parte di altrettanto stimati colleghi e amici), vorrei capire come mai le mie idee siano tanto diverse da quelle della maggioranza. Con la prudenza necessaria quando si è in minoranza, proverò a spiegare perché qualcuno (pur dotato di cervello) potrebbe ritenere il contrario.

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Oggi la Repubblica ripropone (pp. 46-49) il testo (già pubblicato da Alfabeta2) della conferenza tenuta da Umberto Eco a New York al convegno sul tema postmoderno e neorealismo, svoltosi lo scorso novembre. Eco vi constata di essere stato più volte indicato tra i fautori del lancio di un nuovo realismo (in qualche misura anche io l’ho fatto). Egli però si chiede cosa ci sia di nuovo in tesi che lui sostiene “almeno dagli anni Sessanta” e che ha esposto in varie occasioni. La domanda di Eco nasce dalla prospettiva individualista che egli assume, riflettendo sul proprio lavoro. Assumendo un simile punto di vista, in effetti, non si può che concordare con lui. La realtà sociale è però segnata da fenomeni emergenti, così che quello che in certi casi gli individui fanno isolatamente può diventare una corrente, se essi prendono coscienza di essere parte di qualcosa di più grande di loro. Grazie all’iniziativa di alcuni, e in particolare di Maurizio Ferraris, in questi ultimi anni si è diffuso se non il motto, almeno lo spirito del “realisti di tutto il mondo unitevi”. Si tratta, insomma, di una presa di coscienza alla quale Eco in qualche misura ha collaborato. Essa poi è un fenomeno culturale nuovo che segue decenni segnati dall’ermeneutica relativista e dal pensiero debole. Vi sono dunque certe cose che non si possono dire, per stare proprio con Eco, e tra queste che egli non c’entri nulla col nuovo realismo.

Fin qui cerco di rispondere sociologicamente al quesito di Eco, ora vorrei entrare più in dettaglio circa il suo realismo negativo per cercare di catturare il punto filosofico nodale di tutta la questione. Per comprendere l’idea di fondo proposta da Eco, andiamo all’immagine che si vede sopra (la riprendo da p. 49).

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Ha avuto una grande risonanza nei giornali e sui blog la pubblicazione di un articolo favorevole all’”aborto-post-natale” (infanticidio) sul Journal of Medical Ethics, una delle più note riviste di bioetica del mondo. Gli autori sono due studiosi italiani, Alberto Giubilini e Francesca Minerva, attualmente attivi presso due diversi centri di bioetica di Melbourne, in Australia. Le reazioni suscitate sulla stampa e in rete dalle tesi sostenute hanno indotto l’Editor-in-Chief della rivista, Julian Savulescu, a difendere con un editoriale la decisione di pre-pubblicare l’articolo, di cui molti commentatori avevano letto solo l’abstract inizialmente disponibile on-line.

Dirò brevemente della tesi centrale (l’articolo è breve ed è in rete senza restrizioni), tralascio le polemiche e avanzo un’osservazione sulla strategia editoriale della rivista.

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“La rivincita delle donne”. “Sono queste le donne che ci piacciono”. Dopo il podio del 62° festival di Sanremo (Emma, Arisa, Noemi), tutto al femminile, tutto di trentenni e di ragazze normali (senza vestiti inguinali, eccetera, eccetera), giù con le solite affermazioni (per carità, legittime) sulla figura della donna in Tv. Tutto giusto, però qualcuno si è soffermato su due particolari? Ovvero: il testo della canzone “Non è l’inferno” che ha vinto e la imbarazzante sceneggiata della cantante vincitrice che non ricorda i nomi degli autori della sua (la sua!) canzone.

 

Imbarazzante, oltre che moralmente ingiusto nei confronti di chi, comunque, le ha scritto il brano che l’ha condotto alla vittoria. Per carità, la voce di Emma è così potente e il suo timbro così nitido che anche lei ha contribuito alla sua vittoria, ma almeno ricordarsi gli autori.

 

La storia della canzone, è un po’ confusa, ma a tratti merita. La voce narrante è un uomo sicuramente ultrattente (due guerre senza garanzie di tornare), ridotto in miseriea (mi ritrovo a non tirare a fine mese), con un figlio trentenne (che a trent’anni teme il sogno di sposarsi). Insomma, questo è solo l’inizio e la storia è già complicata. Soprattutto perché questa persona anziana se la prende con Monti (o con Napolitano?) (Se tu hai coscienza guidi e credi nel Paese), attacca in qualche modo l’articolo 18 (per un giorno di lavoro c’è chi ha ancora più diritti di chi ha creduto nel paese del futuro) e poi il climax si conclude con un invito “alla pari” (Ho pensato a questo invito non per compassione ma per guardarla in faccia e farle assaporare un po’ di vino e un poco di mangiare).

