«Nella gara per la ricchezza, gli onori e le promozioni», scrive Adam Smith, un uomo «può correre più forte che può, tendere al massimo ogni nervo e ogni muscolo per superare i suoi avversari. Ma se dovesse fare uno sgambetto o atterrarne uno, l’indulgenza degli spettatori verrebbe del tutto meno. Sarebbe una violazione del fair play, che essi non potrebbero ammettere. Per gli spettatori la vittima è sotto ogni rispetto buono quanto lui: essi non prendono parte all’amore di sé per il quale egli preferisce così tanto sé stesso all’altro, e non possono condividere il motivo per cui l’ha danneggiato. Perciò simpatizzano prontamente con il naturale risentimento di chi ha ricevuto il torto, mentre chi l’ha fatto diventa l’oggetto del loro odio e della loro indignazione. Egli è consapevole di diventarlo, e avverte che quei sentimenti sono pronti a esplodere contro di lui da ogni parte». Questo passo, tratto da una delle opere più importanti di Smith, The Theory of Moral Sentiments, pubblicata nel 1759, è una delle prime testimonianze dell’uso dell’espressione “fair play” per illustrare un aspetto della moralità. La situazione evocata dal filosofo scozzese – che è anche uno dei padri dell’economia politica – rimanda a un luogo comune nella riflessione morale degli antichi, su cui si era già soffermato Samuel Pufendorf nel suo trattato sul diritto naturale. Cicerone, nel De officiis, ne attribuisce la paternità allo stoico Crisippo, riportando un brano da una sua opera: «Chi corre nello stadio, deve accanitamente lottare con tutte le forze per riportare la vittoria; ma non deve in alcun modo dar lo sgambetto al concorrente, né ricacciarlo indietro con la mano. Così, nella vita, non è iniquo che un uomo cerchi di procurarsi ciò che gli serve, ma non è giusto strapparlo ad altri».

Si direbbe che per Cicerone l’esempio della competizione sportiva leale proposto da Crisippo serva per illustrare un’ideale di associazione civile in cui la libertà di ciascuno di perseguire il proprio interesse incontra limiti stabiliti dal riconoscimento di un’altrettanto ampia libertà per il prossimo. Riprendendo l’esempio classico sulla scia di altri autori, Smith sente il bisogno di esplicitarne l’estensione. Invece della generica “vita” di cui parla Crisippo troviamo “la gara per la ricchezza, gli onori e le promozioni”. Non c’è dubbio che per il primo genere di competizione il filosofo scozzese avesse un interesse particolare in quanto studioso di economia politica. Nel suo trattato su The Wealth of Nations, pubblicato nel 1776, la libertà del commercio ha un ruolo centrale. La competizione non è più il modo attraverso il quale i privati possono mettersi alla prova per mostrare di aver raggiunto l’eccellenza nel carattere o nel corpo, ma un potente fattore di progresso pubblico. Una politica da raccomandare al legislatore per promuovere la ricchezza delle nazioni.

Questo nuovo modo di guardare alla competizione comporta però lo sviluppo di un nuovo tipo di sensibilità morale. L’etica antica dell’eccellenza non è più sufficiente in una società in cui la divisione del lavoro mette in discussione gli standard di valutazione trasmessi dalla tradizione classica. C’è bisogno di un nuovo modo di argomentare in filosofia morale, che faccia appello al senso di giustizia. Smith fa notare ai propri lettori che uno spettatore imparziale non avrebbe simpatia per chi non ottiene la vittoria onestamente. L’osservazione del filosofo scozzese suggerisce che la nuda libertà di competere ha bisogno di essere protetta da un perimetro di diritti. Emerge in questo modo un problema nuovo su cui i grandi liberali britannici del diciannovesimo secolo, da John Stuart Mill a T.H. Green, si interrogheranno a lungo. La questione dei limiti della competizione e dei modi in cui assicurare la parità dei concorrenti in una società in cui le risorse sono distribuite in maniera profondamente diseguale e le opportunità dipendono in parte dalla posizione sociale. Problemi di giustizia intesa come fairness, per riprendere l’espressione usata da John Rawls.

