Provate a immaginare di aver guadagnato un bel po’ di soldi. Sono tanti che non sapete cosa farne. Chiedete consiglio a un amico, e quello vi  convince che vale la pena di investire una parte della somma che avete a disposizione. Seguendo il suo suggerimento, vi rivolgete a un esperto, una persona che si occupa professionalmente di queste cose, che vi dice come fare per avere una buona probabilità di guadagnare qualcosa. Se si tratta di una persona coscienziosa, il vostro consulente vi spiegherà che non esistono investimenti sicuri in assoluto. Qualsiasi tipo di obbligazione comporta l’assunzione di un rischio da parte del creditore. Tuttavia, ci sono modi per contenere il rischio. Per esempio, differenziando gli investimenti in modo che la possibilità di rientrare – o di guadagnare – non dipenda esclusivamente dalle sorti di un titolo, o di un mercato, oppure da quelle di un debitore pubblico.

Se mi avete seguito nel mio esercizio di fantasia, vi starete forse chiedendo perché qualcuno dovrebbe fidarsi delle valutazioni di un essere umano su fenomeni complessi come i mercati di titoli privati o pubblici. Nessuno può essere in grado, da solo, di padroneggiare così tanti dati. Di avere tutte le informazioni rilevanti e di trarne le conclusioni più affidabili relativamente all’investimento. In effetti non avete torto. Un individuo non può farcela. Ma, in realtà, chi investe non ha alcun bisogno di impegnarsi in prima persona per svolgere tale lavoro. Infatti, può contare su organizzazioni che lo fanno per lui. Tra queste, ce ne sono alcune che raccolgono dati, li analizzano, e fanno previsioni per gli investitori. Benvenuti nel mondo delle agenzie di rating!
Ovviamente quella che vi ho appena raccontato è una storiella che semplifica brutalmente una realtà più articolata. Comunque, mi pare che ci sia l’essenziale, almeno ciò che ci serve per ragionare sul ruolo che queste agenzie hanno nella società contemporanea, e sulle dimensioni etiche di tale fenomeno. Come spesso accade, l’opinione pubblica del nostro paese ha cominciato a rendersi conto della novità quando non era più tale. Le prime esperienze di raccolta delle informazioni a beneficio degli investitori risalgono infatti agli anni cinquanta del diciannovesimo secolo, quando il signor Henry V. Poor comincia a raccogliere sistematicamente quelle che riguardano le ferrovie, il grande business del momento negli Stati Uniti dell’età della frontiera. Seguiranno altri pionieri, come John Moody, che all’inizio del nuovo secolo pubblicherà un manuale di statistica industriale. Ma sono le crisi finanziarie della prima metà del novecento a mostrare che la valutazione dell’affidabilità dei debitori è un’attività cruciale per gli investimenti. Nella nuova realtà in cui operano miriadi di risparmiatori, e le possibilità di impiego del denaro si moltiplicano vertiginosamente, allontanandosi sempre più dal legame intuitivo con i beni materiali, c’è sempre meno spazio per gli Old Boys che conoscono l’ambiente e annusano il vento. La nuova era è dei professionisti – di agenzie come Moody’s o Stardard & Poor’s – che forniscono un servizio professionale. La vecchia Europa non può fare altro che adattarsi al nuovo modo di fare che viene dagli Stati Uniti.
Da qui dobbiamo partire. Le agenzie di rating sono una parte della struttura istituzionale del mercato finanziario internazionale. Di cui è difficile pensare si possa fare a meno. Tra l’altro, la loro stessa ragion d’essere è funzionale alla soddisfazione di uno dei presupposti di un mercato efficiente, l’eliminazione delle asimmetrie informative tra creditori e debitori. Un obiettivo che dovrebbe essere difeso dai liberali. Demonizzarle come se fossero parte di una sorta di Spectre che complotta contro la Grecia, il Portogallo, o l’Italia non ha senso. Chiedersi se, e in che misura, facciano bene il proprio lavoro è cosa completamente diversa. Da questo punto di vista, per esempio, i governi europei hanno tutte le ragioni per porsi il problema della cornice normativa all’interno della quale le agenzie svolgono la propria attività. Oppure di pretendere chiarezza sul possibile conflitto di interessi in cui si trova chi è al tempo stesso un’impresa che deve stare sul mercato, facendo profitto per i propri azionisti, e un’agenzia che svolge una funzione di rilievo pubblico nel raccogliere e rielaborare informazione.

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Lo scorso 29 settembre si è conclusa con la presentazione della ricerca finale la fase didattica e scientifica della II edizione del progetto “Interculturalità e valori civili nelle scuole secondarie di primo grado milanesi”.

Tale progetto è nato nel 2008 dalla collaborazione fra l’Assessorato alla Famiglia, alla Scuola e alle Politiche Sociali del Comune di Milano e il CeSEP, Centro Studi di Etica Pubblica dell’Università Vita-Salute San Raffaele, con un duplice intento sociale e didattico: in primo luogo ottenere un’impressione circa la percezione del fenomeno multiculturale da parte degli alunni delle scuole medie del territorio milanese; in secondo luogo insegnare loro gli elementi teorici e normativi fondamentali legati alla convivenza interculturale nel nostro paese.

