La domanda che per uno scrittore fa la differenza non è tanto “che libro vorrei scrivere?”, quanto “che tipo di libro vorrei scrivere?”. Infatti, la prima tocca l’ordinario, mentre la seconda dà la cifra del modo di porgere il proprio lavoro. È proprio la risposta alla seconda che, alla fine, modella il destino dello scrittore, ne stabilisce la statura. Lo capii molti anni fa, parlando con Roberto Casati. Questi, infatti, indicandomi un’accurata ricostruzione storica, mi disse con mio stupore che non avrebbe voluto scrivere quel tipo di libro.
Da quella volta (da prima di Buchi e altre superficialità, 1994) mi sono sempre chiesto che tipo di scrittore Casati volesse diventare. Letto il suo Prima lezione di filosofia (ed. Laterza, pp. 203, € 12), anche alla luce di altri suoi scritti, ho finalmente la risposta. Prima lezione di filosofia è un’opera di qualità, brillante nello stile, coniuga semplicità e complessità, è fine in ciò che dice e per ciò che mostra, intelligente e di ricca cultura mai ostentata. Soprattutto è un libro capace di far pensare. Il suo punto di forza consiste proprio nel saper aprire prospettive originali. A Casati, infatti, prima di tutto, non interessa la storia della filosofia, egli – oserei dire – non ha alcuna urgenza di filosofare. Ciò lo porta a intuizioni memorabili, come: “la filosofia si nasconde nelle pieghe della vita” (p. 35), “vi sono più cose filosoficamente interessanti tra cielo e terra di quante ne siano passate per la mente dei filosofi di professione” (ivi). Quanto lo muove è la curiosità, il bisogno di esplorare, di abitare nuovi punti di vista; tutto il resto, compresa la filosofia, e a maggior ragione la storia, viene dopo. E non che ciò comporti una minore cura o interesse da parte sua, tutt’altro!
La tesi centrale del libro è che la filosofia è un’attività negoziale: “è essenzialmente negoziato concettuale, ovvero costruzione di impalcature – definizioni, narrazioni, esperimenti mentali, immagini, parabole – che permettono il confronto tra punti di vista diversi sul mondo, tra diversi modi di operare” (p. 169). Ne segue che il filosofo è un negoziatore concettuale (p. 3). Questa prospettiva, per i motivi che spiego poi, va respinta. Bisogna però riconoscere che è affascinante, poiché consente di pensare alla filosofia, più che come a una materia, come a un’arte (pp. 7, 169) e, inoltre, perché fornisce un punto di vista nuovo per guardare alla storia della filosofia: essa altro non sarebbe “che una traccia lasciata da negoziati concettuali ambiziosi, svoltisi in coincidenza di cambiamenti a volte brutali” (p. 8).
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