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 Con questo post vorrei sottoporre alla vostra attenzione un testo che considero interessantissimo: Luigino Bruni e Stefano, Economia civile. Efficienza, equità, felicità pubblica, Il Mulino, Bologna 2004. L’interesse riguarda sia  l’argomento trattato, sia l’originale proposta in esso contenuta. Cercherò di tracciare a grandi linee – e forse un po’ lacunosamente – i contenuti di questo testo.

I due registri attraverso cui tendenzialmente passa la riflessione economica sono quelli rappresentati da un parte dal pilastro del mercato – considerato come il luogo privato del perseguimento degli interessi individuali in cui la regola aurea vigente è, ovviamente, quella del profitto – e, dall’altro lato, lo Stato – ovvero il luogo pubblico che parla la lingua della generalità della legge e che, semmai, interviene a colmare le falle create dal sistema mercato “provvedendo” a chi resta indietro.

È evidente che invocando il principio di individualità si tende inevitabilmente a pensare che al mercato debba essere lasciata la possibilità di agire con il minor numero di interferenze. Così pensando – e ovviamente la riflessione liberale è l’esempio di questa enfasi – si sarà propensi a considerare mercato e stato come due territori confinanti, ma scissi per necessità e convenienza.

L’idea di fondo del libro è quella che la dicotomia Stato-mercato e, più in generale, quella tra sfera economica e sfera sociale debba essere qualitativamente ripensata al fine di fronteggiare le sfide poste dalla società globale.

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Amartya Sen inserisce nella prima parte di The idea of justice diversi riferimenti alla Teoria dei sentimenti morali di Adam Smith, i quali sono raggruppabili in tre argomenti: la concezione della giustizia, il ruolo dei sentimenti, lo spettatore imparziale. In questo post intendo focalizzarmi su quest’ultimo tema.

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Un paio di mesi fa L’Espresso recensiva il nuovo volume di Jeremy Rifkin La civiltà dell’empatia (edito presso Mondadori), nel quale l’autore sostiene che una rivoluzione delle coscienze è alle porte e porterà l’umanità a costituirsi in modo più empatico, più pronto a cooperare e a sentire l’altro. A partire da questo spunto contemporaneo considero interessante rivolgere l’attenzione alle origini del concetto di empatia, specialmente data l’enorme confusione terminologica che vi è alla base: per “empatia” si può intender oggi tutto, dalla compassione, al mettersi nei panni dell’altro, al sentire con lui, ai circuiti mirror dei nostri cervelli; ma trovare delle definizioni che siano chiare è il primo passo per comprendere le questioni.

Volevo così riprendere il pensiero di Adam Smith che sulla simpatia (diversa dall’empatia, ma forse più rilevante per comprendere l’intenzione di Rifkin), ha lavorato tra i primi e in modo molto coerente.

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Il mercato, così come lo conosciamo (quello della mano invisibile di Smith per capirci) ha avuto un pregio enorme: ha bandito le differenze castali, così ingiuste perché legate ad un elemento del tutto indipendente dalla responsabilità individuale. Nel mercato tutti sono uguali perché ciò che conta non sono i legami personali o le proprie origini ma i beni che si vogliono vendere e comprare.

Per raggiungere tale obiettivo però Smith (questa è la tesi che Bruni sviluppa in questo testo ricco di spunti e stimoli) ha creato uno spazio asettico, impersonale, che si è imposto come un nuovo tipo di relazione sociale, forse il più importante.

L’ethos del mercato è quindi un ethos di indifferenza che identifica gli individui come opportunisti che desiderano massimizzare il proprio utile anche a svantaggio degli altri.

E’ questo un costo necessario? Non è insomma possibile immaginare un altro insieme di valori che sia in grado di garantire un’efficiente allocazione delle risorse rispettando la piena eguaglianza delle persone e non spersonalizzando le relazioni che intercorrono tra loro?