 

Tralasciando una serie di errori nella costruzione della sintassi (soggetti scollegati e simili), c’è un dato da sottolineare: la canzone di Emma su un tema impegnato (più di un tema: la perdita del lavoro, la fine delle certezza, il figlio precario) ha la meglio sulle due “canzonette” d’amore (as usual a Sanremo) di Arisa e Noemi. In fondo, anche questa è una piccola rivoluzione…

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Due parole di commento senza pretese accademiche sulla recente decisione di Mario Monti di respingere la candidatura romana alle olimpiadi 2020.
Da amante dello sport e della mia bandiera, non avrei potuto essere più contento di ospitare un evento così prestigioso in una città così meravigliosa quale è la nostra capitale, e dunque non parlo da indifferente. Tuttavia mi sento in dovere di sottolineare e condividere la posizione del nostro premier, che si è distinto ancora una volta per coraggio e responsabilità, prendendo una decisione molto poco comoda e molto poco popolare. Soprattutto penso sia giusto sottolineare questo a fronte delle precedenti esperienze governative, nere o rosse, blu o arancioni che siano state, nelle quali l’abitudine al ragionamento a breve termine (elezioni) invece che al lungo termine (prossime generazioni, rifacendomi alla felice espressione del fu Alcide De Gasperi) avrebbe senza dubbio portato alle grandi proclamazioni in stile Ventennio lasciando pagare al governo successivo (anzi, agli italiani) il caro prezzo di una decisione temeraria e imprudente.
Concludo rifacendomi alle righe di commento che ho lasciato recentemente al post relativo all’incidente comunicativo del premier riguardo alla faccenda del precariato. Voglio precisare che non scrivo da strenuo difensore di Monti; scrivo piuttosto perché sono irritato dalla faciloneria con cui gli italiani criticano i loro politici (non a torto, ma le esperienze passate non devono pregiudicare quelle presenti, altrimenti non ne usciamo più), e che siccome mi sento di concedere una chance a Monti (d’altra parte non vedo alternative, nel senso che qualcuno prima o poi doveva affrontare i gravi problemi in cui versiamo a causa di anni e anni di inerzia), spero di diffondere un pochino più di fiducia nei confronti del suo operato. Avanti così.

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Sarà stato uno scivolone comunicativo, fatto sta che il Presidente del Consiglio Mario Monti, definendo il posto fisso «monotono» (in un intervento a “Matrix”, su Canale 5), ha scatenato un vespaio di polemiche.

Da Facebook a Twitter, il popolo di Internet ha immediatamente crocifisso il Premier, ma critiche sono arrivate anche dai partiti e dai sindacati. A partire da Susanna Camusso, per la quale «in questo momento ci sarebbero in Italia tantissime persone che sarebbero felici di annoiarsi ma ce ne moltissime che non si possono annoiare perché stanno cercando disperatamente un posto di lavoro. Più che fare delle battute -tuona la leader della Cgil – bisognerebbe indicare loro quale strada il Paese intende intraprendere».

«Il posto fisso diventa monotono quando uno ce l’ha, e ti puoi guardare intorno. Quando non ce l’hai è desiderabile»,

commenta infatti il segretario del partito Democratico Pier Luigi Bersani, che poi sottolinea: quella del premier è stata «una battuta. Il pensiero di Monti, che conosco, è un po’ più articolato».

Parla invece di un «Monti invasato irresponsabile che guarda alla società dal buco della serratura di una banca», Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, che aggiunge: «Il suo attacco al posto fisso, in un momento in cui la gente ha paura del domani, è tipico di un signore ricco che letteralmente non sa come vivono le persone normali. Ed è anche -prosegue- un affronto ai giovani: ma quale monotonia? Lo vada a dire alle centinaia di migliaia di precari, sfruttati, sotto pagati, senza diritti. La flessibilità in Italia è stata declinata solo e soltanto come precarietà: ed è vergognoso che un premier usi certi termini di fronte al dramma di tanti lavoratori».

Critiche anche dall’Idv. Per Antonio Di Pietro Monti «prova a fare il furbo ai danni di milioni di ragazzi. E’ come dire a uno che non mangia da giorni che la dieta fa bene».

Ironico il segretario de la Destra, Francesco Storace: «Quando si parla del problema lavoro a me vengono i brividi perché è un problema sociale serio. Monti non avrà tempo per annoiarsi perché farà il senatore a vita e avrà il suo posto fisso, quindi dovrebbe fare molta attenzione quando usa le parole».

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