Ronald Dworkin, Justice for Hedgehogs, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge (MA) – London (UK) 2011, pp. 506, $35.00

Ieri ho recensito la prima parte di Justice for Hedgehogs (Giustizia per ricci) – l’ultimo libro di Ronald Dworkin, filosofo e giurista statunitense – concentrandomi sulle critiche di Dworkin alla metaetica.

Oggi recensirò la seconda parte del libro, dedicata al concetto d’interpretazione.

L’idea centrale del libro, è importante ricordarlo, è che in campo etico non ci sono valori plurali in contrasto insopprimibile fra loro, né un unico valore che va anteposto a tutti gli altri (come il benessere per gli utilitaristi, ad esempio). Secondo Dworkin è invece possibile costruire una visione unitaria dei diversi valori che possono essere chiamati in causa in campo morale (felicità, benessere, giustizia, equità e così via). Nella prima parte del libro Dworkin sostiene che non dobbiamo fondare questa visione sull’idea che ci sia qualcosa nel mondo (dei fatti, degli oggetti) che ci permette di decidere se un certo giudizio morale è vero o falso.  Quello che dobbiamo fare per fondare la morale, invece, è un lavoro d’interpretazione, che Dworkin descrive come l’attività che consiste nel cercare il significato di un avvenimento, di un risultato, di un’istituzione (102). A questo tema è dedicata la seconda parte del libro.

Le tesi principali che Dworkin difende sono tre:

1)   i processi d’interpretazione differiscono dai ragionamenti scientifici;

2)   il ragionamento in campo morale è interpretazione di concetti morali;

3)   i concetti morali sono tali per cui la loro natura non può essere spiegata che attraverso un argomento normativo, perciò la filosofia morale, che è interpretazione di concetti morali, è essa stessa un processo interpretativo.

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Ronald Dworkin, Justice for Hedgehogs, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge (MA) – London (UK) 2011, pp. 506, $35.00

Il nuovo libro di Ronald Dworkin è un’opera ambiziosa, divisa in cinque parti: nelle prime due Dworkin getta le fondamenta teoriche della propria proposta, che nelle ultime tre parti si dispiega sino ad abbracciare tutte le principali questioni della filosofia morale in una visione unitaria. Quest’ampio spettro rispecchia la varietà della lunga carriera dell’autore: filosofo, giurista, Dworkin da giovane ha anche lavorato per un celebre giudice americano, Billings Learend Hand.

Oggi recensirò la prima parte del libro, domani la seconda e giovedì prossimo le ultime tre. Un articolo divulgativo di Dworkin che riassume le principali tesi del libro si può trovare qui.

Di un libro intitolato “Giustizia per ricci” bisogna spiegare per prima cosa il titolo, che è la citazione di una citazione: Dworkin cita Isaiah Berlin che in un suo saggio aveva a sua volta citato il verso del poeta Archiloco: “la volpe sa molte cose ma il riccio ne sa una grande”. L’antitesi fra volpe e riccio è per Berlin un’immagine dell’antitesti fra chi predilige visioni pluraliste e chi predilige visioni unitarie. Berlin è noto per le propria posizione pluralista in materia di valori e Dworkin è noto per non condividere la posizione di Berlin: “Giustizia per ricci” è dunque un saggio sul concetto di giustizia scritto da un riccio, da uno che pensa che in filosofia morale ci voglia una visione unitaria.

La tesi centrale di Dworkin è che se vogliamo parlare di valore morale ne dobbiamo parlare al singolare: non ci sono tanti valori diversi e fra loro incompatibili, ma un’articolazione di questioni alle quali il soggetto che vuole vivere moralmente è chiamato a dare una risposta unitaria. Ma come?

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Siamo negli Stati Uniti, in un piccolo teatro di Santa Monica, è il 1943. Un gruppo di intellettuali tedeschi, esuli, si incontra per festeggiare il compleanno dello scrittore Alfred Döblin. Sono presenti, tra gli altri, Bertold Brecht, sua moglie, Heinrich e Thomas Mann. Durante il discorso di ringraziamento il festeggiato, di origine ebrea, annuncia di avere ricevuto il battesimo e di essere ormai diventato cattolico. Le parole con le quali Brecht descrive per parte sua l’episodio denunciano un pesante imbarazzo e bollano la cosa come un segno di debolezza: «essere religiosi significa essere deboli, e non si dovrebbe cedere a tale debolezza, almeno non in pubblico» (p. 6). Con questo aneddoto, che mi pare dia molto da pensare, comincia il primo e forse più importante dei saggi che compongono un volume, recentemente tradotto in italiano, di Hans Joas. Questi è un sociologo tedesco di fama internazionale, ma non abbastanza conosciuto in Italia, del quale andrebbero tradotte almeno le opere principali, come The Creativity of Action (Chicago 1996) e The Genesis of Values (Chicago 2000).

Le domande che il libro solleva e a cui cerca di dare risposta sono numerose e di grande importanza, le raccolgo in un elenco essenziale che, semplificando un po’, ricavo dall’utile e puntuale introduzione di Andrea Maccarini  (cfr. p. viii), cui va il merito della traduzione dell’opera: abbiamo bisogno della religione, oppure potremmo, o addirittura dovremmo, farne a meno? La religione, per un individuo che abita la società moderna, è un residuo del passato? La religione rappresenta un limite alle nostre possibilità di esprimerci come esseri umani, di allargare il campo delle nostre esperienze, di esplorare la vita e di essere felici? Sostiene o distorce la nostra vita morale? È qualcosa che ci reprime, ma alla cui presenza dobbiamo rassegnarci, perché serve a mantenere unita la società e pone un freno ai pericolosi impulsi degli individui?

In parte, in esse si può ravvisare il tipico modo di affrontare i problemi proprio della sociologia. Esse, tutte insieme, si ricapitolano nella domanda posta a titolo del lavoro: Abbiamo bisogno della religione? la quale però ha un inequivocabile respiro esistenziale che tradisce una urgenza etica. Joas, organizza la sua complessa risposta nelle tre sezioni che compongono il volume (ossia “L’esperienza religiosa”, “Tra teologia e scienza sociale”, “La dignità umana”). Non proverò a riassumerla, ritenendomi contento se con quanto già detto sono riuscito a incuriosire il lettore. Varrebbe infatti la pena che egli vada a leggersi il testo, senza scorciatoie. Di seguito mi limiterò ad affrontare almeno brevemente una questione di fondo. Circa Dio, da Kant in poi, sappiamo che l’impossibilità di una prova non è la prova della sua impossibilità. Così, resta ancora aperto ed esistenzialmente assai urgente il quesito se per vivere abbiamo, ciascuno individualmente, bisogno della religione.

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