Giovedì 26 gennaio si terrà il terzo incontro per il ciclo di seminari “Verità e politica. Opzioni, metodi e stili”.

Relatore sarà Sergio Levi che presenterà una relazione su “Verità e oggettività dei valori in Donald Davidson”.

L’incontro, come di consueto, si svolgerà alle 14.00 presso la sede della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, in via Conservatorio 7 (aula seminari).

Per l’elenco completo dei prossimi seminari: http://moraliaontheweb.com/2011/09/29/incontri-seminariali-verita-e-politica-opzioni-metodi-e-stili/.

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20 Gennaio 2012
Università degli Studi di Miliano
Aula seminari Dipartimento Beccaria, sezione di filosofia e sociologia del diritto, via Festa del Perdono, 7
The Framework of Legal Thought“: questo il titolo delle riflessioni sui cinquanta anni di The Concept of Law di H.L.A. Hart, con relazioni di:

Mario Jori

Anna Pintore

Aldo Schiavello

Mario Ricciardi

Scarica la locandina in PDF.

 

 

G. Currie, Narratives and Narrators. A Philosophy of Stories, Oxford University Press, Oxford 2010, pp. 243. 

Con questo volume narrazione e narratività giungono finalmente al cospetto della tradizione analitica. Alternativamente tenute a distanza di sicurezza o sposate con facile entusiasmo dalla filosofia, etichettate come le “parenti povere” dell’argomentazione, tali categorie sono qui esaminate in modo rigoroso e dettagliato, definite con precisione e decostruite in modo chiaro.

Oltre a fornire definizioni utili a collocare il posto della narrazione nella filosofia e a confrontarsi con le categorie classiche della narratologia, Gregory Currie elabora un’ipotesi che spiega la genesi della narrazione nell’evoluzione umana.

Esaminiamo dapprima alcune definizioni che l’autore elabora nel testo.

La narrazione è un artefatto, ovvero un prodotto della capacità umana di agire; la narrazione è una rappresentazione; essa appartiene alla più vasta categoria dei corpora, intesi come «corpo di rappresentazioni, emanato da una fonte più o meno unitaria – un singolo individuo, un gruppo di esperti, una tradizione – e che può suscitare in noi un interesse più o meno sistematico. Alcuni corpora, come le narrazioni, sono artefatti; altri, come i sistemi di credenze, non lo sono» (p. 8).

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 Oltre il tragico destino dei passeggeri, la tragedia della nave “Concordia” ha rilanciato nel grande pubblico, soprattutto in Italia, l’interesse per la psicologia morale. Quasi tutti i quotidiani hanno schiaffato in prima pagina le registrazioni del dialogo tra gli ormai arcinoti Comandante Schettino (il “bello e cattivo”) e De Falco, il “capo assertivo della Capitaneria di Livorno” (copyright Gramellini), che non è brutto, però scusate, mi serviva un titolo a effetto e non mi veniva di meglio.

E gli italiani tutti su internet a commentare, mettendo alla gogna il primo, per il suo comportamento da vigliacco, e osannando il secondo, per… non si capisce bene perché (come molti hanno fatto rilevare, si è limitato a compiere il proprio dovere, scaldandosi un po’).

A mio avviso il commento più interessante è stato scritto da Massimo Gramellini stamane sul “La Stampa”. Mi ha colpito specialmente il passaggio che dice:

Eviterei però il gioco insistito dei paragoni: l’eroe contrapposto al vigliacco, l’italiano buono all’italiano cattivo, fino all’urlo autoassolutorio che ho letto su un blog: «Io sono De Falco». Anch’io. Anche Schettino, credetemi, se fosse stato sulla poltrona di De Falco sarebbe stato De Falco e avrebbe dato ordini perentori al se stesso vigliacco che tremava in mezzo al mare per la paura di morire.

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Mercoledì 18 gennaio, dalle ore 16 alle 18 in aula Plotino (DIBIT2, piano I) presso l’Università Vita-Salute San Raffaele (via Olgettina 58, Milano) si svolgerà l’incontro del Laboratorio di Filosofia e cinema dedicato a Animazione e realtà.