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Adam Smith

Quando siamo soli, tendiamo a sentire in modo troppo forte ciò che riguarda noi stessi: tendiamo a sopravvalutare quanto di buono possiamo aver compiuto e le offese che possiamo aver subito; tendiamo a esaltarci troppo per la nostra buona sorte, e ad abbatterci troppo per quella cattiva. Allora ci fa bene conversare con un amico, e ancor più con un estraneo.

L’uomo interiore, l’astratto e ideale spettatore dei nostri sentimenti e della nostra condotta, ha bisogno spesso di essere svegliato e richiamato al suo dovere dalla presenza dello spettatore reale, ed è sempre da quello spettatore, da cui non possiamo aspettarci che la minima simpatia e la minima indulgenza, che con ogni probabilità impareremo la più completa lezione di dominio di noi stessi.

Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali (1759), III, 3, 38

È caratteristico dell’esperienza morale il bisogno di confrontare le proprie ragioni con un interlocutore, spesso solo immaginario ma meglio ancora se reale, come ricorda Adam Smith. Le questioni morali, pubbliche e private, vivono di questo confronto e solo a partire da qui, in rari stati di grazia, si avviano a una soluzione condivisa.

Lo spirito di questo blog collettivo (un’opera che, come una cattedrale medievale, non ha un autore perché ne ha molti, speriamo moltissimi) è quello di offrire a chiunque vi collabori la possibilità di incontrare uno o più spettatori reali del proprio lavoro di ricerca (in etica, filosofia politica o filosofia pubblica, insomma nei moralia nel senso più ampio del termine), delle proprie letture, delle proprie provocazioni e delle proprie curiosità. Si tratta di spettatori reali, benché incontrati nel mondo virtuale, perché dietro a ogni post e ogni commento ci sono persone (non sono ammessi troll) che esprimendo un parere in pubblico, come avviene nell’arena dei blog, conferiscono alle riflessioni personali un rilievo più generale, un peso e un significato più universali, cui corrisponde una più grande responsabilità (e qui ognuno è il solo responsabile di ciò che scrive).

In questo modo, è l’auspicio, la comunità degli spettatori (e degli attori!) reali costituirà lentamente una figura almeno virtuale di quell’”astratto e ideale spettatore interiore” che, ben oltre Adam Smith, è forse il segreto interlocutore di tutta la tradizione filosofica: il demone di Socrate, i personaggi platonici, Lucilio per  Seneca o “se stesso” per Marco Aurelio, il Dio interiore di Agostino, il doppio di sé di Montaigne e di Rousseau, il membro del Regno dei fini in Kant, l’opposto dialettico della coscienza in Hegel, gli pseudonimi di Kierkegaard, tanti altri e, soprattutto, per tutti quanti, il lettore ideale, la musa silenziosa, l’ascoltatore critico.

Se riusciremo in questa opera quotidiana (o quasi) di interlocuzione reale in un luogo virtuale avremo creato, forse, le basi per il formarsi o il consolidarsi di quella comunità di ricerca che dovrebbe essere non solo l’Accademia, bensì più ampiamente la societas degli agenti riflessivi, dei portatori di ragioni che attendono di essere accolte o smentite nel cimento quotidiano di vivere da persone quali siamo.

I temi dell’etica e della politica sono ineludibili per ogni vivente che rifletta. Il ruolo dei filosofi in questa ricerca non può essere sminuito, il che spiega perché su questo blog scrivano principalmente dei filosofi o aspiranti tali. Tuttavia, chiunque voglia dare un contributo di pensiero, di analisi o di informazione su questi temi pur non aspirando a fare il filosofo è il benvenuto, con la sola regola, assoluta e inviolabile (pena una censura della Redazione), del rispetto per ciascuno, che si condividano o no le sue idee rispettosamente espresse.

Questo blog non ha una “linea editoriale”, non è espressione di una corrente filosofica particolare e non è la vetrina di un gruppo ideologicamente omogeneo. È – aspira ad essere – un luogo virtuale per l’incontro reale di ricerche, argomentazioni, tesi, segnalazioni, informazioni di persone che lavorano, a vari livelli, nell’accidentato ma oggi fiorente campo delle “cose morali”.

A noi attori e ad un tempo spettatori, dunque, buon lavoro.



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