Giustizia, grandi poteri, grandi responsabilità, quelle cose lì.

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Philip Zimbardo (quello dello Stanford Prison Experiment) racconta a TED le sue scoperte sul perché la gente diventa cattiva – quello che lui chiama “Lucifer effect“.

Bisognerebbe che lo ascoltassero, a partire almeno dal minuto 16, quelli che per protestare contro il trattamento che subisce la scuola pubblica (protesta giusta) indossano maschere anche famose.  Per risparmiarsi (/ci) cazzate.1

  1. Ho messo una parolaccia! E ci ho fatto la nota.
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R. Safranski, Il Romanticismo, Longanesi, Milano 2011, pp. 1-396.

I. Berlin, Le radici del romanticismo, Adelphi, Milano 2001, pp. 1-259.

 

Con questa recensione proverò a introdurre una piccola novità. Il testo prescelto, ossia il libro di R. Safranski sul romanticismo, sarà costantemente paragonato a un classico sul tema; in questo caso le celeberrime lezioni di I. Berlin sulle radici del movimento romantico. In questo modo è possibile che emergano differenze, somiglianze, mutamenti di prospettiva o, semplicemente, errori interpretativi.

Siamo abituati a valutare con sufficienza il romanticismo, come se fosse un fenomeno ormai dimenticato, senza alcuna presa sul presente. Sia Berlin che Safranski, però, sottolineano con forza l’attualità del movimento romantico; un movimento che ha generato parte degli ideali, delle nozioni e dei concetti con cui plasmiamo la nostra vita quotidiana. Essere coscienti di tali discendenze e di tali pre-giudizi non può che essere filosoficamente salutare. Sono da citare, inoltre, le parole con cui Berlin descrive l’humus culturale in cui sono maturati i pensatori cardine del romanticismo tedesco:

Questi uomini, perlopiù figli di pastori, dipendenti pubblici e simili, ricevettero un’istruzione che gli dette certe ambizioni intellettuali ed emozionali, col risultato che, siccome in Prussia troppi posti erano occupati da persone nate in alto, e le distinzioni sociali vi venivano preservate nella maniera più rigorosa, essi erano nell’impossibilità di dare piena espressione alle loro ambizioni, e si sentivano perciò piuttosto frustrati, e cominciarono ad accarezzare fantasticherie di ogni specie. (Berlin, p. 201)

Se alla parola ‘Prussia’ sostituissimo ‘Italia’, avremmo una rappresentazione abbastanza fedele dello stato d’animo di molti laureati del nostro paese. Non voglio suggerire l’imminenza di una fioritura neo-romantica, ma l’importanza che può avere lo studio di questo movimento anche per l’attualità a noi più prossima.

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Provate a immaginare di aver guadagnato un bel po’ di soldi. Sono tanti che non sapete cosa farne. Chiedete consiglio a un amico, e quello vi  convince che vale la pena di investire una parte della somma che avete a disposizione. Seguendo il suo suggerimento, vi rivolgete a un esperto, una persona che si occupa professionalmente di queste cose, che vi dice come fare per avere una buona probabilità di guadagnare qualcosa. Se si tratta di una persona coscienziosa, il vostro consulente vi spiegherà che non esistono investimenti sicuri in assoluto. Qualsiasi tipo di obbligazione comporta l’assunzione di un rischio da parte del creditore. Tuttavia, ci sono modi per contenere il rischio. Per esempio, differenziando gli investimenti in modo che la possibilità di rientrare – o di guadagnare – non dipenda esclusivamente dalle sorti di un titolo, o di un mercato, oppure da quelle di un debitore pubblico.

