Giovedì 9 febbraio si terrà il terzo incontro per il ciclo di seminari “Verità e politica. Opzioni, metodi e stili”.

Relatrice per questo quinto incontro sarà Francesca Pasquali che presenterà una relazione su “Richard Rorty o l’irrilevanza della verità”.

L’incontro si svolgerà alle 14.00 presso la sede della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, in via Conservatorio 7 (aula seminari).

Per l’elenco completo dei seminari: http://moraliaontheweb.com/2011/09/29/incontri-seminariali-verita-e-politica-opzioni-metodi-e-stili/.

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Ronald Dworkin, Justice for Hedgehogs, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge (MA) – London (UK) 2011, pp. 506, $35.00

Ieri ho recensito la prima parte di Justice for Hedgehogs (Giustizia per ricci) – l’ultimo libro di Ronald Dworkin, filosofo e giurista statunitense – concentrandomi sulle critiche di Dworkin alla metaetica.

Oggi recensirò la seconda parte del libro, dedicata al concetto d’interpretazione.

L’idea centrale del libro, è importante ricordarlo, è che in campo etico non ci sono valori plurali in contrasto insopprimibile fra loro, né un unico valore che va anteposto a tutti gli altri (come il benessere per gli utilitaristi, ad esempio). Secondo Dworkin è invece possibile costruire una visione unitaria dei diversi valori che possono essere chiamati in causa in campo morale (felicità, benessere, giustizia, equità e così via). Nella prima parte del libro Dworkin sostiene che non dobbiamo fondare questa visione sull’idea che ci sia qualcosa nel mondo (dei fatti, degli oggetti) che ci permette di decidere se un certo giudizio morale è vero o falso.  Quello che dobbiamo fare per fondare la morale, invece, è un lavoro d’interpretazione, che Dworkin descrive come l’attività che consiste nel cercare il significato di un avvenimento, di un risultato, di un’istituzione (102). A questo tema è dedicata la seconda parte del libro.

Le tesi principali che Dworkin difende sono tre:

1)   i processi d’interpretazione differiscono dai ragionamenti scientifici;

2)   il ragionamento in campo morale è interpretazione di concetti morali;

3)   i concetti morali sono tali per cui la loro natura non può essere spiegata che attraverso un argomento normativo, perciò la filosofia morale, che è interpretazione di concetti morali, è essa stessa un processo interpretativo.

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Giovedì 1 dicembre si terrà il terzo incontro per il ciclo di seminari “Verità e politica. Opzioni, metodi e stili”.

La relatrice sarà Marina Lalatta che presenterà una relazione su Kant e Constant: il dovere della verità“.

L’incontro, come di consueto, si svolgerà alle 14.00 presso la sede della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, in via Conservatorio 7 (aula seminari).

Per l’elenco completo dei prossimi seminari: http://moraliaontheweb.com/2011/09/29/incontri-seminariali-verita-e-politica-opzioni-metodi-e-stili/.

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Domani 10 novembre si terrà il secondo incontro per il ciclo di seminari “Verità e politica. Opzioni, metodi e stili” organizzato all’interno del Progetto Prin 2008 “Verità, politica e giustizia: teoria e pratiche”.

Relatrice per il secondo incontro sarà Franca D’Agostini (Politecnico di Torino – Università di Milano) con un intervento su: “David Lewis: verità e possibilità”.

L’intervento, anche questa volta, si terrà alle 14.00, presso l’Università di Milano, nell’aula seminari del Dipartimento di Studi Sociali e Politici della Facoltà di Scienze Politiche (via Conservatorio 7, Milano).

Per il calendario completo degli incontri: http://moraliaontheweb.com/2011/09/29/incontri-seminariali-verita-e-politica-opzioni-metodi-e-stili/.

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Si aprirà il 5 ottobre il secondo ciclo di incontri seminariali “Verità e politica. Opzioni, metodi e stili” coordinato da Antonella Besussi e organizzato all’interno del Progetto Prin 2008 “Verità, politica e giustizia: teoria e pratiche”.

Il primo intervento sarà tenuto da Mario Losano con una relazione su “La verità in Kelsen giusfilosofo e in Kelsen politologo“.

