gabbiaNell’epoca del marketing, “Una gabbia andò a cercare un uccello” è un titolo che suona decisamente strano per un libro. Suona strano perché siamo abituati a titoli diretti ed ammiccanti, mentre questo è un aforisma del grande Franz Kafka. Luciano Canova, Professore di Economia sperimentale alla Scuola Enrico Mattei e membro del Cresa all’Università San Raffaele di Milano, ha avuto il coraggio di ricorrere ad un classico della letteratura per presentare ai lettori la sua ultima fatica.

Si tratta di un testo di economia, il tema centrale è l’ambiente e il suo valore, e presenta almeno due originalissimi aspetti. Primo: è un libro divertente e al tempo stesso colto, pieno zeppo di divertissement narrativi oltre che di riferimenti ai grandi classici del pensiero umanistico. Secondo: è un libro controcorrente proprio come il titolo, una libera critica del paradigma economico dominante (e di tutti i rigidi specialismi?). Canova focalizza l’attenzione del lettore sul tema dell’ambiente e sul suo valore, ma è sostanzialmente un bluff (e qui torna lo stile ironico-letterario dell’autore). La questione ambientale, infatti, sembra quasi un pretesto per dare spazio a ben altre ambizioni: riflettere liberamente sui fondamenti dell’economia, sottoponendoli ad un’analisi critico-filosofica.

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Oggi ci divertiamo a fare le pulci all’articolo di Stacy Thompson dedicato al film Thank You for Smoking, uscito sul numero 13 della rivista Film & Philosophy. L’intervento in questione, intitolato Consumer Ethics in Thank You For Smoking (cliccare QUI per leggerlo), mi pare un ottimo esempio di interpretazione filosofica cinematograficamente ottusa di un prodotto cinematografico; di una interpretazione, cioè, nella quale la complessità dell’opera di partenza viene appiattita per la necessità rientrare nelle maglie strette di un dibattito filosofico già compiutamente articolato. Con ciò, mi ricollego idealmente a un mio vecchio post (cliccare QUI), nel quale muovevo rilievi analoghi ad un articolo di Neil Levy su Eternal Sunshine of the Spotless Mind.

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Più che una proposta teorica unitaria i curatori offrono in questa sede una raccolta di contributi multidisciplinari sul dibattito relativo alle risorse, le difficoltà e le prospettive implicate nella convivenza multiculturale (C. Vigna, E. Bonan, Multiculturalismo e interculturalità. L’etica in questione, Vita e Pensiero, Milano 2011, € 25). Cercherò dunque di ripercorrere in un ragionamento coerente quegli spunti che ho trovato personalmente più interessanti, originali o condivisibili.

Nell’affrontare il tema della convivenza fra persone di diversa cultura, Vigna dichiara fin da subito (pp. VII-XI) la necessità di un mutamento di paradigma: dal concetto di “multiculturalismo” a quello di “interculturalità”.  Se parlare di multiculturalismo, secondo l’autore, ha espresso la priorità di trovare prospettive di coesistenza senza prestare attenzione alla qualità della coesistenza stessa, parlare di interculturalità significa invece cogliere l’elemento-chiave per la “fioritura della molteplicità culturale”, vale a dire quella “relazione eticamente buona che guarda al riconoscimento reciproco, sul fondamento dell’umano che tutti ci accomuna”. In parole semplici, Vigna suggerisce di affrontare le questioni interculturali non tanto a partire dalle differenze, ma dalle analogie che sono proprie dell’uomo in quanto tale e a prescindere dalla sua determinazione contingente. Il pomposo “fondamento etico dell’umano” sarebbe poi la Regola aurea,  il cui contenuto deve elevarsi da principio del rispetto interpersonale a principio del rispetto interculturale. “Non fare agli altri ciò che non vorresti sia fatto te” deve essere cioè la massima ispiratrice dei rapporti fra i gruppi culturali.

