Concludo con questo post una serie di interventi dedicati a uno dei capitoli del libro di Sen, The Idea of Justice (tradotto in italiano da Mondadori). Nel cap.13 sui “felicità, benessere e capabilities” si sostiene che le capabilities forniscano la migliore misura della diseguaglianza, rispetto a benessere e felicità.

Come si diceva nel post precedente sull’argomento, Sen ritiene che le capabilities siano da preferire al benessere perché le persone hanno preferenze adattative e poiché non sempre il benessere inteso come felicità rispecchia l’oggettiva condizione di svantaggio in cui una persona si trova. Ad esempio, Tiny Tim, povero, zoppo e con una disposizione solare, può essere più felice di un individuo sano e ricco, ma non facilmente accontentabile (che nel post precedente ho chiamato Giulia Ciccone).

Ma questo argomento non porta acqua al mulino delle capabilities, se il benessere  è qualcosa di oggettivo, non di soggettivo. Alcuni filosofi (che rifiutano le capabilities) concepiscono il benessere come qualcosa di oggettivo: non la soddisfazione delle preferenze dell’individuo, ma il fatto che la sua vita includa beni di un certo tipo (l’esercizio di facoltà umane eccellenti, come voleva Aristotele, o il conseguimento di obiettivi di valore, come vuole Griffin) (vedi post precedente).

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La crisi finanziaria ed economica stringe nelle sue morse, ormai da quasi cinque anni, l’intero occidente. Intanto, sempre più leader politici guardano al benessere come oggetto di interesse ed intervento pubblico.

Già il Presidente francese Nicolas Sarkozy, poco dopo lo scoppio della crisi del 2008, ha istituito una Commissione coordinata da due premi Nobel, Joseph Stiglitz ed Amartya Sen, e dall’autorevole economista francese Jean Paul Fitoussi. L’obiettivo? Studiare un metodo per valutare il progresso umano e sociale delle nazioni, al di là dei classici indicatori del benessere economico.

Pochi giorni fa, con lo spettro della crisi dell’euro incombente, il Premier inglese David Cameron è passato dalle parole ai fatti lanciando il “censimento della felicità”. Dopo aver imposto ai cittadini del Regno un’austerity a base di lacrime e sangue, Downing Street ha deciso di investire due milioni di sterline per mettere a punto una lista di dieci domande da sottoporre ai suoi cittadini, con il fine di indagare il grado di soddisfazione della popolazione.

A quanto pare, la crisi economica non ha fatto passare in secondo piano la ricerca di nuovi obiettivi politici, semmai l’ha accentuata. Quali possono essere i motivi?

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La felicità interna lorda o FIL, in inglese gross national happiness o GNH, è il tentativo di definire, con un evidente ammiccamento ironico, ma con altrettanto evidenti intenti sociologici, uno standard di vita sulla falsariga del prodotto interno lordo o PIL.

L’idea di misurare il benessere di un paese a partire dalla felicità dei suoi cittadini è da tempo prassi regolare nel piccolo Buthan, paese a est dell’India, ma sta via via prendendo piede anche all’interno dei principali paesi occidentali. Agli inizi del 2008, infatti, il presidente francese Nicholas Sarkozy si impegnò a riunire tre fra i più grandi economisti del mondo in una commissione il cui scopo era quello di andare oltre il PIL e individuare nuovi criteri per l’autentico sviluppo umano.

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Capabilities vs. benessere

Sen dedica alla critica dell’approccio welfarista un intero capitolo della terza parte di The Idea of Justice, il capitolo 13 “Happiness, Well-being and Capabilities”. I sue due argomenti sono sempre quelli ben conosciuti, elaborati nelle Tanner Lectures (Equality of What) e poi in Inequality Reexamined (La diseguaglianza). In questo post ci occuperemo del primo argomento, quello più noto e discusso. Dopo una breve presentazione degli argomenti di Sen porrò la seguente domanda: anche ammettendo che la critica di Sen nei confronti del benessere è adeguata, tale argomento fornisce ragioni conclusive per adottare una metrica di capabilities? Come vedremo la risposta è no, perché esistono almeno due alternative percorribili.

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Amartya Sen inserisce nella prima parte di The idea of justice diversi riferimenti alla Teoria dei sentimenti morali di Adam Smith, i quali sono raggruppabili in tre argomenti: la concezione della giustizia, il ruolo dei sentimenti, lo spettatore imparziale. In questo post intendo focalizzarmi su quest’ultimo tema.

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Riassumiamo la premessa metodologica del post precedente sull’argomento: la metrica di una teoria politica della giustizia può essere scelta sulla base di due tipi di considerazioni diverse. Nel caso di una metrica dotata di valore intrinseco, la metrica dovrà essere composta esclusivamente da beni che ha senso promuovere o perseguire non strumentalmente. Nel caso di una metrica dotata di valore relazionale, la scelta di tale metrica, cioè il criterio ultimo per ordinare i possibili stati della società in relazione alla giustizia, può basarsi su considerazioni diverse.

Nel capitolo in cui discute “l’approccio delle risorse”, Sen mette in campo principalmente due argomenti. Il primo argomento si richiama alla distinzione tra mezzi e fini. Gli approcci basati sulle risorse – Sen cita Rawls come esempio – considerano di primaria importanza la distribuzione di beni materiali come la ricchezza. Ma la ricchezza, come già sapeva Aristotele, è solo un mezzo (234), a cui “non diamo valore in sé… Essa è semplicemente utile e in funzione di qualcos’altro” (253).

La considerazione dell’importanza solo strumentale delle risorse vale come argomento contro una metrica risorsista solo se si assume la prospettiva di una metrica intrinseca. Se adottiamo la prospettiva del bene intrinseco, l’argomento utilizzato contro il benessere dovrà basarsi sullo stesso tipo di ragionamento. Sen dovrà cioè mostrare che l’importanza morale delle capabilities non si spiega a partire dagli interessi individuali che le capabilities permettono di conseguire. Come vedremo nel prossimo post, è dubbio che egli fornisca buoni argomenti in questo senso.

Il secondo argomento può essere chiamato “argomento del confronto”.

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