Nell’opera di Kant la distinzione terminologica, tipica della fenomenologia, tra Leib (corpo vivente) e Körper (corpo fisico) sembra non essere ancora tracciata. La stessa parola “Leib” non ricorre che sei volte soltanto nei testi dati alle stampe dal filosofo di Königsberg, e mai una volta nelle Critiche. Coerentemente con gli usi semantici dell’epoca, Kant affida infatti al concetto di Körper il compito di designare tanto gli oggetti del mondo fisico quanto il corpo degli esseri viventi. L’operazione condotta da Vincenzo Bochicchio nel suo lodevole studio Il laboratorio dell’anima. Immagini del corpo nella filosofia di Immanuel Kant (il melangolo, Genova 2006, € 22,00) è precisamente la ricerca di un pensiero del Leib nella riflessione kantiana; si tratta cioè del tentativo, per dirla altrimenti, di isolare una specifica riflessione sul corpo vivente nel più vasto campo della teoria kantiana del Körper.
L’indagine di Bochicchio – che prende in considerazione l’intera produzione kantiana, dai Pensieri sulla vera valutazione delle forze vive del 1749 all’Opus Postumum, passando per i corsi universitari, le Reflexionen, nonché, come ovvio, per le grandi Critiche – ci consegna un oggetto complesso e sfuggente. Non esiste nella filosofia di Kant una dottrina del corpo, bensì una moltitudine di «immagini del corpo», che si avvicendano a seconda della fase della sua produzione, della specifica facoltà presa in esame (facoltà di conoscere, di desiderare, sentimento del piacere e dispiacere), della specifica declinazione del filosofare (indagine trascendentale, filosofia empirica, punto di vista pragmatico), senza andare mai a comporsi in un tutto coerente. Se in autori come Cartesio e Leibniz, che Bochicchio lascia sullo sfondo della sua ricostruzione quali pietre di paragone del pensiero kantiano, il corpo riceve una «collocazione metafisica forte», in cui ad emergere in maniera univoca è l’idea del corpo-macchina, nel pensiero di Kant, al contrario, il corpo si costituisce come una «eccedenza territoriale» per la metafisica; esso si configura, cioè, «come ciò che resta da definire e collocare, dopo aver stabilito l’impalcatura trascendentale del soggetto conoscente, o la categoricità dell’imperativo morale, o ancora le strutture riflettenti del giudizio di gusto» (p. 23).
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