Si aprirà il 5 ottobre il secondo ciclo di incontri seminariali “Verità e politica. Opzioni, metodi e stili” coordinato da Antonella Besussi e organizzato all’interno del Progetto Prin 2008 “Verità, politica e giustizia: teoria e pratiche”.

Il primo intervento sarà tenuto da Mario Losano con una relazione su “La verità in Kelsen giusfilosofo e in Kelsen politologo“.

Gli incontri si svolgeranno tutti alle 14.00, presso l’Università di Milano, nell’aula seminari del Dipartimento di Studi Sociali e Politici della Facoltà di Scienze Politiche (via Conservatorio 7, Milano).

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I processi, nel senso di tutti quei procedimenti attraverso i quali viene esercitata la funzione giurisdizionale atta ad accertare lo svolgimento di alcuni fatti di natura (forse) criminosa, suscitano sempre grande interesse. Non è certo un caso che molti film abbiano il loro climax nelle aule di tribunale. Non si tratta solo di seguire passo passo il lavoro degli avvocati, spesso rappresentati cinematograficamente come eroi, ma di riuscire a far emergere la verità di fatti e comportamenti in nome della giustizia. I processi giudiziari corrispondono al repertorio di strumenti per far luce, chiarire, esplicitare circostanze al fine di poter distribuire sanzioni e risarcimenti, a ciascuno per quello che gli spetta, secondo giustizia appunto. In questo senso, i processi giudiziari sono una grade occasione di riflessione filosofica: se la giustizia richiede verità, di quali strumenti epistemologici possiamo disporre in nome di essa?

In questi giorni il caso dell’ex presidente del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn domina le cronache dei giornali di tutto il mondo. Dopo aver assistito al suo repentino e forse eccessivamente solerte arresto in seguito ad una denuncia per molestia sessuale da parte di una domestica di hotel di origine africana, lo scorso venerdì Strauss-Kahn è stato rilasciato. Nonostante i capi di imputazione non siano ancora caduti, infatti, sono emersi alcuni comportamenti da parte della domestica che mettono a repentaglio la sua credibilità di accusatrice. I fatti in questione sono: una telefonata da parte della domestica a un amico in galera in cui vengono discussi possibili vantaggi economici derivanti dal processo (a onor del vero, bisognerebbe controllare la fedeltà della traduzione e l’interpretazione della telefonata che è stata condotta in lingua Fula); la presenza di strani movimenti finanziari sul conto corrente della donna che la collegherebbero a gruppi criminali operanti a New York; la segnalazione di una presunta attività di prostituzione; alcune bugie dichiarate dalla domestica stessa rispetto alla sua carta d’immigrazione e ad alcuni fatti della sua vita precedenti l’incontro con Strauss-Kahn. L’unico dato certo in tutta questa storia è che un rapporto sessuale tra i due c’è stato. Il punto è capire se si è trattato di un rapporto consensuale oppure no e siccome i due interessati presentano tesi opposte in proposito la credibilità di entrambi appare come l’unico standard di giudizio a disposizione della giustizia. Eppure la credibilità non è mica una cosa semplice, filosoficamente parlando. Se è vero che persone credibili sono persone su cui possiamo contare, questo non significa ipso facto che una persona generalmente poco credibile non possa dire la verità in una circostanza specifica. Se è vero che la credibilità è una virtù, dobbiamo per questo credere che persone non credibili siano sempre inaffidabili? E non è forse possibile che persone credibili mentano? Infine e soprattutto, possiamo davvero e in buona fede emettere un giudizio nel momento in cui le risorse epistemologiche a nostra disposizione ci impediscono di accertare quella verità che corrisponde a giustizia? Se la verità di certi fatti è inacessibile, è legittimo emettere un giudizio? Fino a che punto possiamo affidarci alla credibilità?

Dal punto di vista politico, il caso di Dominique Strauss-Kahn non sembra troppo difficile da giudicare. Se, infatti, risultasse che il rapporto tra l’ex presidente del Fondo Monetario Internazionale e la domestica è stato consensuale, Strauss-Kahn non per questo sembrerebbe più adatto alla guida della Francia: un politico che non riesce a tenere la propria vita privata sotto controllo è ricattabile e per questo rischia di essere impedito nelle sue funzioni pubbliche. Le ragioni per voler eleggere un presidente con tale rischio non sembrano ragioni valide. Dal punto di vista filosofico, giuridico e morale, però, il caso Strauss-Kahn è molto più complesso, forse irrisolvibile con certezza, al di là di ogni ragionevole dubbio.