Se mi avete seguito nel mio esercizio di fantasia, vi starete forse chiedendo perché qualcuno dovrebbe fidarsi delle valutazioni di un essere umano su fenomeni complessi come i mercati di titoli privati o pubblici. Nessuno può essere in grado, da solo, di padroneggiare così tanti dati. Di avere tutte le informazioni rilevanti e di trarne le conclusioni più affidabili relativamente all’investimento. In effetti non avete torto. Un individuo non può farcela. Ma, in realtà, chi investe non ha alcun bisogno di impegnarsi in prima persona per svolgere tale lavoro. Infatti, può contare su organizzazioni che lo fanno per lui. Tra queste, ce ne sono alcune che raccolgono dati, li analizzano, e fanno previsioni per gli investitori. Benvenuti nel mondo delle agenzie di rating!
Ovviamente quella che vi ho appena raccontato è una storiella che semplifica brutalmente una realtà più articolata. Comunque, mi pare che ci sia l’essenziale, almeno ciò che ci serve per ragionare sul ruolo che queste agenzie hanno nella società contemporanea, e sulle dimensioni etiche di tale fenomeno. Come spesso accade, l’opinione pubblica del nostro paese ha cominciato a rendersi conto della novità quando non era più tale. Le prime esperienze di raccolta delle informazioni a beneficio degli investitori risalgono infatti agli anni cinquanta del diciannovesimo secolo, quando il signor Henry V. Poor comincia a raccogliere sistematicamente quelle che riguardano le ferrovie, il grande business del momento negli Stati Uniti dell’età della frontiera. Seguiranno altri pionieri, come John Moody, che all’inizio del nuovo secolo pubblicherà un manuale di statistica industriale. Ma sono le crisi finanziarie della prima metà del novecento a mostrare che la valutazione dell’affidabilità dei debitori è un’attività cruciale per gli investimenti. Nella nuova realtà in cui operano miriadi di risparmiatori, e le possibilità di impiego del denaro si moltiplicano vertiginosamente, allontanandosi sempre più dal legame intuitivo con i beni materiali, c’è sempre meno spazio per gli Old Boys che conoscono l’ambiente e annusano il vento. La nuova era è dei professionisti – di agenzie come Moody’s o Stardard & Poor’s – che forniscono un servizio professionale. La vecchia Europa non può fare altro che adattarsi al nuovo modo di fare che viene dagli Stati Uniti.
Da qui dobbiamo partire. Le agenzie di rating sono una parte della struttura istituzionale del mercato finanziario internazionale. Di cui è difficile pensare si possa fare a meno. Tra l’altro, la loro stessa ragion d’essere è funzionale alla soddisfazione di uno dei presupposti di un mercato efficiente, l’eliminazione delle asimmetrie informative tra creditori e debitori. Un obiettivo che dovrebbe essere difeso dai liberali. Demonizzarle come se fossero parte di una sorta di Spectre che complotta contro la Grecia, il Portogallo, o l’Italia non ha senso. Chiedersi se, e in che misura, facciano bene il proprio lavoro è cosa completamente diversa. Da questo punto di vista, per esempio, i governi europei hanno tutte le ragioni per porsi il problema della cornice normativa all’interno della quale le agenzie svolgono la propria attività. Oppure di pretendere chiarezza sul possibile conflitto di interessi in cui si trova chi è al tempo stesso un’impresa che deve stare sul mercato, facendo profitto per i propri azionisti, e un’agenzia che svolge una funzione di rilievo pubblico nel raccogliere e rielaborare informazione.

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Lo scorso 29 settembre si è conclusa con la presentazione della ricerca finale la fase didattica e scientifica della II edizione del progetto “Interculturalità e valori civili nelle scuole secondarie di primo grado milanesi”.

Tale progetto è nato nel 2008 dalla collaborazione fra l’Assessorato alla Famiglia, alla Scuola e alle Politiche Sociali del Comune di Milano e il CeSEP, Centro Studi di Etica Pubblica dell’Università Vita-Salute San Raffaele, con un duplice intento sociale e didattico: in primo luogo ottenere un’impressione circa la percezione del fenomeno multiculturale da parte degli alunni delle scuole medie del territorio milanese; in secondo luogo insegnare loro gli elementi teorici e normativi fondamentali legati alla convivenza interculturale nel nostro paese.

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Lo scorso 13 settembre Judith Revel ha tenuto presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli studi di Parma un seminario sul tema Costruire se stessi: differenza e soggettivazione in Michel Foucault. La giornata di studi era organizzata dall’associazione singolarecomune in collaborazione con l’equipe di Vittorio Gallese, che i più ricorderanno come uno dei principali studiosi nel campo dei neuroni-specchio. La studiosa francese mi ha rilasciato in quell’occasione una breve intervista, che credo possa interessare ai lettori di Moralia. Per i non addetti ai lavori, ricordo che Judith Revel, attualmente docente alla Sorbona, è uno dei principali studiosi del pensiero di Foucault, nonché una importante figura-ponte tra mondo accademico francese e italiano, avendo a vario titolo tradotto, discusso e fatto conoscere in Francia autori come Toni Negri, Giorgio Agamben, Roberto Esposito e Paolo Virno. Di seguito il testo dell’intervista.   

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