Gli incontri si svolgeranno tutti alle 14.00, presso l’Università di Milano, nell’aula seminari del Dipartimento di Studi Sociali e Politici della Facoltà di Scienze Politiche (via Conservatorio 7, Milano).

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I processi, nel senso di tutti quei procedimenti attraverso i quali viene esercitata la funzione giurisdizionale atta ad accertare lo svolgimento di alcuni fatti di natura (forse) criminosa, suscitano sempre grande interesse. Non è certo un caso che molti film abbiano il loro climax nelle aule di tribunale. Non si tratta solo di seguire passo passo il lavoro degli avvocati, spesso rappresentati cinematograficamente come eroi, ma di riuscire a far emergere la verità di fatti e comportamenti in nome della giustizia. I processi giudiziari corrispondono al repertorio di strumenti per far luce, chiarire, esplicitare circostanze al fine di poter distribuire sanzioni e risarcimenti, a ciascuno per quello che gli spetta, secondo giustizia appunto. In questo senso, i processi giudiziari sono una grade occasione di riflessione filosofica: se la giustizia richiede verità, di quali strumenti epistemologici possiamo disporre in nome di essa?

In questi giorni il caso dell’ex presidente del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn domina le cronache dei giornali di tutto il mondo. Dopo aver assistito al suo repentino e forse eccessivamente solerte arresto in seguito ad una denuncia per molestia sessuale da parte di una domestica di hotel di origine africana, lo scorso venerdì Strauss-Kahn è stato rilasciato. Nonostante i capi di imputazione non siano ancora caduti, infatti, sono emersi alcuni comportamenti da parte della domestica che mettono a repentaglio la sua credibilità di accusatrice. I fatti in questione sono: una telefonata da parte della domestica a un amico in galera in cui vengono discussi possibili vantaggi economici derivanti dal processo (a onor del vero, bisognerebbe controllare la fedeltà della traduzione e l’interpretazione della telefonata che è stata condotta in lingua Fula); la presenza di strani movimenti finanziari sul conto corrente della donna che la collegherebbero a gruppi criminali operanti a New York; la segnalazione di una presunta attività di prostituzione; alcune bugie dichiarate dalla domestica stessa rispetto alla sua carta d’immigrazione e ad alcuni fatti della sua vita precedenti l’incontro con Strauss-Kahn. L’unico dato certo in tutta questa storia è che un rapporto sessuale tra i due c’è stato. Il punto è capire se si è trattato di un rapporto consensuale oppure no e siccome i due interessati presentano tesi opposte in proposito la credibilità di entrambi appare come l’unico standard di giudizio a disposizione della giustizia. Eppure la credibilità non è mica una cosa semplice, filosoficamente parlando. Se è vero che persone credibili sono persone su cui possiamo contare, questo non significa ipso facto che una persona generalmente poco credibile non possa dire la verità in una circostanza specifica. Se è vero che la credibilità è una virtù, dobbiamo per questo credere che persone non credibili siano sempre inaffidabili? E non è forse possibile che persone credibili mentano? Infine e soprattutto, possiamo davvero e in buona fede emettere un giudizio nel momento in cui le risorse epistemologiche a nostra disposizione ci impediscono di accertare quella verità che corrisponde a giustizia? Se la verità di certi fatti è inacessibile, è legittimo emettere un giudizio? Fino a che punto possiamo affidarci alla credibilità?

Dal punto di vista politico, il caso di Dominique Strauss-Kahn non sembra troppo difficile da giudicare. Se, infatti, risultasse che il rapporto tra l’ex presidente del Fondo Monetario Internazionale e la domestica è stato consensuale, Strauss-Kahn non per questo sembrerebbe più adatto alla guida della Francia: un politico che non riesce a tenere la propria vita privata sotto controllo è ricattabile e per questo rischia di essere impedito nelle sue funzioni pubbliche. Le ragioni per voler eleggere un presidente con tale rischio non sembrano ragioni valide. Dal punto di vista filosofico, giuridico e morale, però, il caso Strauss-Kahn è molto più complesso, forse irrisolvibile con certezza, al di là di ogni ragionevole dubbio.

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