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La domanda che per uno scrittore fa la differenza non è tanto “che libro vorrei scrivere?”, quanto “che tipo di libro vorrei scrivere?”. Infatti, la prima tocca l’ordinario, mentre la seconda dà la cifra del modo di porgere il proprio lavoro. È proprio la risposta alla seconda che, alla fine, modella il destino dello scrittore, ne stabilisce la statura. Lo capii molti anni fa, parlando con Roberto Casati. Questi, infatti, indicandomi un’accurata ricostruzione storica, mi disse con mio stupore che non avrebbe voluto scrivere quel tipo di libro.

Da quella volta (da prima di Buchi e altre superficialità, 1994) mi sono sempre chiesto che tipo di scrittore Casati volesse diventare. Letto il suo Prima lezione di filosofia (ed. Laterza, pp. 203, € 12), anche alla luce di altri suoi scritti, ho finalmente la risposta. Prima lezione di filosofia è un’opera di qualità, brillante nello stile, coniuga semplicità e complessità, è fine in ciò che dice e per ciò che mostra, intelligente e di ricca cultura mai ostentata. Soprattutto è un libro capace di far pensare. Il suo punto di forza consiste proprio nel saper aprire prospettive originali. A Casati, infatti, prima di tutto, non interessa la storia della filosofia, egli – oserei dire – non ha alcuna urgenza di filosofare. Ciò lo porta a intuizioni memorabili, come: “la filosofia si nasconde nelle pieghe della vita” (p. 35), “vi sono più cose filosoficamente interessanti tra cielo e terra di quante ne siano passate per la mente dei filosofi di professione (ivi). Quanto lo muove è la curiosità, il bisogno di esplorare, di abitare nuovi punti di vista; tutto il resto, compresa la filosofia, e a maggior ragione la storia, viene dopo. E non che ciò comporti una minore cura o interesse da parte sua, tutt’altro!

La tesi centrale del libro è che la filosofia è un’attività negoziale: “è essenzialmente negoziato concettuale, ovvero costruzione di impalcature – definizioni, narrazioni, esperimenti mentali, immagini, parabole – che permettono il confronto tra punti di vista diversi sul mondo, tra diversi modi di operare” (p. 169). Ne segue che il filosofo è un negoziatore concettuale (p. 3). Questa prospettiva, per i motivi che spiego poi, va respinta. Bisogna però riconoscere che è affascinante, poiché consente di pensare alla filosofia, più che come a una materia, come a un’arte (pp. 7, 169) e, inoltre, perché fornisce un punto di vista nuovo per guardare alla storia della filosofia: essa altro non sarebbe “che una traccia lasciata da negoziati concettuali ambiziosi, svoltisi in coincidenza di cambiamenti a volte brutali” (p. 8).

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In questi giorni, la notizia clou della politica estera è quanto sta avvenendo in Tunisia e da lì irradiandosi nei paesi del Nord-Africa. Ci sarebbero molte riflessioni da fare in proposito e forse politologi e filosofi politici ben più addentro alle questioni di me avrebbero un’enorme mole di materiale per molti post. Mi limito però a lanciare l’amo richiamando l’attenzione su una delle condizioni di possibilità di questa mole di materiale, condizione che mi pare renda le rivolte nordafricane anche un interessantissimo case-study sul ruolo di Internet e dei nuovi media nella vita politica.

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L'omino fa pulizia. Quello è il pavimento della CIA. Qual è il motto della CIA? (Così vi ho spiegato la scelta ironica di questa immagine per questo post)

Questo è il caso del momento: la pubblicazione da parte di WikiLeaks di una grande quantità di documenti segreti statunitensi, riguardanti anche operazioni tuttora in corso. La discussione è scatenata dall’opinionista Marc Thiessen che sul Washington Post suggerisce in primo luogo che Julian Assange, deus ex machina di WikiLeaks, non è altro che un criminale della peggior specie, un amico dei terroristi. Pare infatti che i terroristi siano molto felici di poter leggere i documenti e scoprire i nomi degli agenti statunitensi ma soprattutto dei collaboratori locali e delle loro famiglie.

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Seminario di discussione a partire da:

Franca D’Agostini

Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico

Coordina  Antonella Besussi, sarà presente l’autrice.

L’incontro si terrà  il 18 maggio alle 15:00, presso l’aula seminari del Dipartimento di Studi Sociali e Politici, Facoltà di Scienze Politiche , via conservatorio 7, Milano.

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