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Lo scorso 13 settembre Judith Revel ha tenuto presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli studi di Parma un seminario sul tema Costruire se stessi: differenza e soggettivazione in Michel Foucault. La giornata di studi era organizzata dall’associazione singolarecomune in collaborazione con l’equipe di Vittorio Gallese, che i più ricorderanno come uno dei principali studiosi nel campo dei neuroni-specchio. La studiosa francese mi ha rilasciato in quell’occasione una breve intervista, che credo possa interessare ai lettori di Moralia. Per i non addetti ai lavori, ricordo che Judith Revel, attualmente docente alla Sorbona, è uno dei principali studiosi del pensiero di Foucault, nonché una importante figura-ponte tra mondo accademico francese e italiano, avendo a vario titolo tradotto, discusso e fatto conoscere in Francia autori come Toni Negri, Giorgio Agamben, Roberto Esposito e Paolo Virno. Di seguito il testo dell’intervista.   

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Quale fosse il vero intendimento di Umberto Eco nello scrivere Vertigine della lista (Milano, Bompiani, 2009) lo si scopre a pagina 377 a riprova del fatto che un bravo scrittore sa farsi desiderare. Ecco il testo rivelatore:

Un appassionato di libri antichi come Mario Praz, in un testo per il Catalogo 15 della Libreria della Fiera Letteraria nel 1931, rilevava quale piacere fosse per il bibliofilo leggere cataloghi d’antiquariato librario così come si leggono libri gialli.

“State sicuri”, diceva, “che nessuna lettura ha mai generato azione così rapida e commossa, come la lettura di un catalogo interessante”.

Egli però subito dopo lasciava intravedere come si possano dare letture rapide e commosse anche di cataloghi ininteressanti.

Ciò che Praz ha lascito intravedere, Eco l’ha illustrato magistralmente in 408 pagine di testo che si chiude in un tripudio autoreferenziale di liste (Indice degli autori e altre fonti, Indice degli artisti, Illustrazioni senza indicazioni d’autore, Fotogrammi cinematografici, Riferimenti bibliografici delle edizioni utilizzate, Crediti fotografici).

Nonostante il brillante, erudito e intelligente sforzo di Eco, purtroppo, le liste rimangono per me fortemente associate a tre stati d’animo spiacevoli: la noia, l’irritazione e la preoccupazione. Spiegherò subito le ragioni per i primi due e quanto riguarda il terzo lo affronto alla fine.

È vero, non sempre le liste annoiano e anzi possono essere fonti di rovina, se non di terrore (p.e. le liste di proscrizione), o di speranza, se non di salvezza (vedi Schindler’s list), a volte sono delle miniere di arguzia (p.e. quella in cui Cyrano elenca dei modi in cui lo si poteva schernire per le ragguardevoli dimensioni del suo naso, p. 228), altre dei tesori di carità (p.e. le Litaniae Lauretanae, pp. 123-125). Si tratta però di eccezioni, per quanto importanti e, effettivamente, non rare. La regola è piuttosto che le liste annoiano, e più lunghe sono, più sono insopportabili. Le si scorre nell’attesa che finiscano e nella speranza di un eccetera liberatore. Talvolta le si può apprezzare perché utili, o sopportare perché necessarie, resta però che di solito uccidono la pazienza e attentano allo spirito con gli strumenti della ripetizione ossessiva e dell’insistenza senza fine. Ne posso capire il fascino per la mente inquieta che si voglia cullare nella pace dell’elenco classificatore, ma sono più riposanti per chi le formula che per chi le subisce.

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Si aprirà il 5 ottobre il secondo ciclo di incontri seminariali “Verità e politica. Opzioni, metodi e stili” coordinato da Antonella Besussi e organizzato all’interno del Progetto Prin 2008 “Verità, politica e giustizia: teoria e pratiche”.

Il primo intervento sarà tenuto da Mario Losano con una relazione su “La verità in Kelsen giusfilosofo e in Kelsen politologo“.

Gli incontri si svolgeranno tutti alle 14.00, presso l’Università di Milano, nell’aula seminari del Dipartimento di Studi Sociali e Politici della Facoltà di Scienze Politiche (via Conservatorio 7, Milano).

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Un gruppo di ricercatori ha analizzato il costo crescente dei trattamenti a pazienti oncologici terminali e ha concluso che è il momento di prendere una decisione difficile: selezionare cure “affordable” per malati che non hanno comunque alcuna speranza di guarire. In soldoni: usare dei placebo, non veri medicinali che costano molto. Anche considerando che i malati, che oggi si contano in circa 12 milioni all’anno, si stima che raggiungeranno i 27 milioni ogni anno entro il 2030.

Per approfondire:

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