John Morreall, Filosofia dell’umorismo. Origini, etica e virtù della risata, Sironi: Milano 2011, pp. 264, € 18.00
Un libro sull’umorismo non è una barzelletta. Secondo John Morreall, già autore di diverse pubblicazioni sull’argomento, al cuore dell’umorismo ci sono il fenomeno dello slittamento cognitivo:
facciamo esperienza di un improvviso cambiamento nel nostro stato mentale [...] che in condizioni normali, cioè se lo prendessimo sul serio, sarebbe disturbante (14)
e la capacità che noi umani abbiamo, in quanto esseri razionali, di guardare con distacco a certi eventi. L’elemento del distacco avvicina l’esperienza dell’umorismo a quella dell’arte e l’umorismo è visto come un fenomeno che caratterizza la condizione umana. A difesa di questa tesi centrale Morreall sviluppa una trattazione filosofica di tutto rispetto, ricca di esempi e contestualizzazioni e con alcuni spunti interessanti anche sul piano della filosofia morale. Sono anche riportate diverse battute memorabili, il che rende la lettura molto piacevole. Vediamo ora nell’ordine i principali argomenti toccati.
Nel primo capitolo, Morreall ci spiega com’è che il riso e l’umorismo non hanno avuto fortuna come argomenti di ricerca nella tradizione filosofica occidentale. L’approccio è stato in genere di taglio psicologico: prevalentemente si è guardato al riso con sospetto per la sua capacità di far perdere l’autocontrollo ai soggetti e di abolire le convenzioni sociali. Inoltre, il riso è stato condannato come espressione di una presunzione di superiorità (il riso inteso essenzialmente come derisione – da Platone, Hobbes, ma oggi anche da Scruton – p. 26) o come porta d’accesso a una pericolosa dimensione irrazionale (in particolare da Santanayana, sulla scorta di Kant – p. 37), oppure è stato banalizzato (soprattutto da Freud) perché inteso come valvola di sfogo per sentimenti che altrimenti resterebbero repressi e metterebbero in pericolo il nostro equilibrio (p. 40 sgg.). Morreall sostiene con solidi argomenti che la tesi della superiorità è errata o quantomeno riduttiva (pp. 28-30), che l’ipotesi freudiana è priva di fondamento (pp. 45-50) e che l’idea che ci sia qualcosa d’irrazionale nel riso poggia su un argomento interessante, che va però approfondito. Secondo molti filosofi (Kant, Kierkegaard e Schopenhauer, fra gli altri) a causare il riso è la percezione di una contraddizione (p. 31), di un’incongruenza che disattende le nostre aspettative e da cui stranamente traiamo piacere. Morreall è incline a sposare la tesi dell’incongruenza. Resta però il problema: com’è possibile godere di un’incongruenza? (p. 36) Dobbiamo per forza concludere che ci abbandoniamo a un atteggiamento irrazionale quando lo facciamo?
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