Suppose that you are a surgeon who is about to perform a very delicate, challenging, lengthy and ultimately risky operation. For most surgeons, the chance that the operation will be a success and that the patient will walk away cured rather than injured (or maybe even die), is only around 30%. But a few really skilled surgeons consistently show a success rate of around 50%, which is attributed to their perceptiveness, mental clarity and superior ability to stay focussed throughout this lengthy procedure. But suppose further that you, an average surgeon, could take certain medications that would have no bad side effects, but which would increase your wakefulness, mental acuity and your ability to stay alert throughout this lengthy procedure, and which as a result could raise your own success rate to around 50%. Should you not take these ‘cognitive enhancement’ medications to give your patients the best chance of recovery and survival? Turning the table, suppose instead that it is your own child who is about to be operated on by another average surgeon who could also take these cognitive enhancement medications – wouldn’t you want the surgeon to take these medications for your child’s benefit? And if they didn’t do so and the operation was a failure, wouldn’t you feel aggrieved because they didn’t do all that it was reasonable to expect them to do, and mightn’t you even feel that this made them negligent or maybe even reckless?

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Le tecnologie mediche che sono sviluppate a partire dalla ricerca sui geni sono dirette a curare malattie, al livello più basilare possibile. Ma le potenzialità che hanno sono molto più ampie: se posso apportare modifiche al codice genetico per curare qualche malattia che c’è già o può scatenarsi, posso anche tecnicamente manipolare quello stesso codice per ottenere risultati potenzianti rispetto alla media statistica di certe qualità, fisiche, mentali o psichiche.

Le posizioni morali si dividono chiaramente su questa possibilità, tra favorevoli, cauti e decisamente contrari. Nelle posizioni dei decisamente contrari mi pare di trovare un’incoerenza, vediamo se ho ragione.

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Vorrei riprendere un tema trattato da Alex in almeno due post: la legittimità del doping nello sport (qui il primo post).
Una premessa necessara: mi occupo di questo tema da appassionato e non da esperto; le ragioni che proporrò saranno quindi naive ma spero valgano la vostra attenzione.
Molto in sintesi Alex lamenta che non esistono buone ragioni contro l’utilizzo del doping (o potenziamento) fatta eccezione di argomenti falsi (il doping porterebbe al livellamento delle prestazioni, sarebbe iniquo) o ideologici (sarebbe contrario allo spirito olimpico).
Vorrei provare a sfidare questa posizione proponendo due ragioni contro l’utilizzo del doping (o potenziamento farmacologico). Utilizzo potenziamento farmacologico perchè se è vero che doping è un termine carico di significato negativo, potenziamento ha il problema contrario e mi sembra confondere quello che è il potenziamento dovuto all’allenamento con quello determinato da trattamenti medici.

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In un recente intervento sul suo blog, Julian Savulescu, direttore del Uehiro Center for Practical Ethics di Oxford, commenta la decisione con la quale il governo del New South Wales, in Australia, ha sancito la legittimità di un’identità sessuale neutra. Lo scorso 8 marzo, lo stato australiano ha stabilito che Norrie è la prima persona al mondo il cui “sesso non specificato” è legalmente riconosciuto.

All’età di 23 anni, Norrie, nato uomo, ha scelto di diventare donna. In seguito all’intervento per il cambiamento di sesso, tuttavia, Norrie ha deciso di non intraprendere il trattamento ormonale e di non sottoporsi ad ulteriori operazioni di chirurgia estetica, preferendo mantenere una condizione androgina. Oggi 48enne, e felice della sua identità sessuale neutra, Norrie ha finalmente ottenuto di essere registrato all’anagrafe australiana per quello che vuole essere: né uomo, né donna.

Quello che mi ha fatto pensare, nel leggere la notizia sul blog di Savulescu, non è tanto la storia di Norrie, quanto piuttosto il commento dello stesso Savulescu, che celebra la decisione del governo australiano come uno storico “passo avanti per il rispetto dell’autonomia personale e del potenziamento umano”.

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