 

Il rapporto della filosofia con i film di animazione è spesso trascurato ma è fonte di importantissime questioni sul rapporto fra realtà “descritta” e realtà “inventata”, nonché sul valore simbolico dell’immagine/disegno che esprime dimensioni dell’esperienza interiore che la “rappresentazione” realistica non riesce a veicolare. Verrà quindi presentata un’interpretazione filosofica del cinema di animazione e sarà presa in considerazione l’opera di uno dei maestri del genere, Hayao Myazaki.

Questo il programma

Aula Plotino, Università San Raffaele,

Aula Plotino, DIBIT2 ore 16

Andrea Tagliapietra, Introduzione a una filosofia dell’animazione

Maria Russo, Hayao Myazaki. Il mondo come incanto

Discussione

Ore 18 conclusione

La partecipazione è libera. E’ utile registrarsi al Laboratorio di Filosofia e cinema per essere informati sugli incontri e ricevere i materiali del seminario.

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  L’atteggiamento di neutralità nei confronti delle identità religiose e morali degli individui è talvolta considerato non solo come la risposta più corretta al pluralismo culturale, ma anche come la condizione necessaria affinché tale pluralismo sopravviva e ancor più fiorisca. Io invece ho sempre più l’impressione che questo atteggiamento di neutralità, soprattutto quando assume una forma radicale, oserei dire oltranzista, lungi dal permettere alle persone di esprimere concretamente le loro convinzioni o esigenze morali, sia causa di un progressivo disinteresse verso tutte quelle credenze e componenti “calde” che costituiscono il tratto unico e inconfondibile di ciascuna persona o comunità di persone. Sia nel contesto dell’educazione scolastica (nel mio caso mi riferisco a scuole medie e superiori) che negli ambienti intellettuali vicini alla filosofia politica e all’etica pubblica (dalle riviste accademiche alle discussioni da pausa caffè), noto infatti come l’idea di per sé fertile e virtuosa del rispetto delle differenze vada pigramente e paradossalmente trasformandosi in una pedante ideologia, intesa come un atteggiamento diffidente verso qualsiasi tipo di argomentazione “controversa”. Quando cioè si tratta di affrontare argomentazioni religiose, morali e filosofiche, colgo spesso un istintiva reazione di prudenza verso tematiche che vengono considerate alla stregua di veri e propri tabu.
Non è un grosso problema, questo, finché si tratta di discussioni informali. Ma in altre sedi il nodo non può che venire al pettine. Se ciò che è moralmente rilevante per una persona è considerato un tabu a livello pubblico, e deve per questo essere rimosso dall’agenda politica e confinato nella sfera del privato, come comportarsi quando si tratta di affrontare certi problemi in sede istituzionale? Cosa dire agli studenti quando si tratta di insegnare loro (data per assunta la buona fede) come comportarsi nella vita quotidiana, cosa è giusto e cosa è sbagliato, in che consista la virtù e in cosa il vizio, come distinguere una vita buona ed equilibrata da una deviante? Come educare i figli se trasmettere per il loro bene valori e insegnamenti appresi grazie alla propria esperienza significa violare la loro libertà di scelta (si sente dire anche questo!!)? E in sede politica, cosa proporre/come ottenere il consenso degli elettori, ma soprattutto, su cosa? Dove sono finiti i contenuti? Questa forma di neutralismo oltranzista non porta le società a fermarsi, invece che a progredire (mi viene in mente a proposito la crisi culturale occidentale)?
Rispettare le differenze significa valorizzarle o cancellarle? E fino a che punto è possibile soffocarle nel privato? Non è questa una minaccia per la stabilità sociale? Dopo aver a lungo coltivato queste domande, ho scoperto (con soddisfazione intellettuale ma frustrazione “cronologica”) che gli stessi problemi sono stati posti da Amy Gutman e Dennis Thompson nell’articolo Moral Conflict and Political Consensus, uscito nell’Ottobre 1990 sulla rivista Ethics (101, pp. 64-88).

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