L’universale – chiave di un autentico rapporto dialogico interculturale – deve essere cercato concretamente “nelle e attraverso le declinazioni culturali particolari, e non a prescindere da esse”, errore che ha segnato il fallimento dei due modelli teorici principali del multiculturalismo: comunitarismo e neoliberalismo (con Taylor e Rawls citati come figure di riferimento). Il primo avrebbe sbagliato nell’isolare i gruppi culturali, massimizzando le differenze e cercando prospettive di convivenza senza ricorrere al dialogo fra le diverse istanze; il secondo avrebbe sbagliato invece nell’azzerare tali differenze, “in nome di un astratto dominio dell’identità pubblica” i cui contenuti non sono sufficientemente chiari  o rimangono controversi, nonostante il “consenso per intersezione” caro a Rawls. E il fallimento del multiculturalismo denunciato in sede europea, sia nella versione angloamericana che in quella francese, non sarebbe che il riflesso di un approccio teorico che deve essere interamente rivisto.

Il punto secondo me è che queste proposte teoriche, per le quali sono state spese grandi energie intellettuali e fiumi di carta, troppo spesso non riescono a incontrare le istanze concrete che le persone esprimono attraverso le proprie cosiddette identità calde – né tantomeno a soddisfare le loro esigenze quotidiane. Assunta la necessità di indirizzare la riflessione sul multiculturalismo verso obiettivi più praticabili, segnalo i tre suggerimenti che trovo nel testo e ritengo più condivisibili:

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Giovedì 1 dicembre si terrà il terzo incontro per il ciclo di seminari “Verità e politica. Opzioni, metodi e stili”.

La relatrice sarà Marina Lalatta che presenterà una relazione su Kant e Constant: il dovere della verità“.

L’incontro, come di consueto, si svolgerà alle 14.00 presso la sede della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, in via Conservatorio 7 (aula seminari).

Per l’elenco completo dei prossimi seminari: http://moraliaontheweb.com/2011/09/29/incontri-seminariali-verita-e-politica-opzioni-metodi-e-stili/.

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Il convegno “Business and Human Rights: in Search of Accountability” che si terrà il 12-13 Dicembre 2011, presso la Fondazione Eni Enrico Mattei, prevede il seguente programma:

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 A. Da Re, A. Ponchio (a cura di), Il conflitto morale, Il Poligrafo, Padova 2011.

Questo pregevole lavoro raccoglie saggi di giovani studiosi che affrontano il tema del conflitto morale da un duplice punto di vista: teorico e storico.

Prima di esaminare in dettaglio il contenuto dei singoli contributi, focalizzerò la mia lettura sull’orizzonte e sul lessico che costituiscono la cifra unitaria del volume. Riguardo all’orizzonte, comuni a tutti gli autori sono uno sfondo antropologico anti-riduzionista e la ricerca di un equilibrio nuovo tra deontologia e consequenzialismo.

Inoltre, come sottolinea Antonio Da Re nell’Introduzione, cifra comune agli interventi è la persuasione che il conflitto morale non vada «considerato come suscettibile esclusivamente di una trattazione di ordine etico-normativo; esso infatti solleva, in modo più o meno diretto, quesiti che travalicano la dimensione normativa e che attingono a riflessioni fondamentali di ordine antropologico e ontologico» (p. 19).

Riguardo invece al lessico, l’indagine, pur polifonica, offre al lettore alcune preziose definizioni condivise dagli autori del volume. Tra queste si trovano codificate, per non citarne che alcune, la differenza tra conflitto e dilemma, l’incommensurabilità tra valori, la classificazione dei doveri in perfetti e imperfetti, il principialismo e, infine, il cosiddetto principio ought implies can.

Il volume opera una sintesi originale rispetto alla bibliografia corrente, pur restituendo in modo fedele le linee fondamentali del dibattito odierno sul conflitto morale. Nell’analisi dei saggi, anziché tentare di fornire un quadro descrittivamente esaustivo del percorso che ciascun autore intraprende, indicherò per ogni saggio lo specifico e originale contributo che offre al tema.

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